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Ambiente / Approfondimento

La grafite e la nuova “maledizione delle risorse” che minaccia il Mozambico

Immagine satellitare della miniera di grafite di Balama © SOMO

L’area di Cabo Delgado, già terreno di conquista dell’industria fossile, possiede tra i maggiori giacimenti del minerale fondamentale per la produzione degli anodi delle batterie dei veicoli elettrici. Il centro di ricerca Somo fa il punto sui gruppi stranieri che puntano al suo sfruttamento iniquo e sugli impatti sociali e ambientali

“Il Mozambico può far parte di una transizione energetica pulita giusta e inclusiva che crei prosperità. Dovrebbe rappresentare un anello fondamentale in catene di approvvigionamento robuste, sostenibili e trasparenti che supportano la transizione all’energia pulita”. Ne è convinto l’ambasciatore statunitense a Maputo, Peter H. Vrooman, che ha pronunciato queste parole lo scorso aprile, in occasione di una conferenza sull’estrazione mineraria e l’energia. “Queste risorse -ha aggiunto- rappresentano un’opportunità per creare posti di lavoro e guidare la crescita economica sia in Mozambico sia negli Stati Uniti”.

Nel sottosuolo del Paese dell’Africa australe, infatti, si trovano importanti giacimenti di minerali essenziali per la transizione energetica come nichel, cobalto e grafite. Quest’ultima è fondamentale per la produzione degli anodi delle batterie per i veicoli elettrici (ne possono servire dai 50 a cento chilogrammi per ogni singolo pacco) e si stima che l’aumento della produzione di questi mezzi richiederà nel 2040 una quantità di grafite otto volte superiore a quella estratta nel 2022. Secondo lo United States geological survey (Usgs) il Mozambico è il quinto Paese al mondo per giacimenti di questo minerale e il secondo produttore dopo la Cina. Oggi Maputo produce circa il 10% della grafite a livello mondiale e, secondo le previsioni di analisti specializzati, potrebbe arrivare al 15% entro il 2030. Così come i ricchi giacimenti di gas fossile, anche i depositi di grafite sono concentrati nelle regioni settentrionali e più povere, in particolare quelle di Cabo Delgado e di Niassa.

Il rischio però è che lo sfruttamento dei giacimenti dei minerali critici per la transizione energetica possa trasformarsi in una nuova “maledizione delle risorse” dopo quella legata ai combustibili fossili. A lanciare l’allarme è Somo, il centro di ricerca olandese sulle multinazionali, che l’11 ottobre di quest’anno ha pubblicato una lunga analisi dedicata proprio al Mozambico dal titolo “Who is paying for your electric car?” (Chi sta pagando per la tua auto elettrica?), la prima di una serie di approfondimenti in cui i ricercatori andranno ad analizzare gli impatti della transizione energetica guidata dalle aziende, in particolare nella decarbonizzazione dei trasporti.

Nonostante l’abbondanza di risorse naturali, il Mozambico, infatti, resta povero, soggetto a gravi diseguaglianze e vulnerabile all’impatto dei cambiamenti climatici. Dalla fine della guerra civile nel 1992, il Prodotto interno lordo ha registrato una crescita significativa di cui però la popolazione non ha beneficiato: il tasso di povertà è aumentato, soprattutto nelle aree rurali dove solo il 5% delle persone ha accesso all’elettricità. Il Paese si classifica al quarto posto a livello globale per le diseguaglianze nella distribuzione del reddito ed è tra i primi dieci per la vulnerabilità agli effetti dei cambiamenti climatici.

A fronte di questa situazione, la Banca Mondiale ha suggerito al governo di Maputo di abbandonare l’esportazione del carbone (che nel 2021 ha generato introiti per 1,8 miliardi di dollari) e di spostare la propria capacità estrattiva verso i minerali fondamentali per la transizione energetica “che offrono maggiore domanda a lungo termine e valore economico” e garantiscono un ritorno economico su un arco di tempo a medio-lungo termine

“Tuttavia, gli impatti negativi di queste operazioni minerarie su larga scala vengono spesso trascurati e la misura in cui Paesi come il Mozambico beneficeranno di questo ‘business verde’ è quantomeno discutibile -osserva Ilona Hartlief, ricercatrice di Somo-. La corsa del Nord globale ai minerali critici sta acuendo le disuguaglianze e giustificando l’estrazione su larga scala di risorse naturali, spesso dalle terre di comunità già emarginate per alimentare i livelli di consumo massicci e insostenibili delle aree urbane dell’Australia, degli Stati Uniti o dell’Unione europea”.

L’indagine di Somo si concentra su alcune delle principali società già attive in Mozambico e che stanno investendo nell’estrazione della grafite. È il caso, ad esempio, dell’australiana Syrah Resources che possiede il 95% di un grande complesso minerario nel distretto di Balama, a Cabo Delgado. L’azienda è cresciuta rapidamente, passando dall’essere una società di prospezioni con una manciata di giacimenti nella Penisola araba e in Africa, a possedere quello che la società stessa descrive come il più grande progetto estrattivo di grafite al mondo al di fuori della Cina.

Nello stesso distretto hanno sede anche il “Balama central graphite project” della multinazionale anglo-indiana Tirupati graphite, che gestisce un altro sito di grafite nel distretto di Montepuez, a poche decine di chilometri a Est di Balama. Inoltre, a circa dieci chilometri dal sito di Syrah, un’altra società australiana, la Triton Minerals, ha ottenuto una concessione della durata di 25 anni per sfruttare un giacimento di 5,7 milioni di tonnellate di grafite. Infine, vi è Gk Ancuabe, la prima multinazionale ad avviare la produzione di grafite nel Nord del Mozambico, grazie anche al sostegno finanziario della banca di sviluppo tedesca Kfw. 

“Tutte queste aziende e operazioni minerarie mostrano i grandi interessi in gioco per il controllo della grafite che si trova nel sottosuolo del Mozambico, una partita che ha visto di recente anche l’ingresso di società cinesi -continua Hartlief-. L’impatto di queste attività viene spesso ignorato dall’industria ma ha effetti pesanti sulle popolazioni locali privandole delle loro terre, mentre i benefici sono spesso un vantaggio solo per un numero ristretto di imprenditori”. Una situazione aggravata da trattati fiscali iniqui che permettono alle multinazionali di non pagare le tasse in Mozambico grazie a società di comodo in paradisi fiscali come Mauritius ed Emirati Arabi Uniti.

La maggior parte dei minerali estratti, infatti, non resta nel Paese. La già citata Syrah ha acquistato anche un impianto di produzione di anodi per batterie elettriche a Vidalia, in Louisiana, che ha permesso alla società di essere il primo e finora unico produttore di queste componenti al di fuori della Cina. Questa operazione è stata finanziata con 220 milioni di dollari dal Dipartimento per l’energia degli Stati Uniti e per 150 milioni dalla Us international development finance corporation (Dfc). Grazie al sostegno del Tesoro statunitense, l’azienda ha potuto fornire materiale a diverse fabbriche che producono batterie incluse Tesla, BlueOval Sk, Lg energy solution e Samsung.

“Se da un lato è necessario ridurre in modo significativo e immediato le emissioni di gas serra per evitare ulteriori sconvolgimenti climatici, dall’altro è cruciale esporre e affrontare gli impatti spesso nascosti della decarbonizzazione dei trasporti proposta, tra gli altri, in Europa, Nord America e Cina -conclude Hartlief- per evitare di riprodurre la convinzione che alcune comunità siano sacrificabili per il benessere dei ricchi in Europa, Cina e Stati Uniti”.

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