Altre Economie

Dalle celle al nebbiolo

A Tirano, la riconversione del vecchio carcere: una comunità per tossicodipendenti, una casa alloggio, e il lavoro coi gruppi di acquisto —

Tratto da Altreconomia 152 — Settembre 2013

Da fuori sembra una tipica scuola pubblica italiana, ma è un carcere. Oltre la facciata, un muraglione, e poi le celle. C’è la porta per giocare a calcio dipinta a mano sul muro del vecchio spazio aperto dedicato all’ora d’aria. Il cartello indica “via Giustizia”, parallela al fiume Adda. Siamo a Tirano (Sondrio), a 160 chilometri da Milano. Da una parte i terrazzamenti coltivati a vite della Valtellina -più volte candidati a divenire siti riconosciuti dall’Unesco-, in mezzo, la Statale 38 e meleti, irrigati a flusso continuo. Qui, in questo scatolotto tra i filari dove il vuoto ha preso il posto dei detenuti, la Comunità Il Gabbiano (www.gabbianoonlus.it), di cui fanno parte Serena e Manuela -la mia “scorta”-, ha deciso di rilevare un ex carcere dismesso e poi abbandonato per realizzare la sua nuova sede. Comunità terapeutica per quelli che oggi sono 29 tossicodipendenti, casa alloggio per gli attuali 12 malati Hiv e residenze sociali, coniugando l’attività di recupero e l’economia solidale. La storia del rilancio dell’ex carcere di via Giustizia conosce una svolta nel febbraio di quest’anno quando il Consiglio comunale di Tirano approva l’intervento proposto nel novembre scorso da Il Gabbiano.
L’idea di recupero e riconversione del carcere riassume l’attività di una Comunità che nel 2013 ha festeggiato i suoi primi trent’anni. A raccontarli è Francesco -per tutti Cecco- Bellosi, che dirige le attività terapeutico-riabilitative e di aiuto alla persona.
Lo incontro in una delle sei sedi comunitarie -le altre sono una a Calolziocorte (Lc), due a Tirano (So), una a Morbegno (So)-, che si trova a Olgiasca, una località di Colico (Lecco), alla Villa Malpensata di Piona, affacciata sul lago.
“Il Gabbiano nasce nell’83 per volere di fratel Attilio Tavola e altre otto persone (nel 2012 la Comunità ha contato 225 persone coinvolte nell’attività per 148 ospiti complessivi, ndr) -racconta Bellosi- in un posto che adesso è una bella cascina lombarda a Pieve Fissiraga (Lodi) ma che allora era una cascina diroccata”.
Le storie di chi è passato per Pieve Fissiraga e poi Piona e poi Tirano, compongono la fisionomia quella che Cecco chiama senza timore una “strage”. “All’inizio il Gabbiano era una comunità che rispondeva alle richieste e ai bisogni degli eroinomani di trent’anni fa, persone che si erano perse lungo una ricerca esistenziale, oppure giovani delle periferie metropolitane o di città come Como o Lecco, in cui lo spaccio era una fonte di reddito”. Molte persone in quegli anni terminavano l’esperienza della Comunità, uscendo magari con risultati positivi, salvo ammalarsi dopo poco. “Allora le comunità non volevano prendere in considerazione il fatto di aprire delle case alloggio per malati di Aids. Abbiamo deciso di farlo dentro la comunità di reinserimento, non solo con gli operatori ma anche con chi stava per uscire, a occuparsi dei malati. Un’esperienza drammatica ed esaltante al tempo stesso, visto che in sei anni -dal ’92 al ’98- abbiamo avuto 45 morti, e la maggior parte aveva chiesto di morire da noi”. Con il tempo le situazioni sono cambiate: “fino al ’96-’97 la tipologia preponderante era quella degli eroinomani disintegrati, ragiona ancora Cecco, poi sono arrivati eroinomani con il conto in banca, che lavoravano. Dopodiché, il passaggio massiccio alla cocaina, psicofarmaci e alcol, mix che ha accompagnato in maniera estremamente coerente l’affermazione negli ultimi vent’anni dell’individualismo più sfrenato”. Il che ha imposto alla Comunità di adeguarsi -Cecco cita l’esempio britannico del Samaritan Village, “cerchiamo programmi adatti ai nostri ospiti e non ospiti adatti ai nostri programmi”. E il rilancio dell’ex carcere di Tirano appartiene alla rosa di questi programmi.

Il progetto di riconversione parte da lontano, dalla necessità di trovare uno spazio alternativo a quello avuto in comodato a metà anni 90 a due passi dalla Basilica del centro. “Nel 2001 la struttura della Casa del Fanciullo (che oggi accoglie 29 ospiti in comunità di recupero e 12 nella casa alloggio per malati di Aids, ndr) dove eravamo in comodato è stata venduta alla Curia di Como, facendo di tutto affinché ce ne andassimo”. Cambiata l’amministrazione comunale e il vertice della Diocesi di lì a pochi anni, è cambiato anche il clima. “Quando il nuovo Vescovo ci ha chiesto senz’alcuna pressione di trovare un’altra sistemazione, il Comune ci ha proposto l’ex carcere. Individuate negli anni 60 e 70 per pene brevi, fino a sei mesi, quelle strutture -chiamate case mandamentali- erano divenute obsolete dopo l’introduzione delle misure alternative”. Acquistato in saldo da un privato per 300mila euro (“svenduto” secondo Cecco), è stato ricomprato al triplo da Il Gabbiano, spiega Bellosi, “per trasformarlo, anche grazie al contributo di 800mila euro riconosciuto da Fondazione Cariplo, da luogo di segregazione prima e del nulla poi, in un luogo di cura e di apertura al territorio”.

Per rendersi conto del passo in più che ha in testa la Comunità bisogna tornare in via Giustizia, davanti ai cancelli dell’ex mandamentale. Ad aprire la strada, Manuela e Serena, che di cognome fa Baroni ed è la responsabile della Casa alloggio di Tirano. Oltrepassato il portone d’accesso agli uffici amministrativi, si accede a un largo corridoio che conduce al cortile di disimpegno, a circondare la prigione vera e propria. L’erba è alta. “Qui vogliamo organizzare il bio-mercato cittadino”, racconta Serena. Cura ed economia solidale, un binomio che Il Gabbiano predilige da quando, nel gennaio 2012, ha deciso di contribuire alla fondazione del Gruppo di acquisto solidale di Tirano (“Gas Tirano, per l’acquisto critico”, www.gastirano.org). Non solo: nell’odierna sede di Tirano, la Comunità ha messo a disposizione un piccolo spazio a far da deposito e distribuzione della merce. A curarlo, due ragazzi ospiti della Casa alloggio. “Insieme al referente dell’ordine, si occupano di stipare e gestire i prodotti, spiega Serena, e si è rivelato un progetto basato sulle relazioni che è stato rivoluzionario anche per il loro stato di salute”. Quella che Serena chiama la “sensibilità nei confronti di un’economia alternativa” si può incontrare lasciandosi Tirano alle spalle, ripercorrendo la Statale 38. Nello spiazzo di un grande centro commerciale di Castione Andevenno (So) mi attende infatti Francesco, operatore piacentino della Comunità che è responsabile del “progetto vigne”, che quest’anno, per la prima volta, porterà Il Gabbiano a imbottigliare a settembre il suo primo Nebbiolo. Diretto alla rete dei gruppi di acquisto solidale. “Il progetto è partito quattro anni fa”, ricorda Francesco mentre parcheggia il furgone presso una delle quattro vigne su cui lavora faticosamente insieme a tre ragazzi della comunità minori. “Ora ci siamo allargati e abbiamo 12mila metri quadrati di vigne coltivate”. Sviluppo dovuto al progressivo abbandono dei terrazzamenti da parte dei vecchi viticoltori, che li affittano simbolicamente ai ragazzi coordinati da Francesco: “Una tradizione della Valtellina che i giovani non riprendono più”.

Economie solidali e riscatto sociale. Investimento impegnativo, fotografato dalla tabella riassuntiva dei costi allegata al progetto. Al netto dell’acquisto dell’ex carcere -957mila euro- Il Gabbiano dovrà reperire entro tre anni almeno 4,2 milioni di euro, tra restauro e sopralzo per la realizzazione di due alloggi sociali. “Noi arriveremo fino a dove ce la facciamo, poi chiederemo di nuovo altri interventi a sostegno, perché non credo che da soli ce la potremo fare”.—

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