Esteri / Attualità

La “maledizione delle risorse” che piega il Mozambico

Al largo delle coste di Cabo Delgado, Eni e Total investono nell’estrazione di gas naturale. Ma le operazioni non portano alcun beneficio alle popolazioni locali, costrette ad abbandonare le loro terre mentre nella regione dilaga la violenza

Tratto da Altreconomia 232 — Dicembre 2020
Un gruppo di persone su una spiaggia di pescatori diventata uno dei principali punti di arrivo per gli sfollati che fuggono dalla violenza nella provincia di Cabo Delgado, nel distretto di Pemba nel Nord del Mozambico © Epa/Ricardo Franco

Quando una decina di anni fa il gas naturale è stato trovato al largo delle coste di Cabo Delgado, nel Mozambico settentrionale, nella piccola provincia sono arrivati miliardi di dollari di investimenti. Potrebbe sembrare una buona notizia per una delle zone più povere del Paese africano ma da quel flusso di denaro gli abitanti della provincia non hanno tratto nessun beneficio. Al contrario. Molti hanno dovuto abbandonare i propri villaggi sulla costa a causa delle operazioni industriali e le cose sono peggiorate quando tre anni fa nella zona è sorta una guerriglia di stampo islamista. È intervenuto l’esercito, sono arrivati contractor armati russi e forse anche sudafricani. Bilancio: oggi Cabo Delgado conta 200mila sfollati, la violenza dilaga, la regione è militarizzata, l’economia locale devastata. È l’ennesima storia di “maledizione delle risorse”, quando l’estrazione di una ricchezza naturale si trasforma in un inferno. Questa però è una storia che chiama in causa l’Italia, perché una delle compagnie che guidano le operazioni in quei giacimenti di gas è Eni e perché i suoi investimenti sono garantiti da Sace, la società finanziaria specializzata nell’assicurazione al credito per l’export, di proprietà della Cassa depositi e prestiti (quindi controllata dal ministero dell’Economia, cioè dal governo italiano, vedi Ae 231).

Riassumiamo. Nel 2010 la società di prospezioni statunitense Anadarko ha individuato un giacimento di gas naturale nel bacino di Rovuma, al largo di Cabo Delgado. Poco dopo, tra il 2011 e il 2014 Eni ha individuato altri tre importanti giacimenti nello stesso bacino: Coral, Mamba e Agulha sommano 2.400 miliardi di metri cubi di gas naturale (secondo il sito di Eni). Con riserve di gas accertate di circa 3.000 miliardi di metri cubi, il Mozambico è al terzo posto in Africa dopo Nigeria e Algeria. Da allora altre compagnie si sono fatte avanti e oggi si contano tre grandi progetti di estrazione. Il primo e in fase più avanzata è il progetto Coral South, avviato formalmente nel 2017 e valutato 4,7 miliardi di dollari, guidato da Eni (leader con il 34% della quota) con ExxonMobil: è composto da alcuni pozzi che saranno collegati a una gigantesca piattaforma galleggiante di trattamento e liquefazione del gas, oggi in costruzione in Corea del Sud; quando entrerà in produzione (secondo Eni nel 2022) potrà esportare 3,4 milioni di tonnellate di gas liquefatto all’anno, che saranno vendute a Bp secondo un contratto ventennale. Poi c’è il progetto Rovuma LNG, guidato di nuovo da Eni (responsabile dell’upstream, cioè delle operazioni di esplorazione e produzione) con ExxonMobil e la cinese Cnpc, per estrarre e liquefare il gas estratto dai pozzi Mamba (Eni prevede una capacità di circa 15 milioni di tonnellate annue): questo è stimato in 30 miliardi di dollari. Infine c’è il progetto Mozambique LNG guidato dalla francese Total (che nel 2019 aveva rilevato gli asset mozambicani di Anadarko), valutato 20 miliardi di dollari: qui Saipem, società sussidiaria del gruppo Eni, è capofila nel consorzio che sta costruendo uno dei due impianti (“treni”) di liquefazione.

Tra il 2011 e il 2014 nel bacino di Rovuma Eni ha individuato tre giacimenti: Coral, Mamba e Agulha. Sommano qualcosa come 2.400 miliardi di metri cubi di gas naturale

Sviluppare giacimenti simili richiede investimenti giganteschi, quindi crediti: per il progetto Coral South ad esempio Unicredit e Ubi Banca hanno partecipato a un prestito di 700 milioni. Soprattutto servono garanzie: in questo caso offerte da Sace, che nel 2017 ha assicurato per 700 milioni di dollari i rischi di Eni nel progetto Coral South. Nel 2019 sempre Sace ha coperto i rischi della Saipem nel progetto Mozambique LNG con un finanziamento di 950 milioni di euro (a quanto risulta dal rapporto annuale 2019). Oggi Sace ha in corso un’istruttoria per assicurare il terzo progetto, Rovuma LNG, sempre a guida Eni.

 

“Il ruolo di Sace è essenziale perché senza le garanzie di credito per l’export le banche non si butterebbero in un progetto tanto rischioso”, osserva Alessandro Runci dell’organizzazione Re:Common. Così un’agenzia pubblica sostiene un’impresa discutibile, aggiunge, e non solo perché si tratta di un nuovo progetto di estrazione di combustibili fossili: “È inaccettabile che Sace dia sostegno a progetti che minacciano le comunità locali”. Già: il gas del Mozambico è un’impresa ad alto impatto umano e sociale, oltre che ambientale, e gli abitanti del Cabo Delgado se ne sono accorti ben presto. Pozzi e piattaforme sono offshore, ma per fare spazio alle installazioni di supporto a terra “interi villaggi sono stati evacuati d’autorità”, spiega Anabel Lemos, dirigente di Justiça Ambiental, organizzazione mozambicana affiliata alla rete internazionale Friends of the Earth. Si riferisce al progetto Mozambique LNG guidato da Total, che ha costretto 550 famiglie a lasciare le proprie case; stima che molte di più, quasi un migliaio, abbiano perso la terra che coltivavano.

Risarcimenti? Prendiamo ad esempio il villaggio di Milamba: gli abitanti sono stati rialloggiati in un nuovo villaggio nell’interno, a una decina di chilometri dalla costa. Una rovina, per i pescatori. Nel nuovo villaggio, chiamato Quitunda, “abbiamo avuto delle case ma non abbiamo ancora la terra”, spiega un abitante ai ricercatori di Justiça Ambiental. “Quando ho lasciato Milamba mi hanno pagato per le piante, ma per la terra che si sono presi non ho avuto niente e nemmeno per i campi dove seminavo il riso”. La promessa di una vita migliore non si è materializzata, dice un altro abitante: “Se faccio un confronto, la vita nel vecchio villaggio era migliore”.

L’estrazione del gas in Mozambico ha un alto impatto sociale, umano e ambientale. Secondo l’organizzazione Justiça Ambiental, interi villaggi sono stati evacuati per lasciare spazio alle installazioni di supporto a terra per le attività estrattive © JA! Justiça Ambiental

Non è arrivato neppure il lavoro promesso nella nuova industria, salvo per inservienti di basso livello. Né sono arrivati gli investimenti nell’economia rurale promessi dal governo. Nell’ultimo decennio nell’entroterra di Cabo Delgado sono stati scoperti anche importanti giacimenti di rubini, ma neppure questo ha generato benessere collettivo. Invece, grazie a una frontiera poco controllata con la Tanzania, è cresciuta un’economia del contrabbando -pietre preziose, avorio, eroina- con il corollario di corruzione e complicità di polizia e notabilati locali.

Corruzione, povertà, disoccupazione e risentimento sono un miscuglio potente. Intorno al 2015 nelle moschee di Moacimboa da Praia, cittadina portuale del Cabo Delgado, è nato un movimento di giovani islamisti chiamato al Shabab (nessun legame con l’omonima organizzazione in Somalia: shabab è una parola araba che vuol dire “giovani”). Pare che alcuni di questi gruppi, in cerca di soldi e armi, siano stati cooptati dai “baroni del contrabbando”, e d’altra parte si siano legati alla rete internazionale dell’autoproclamato Stato Islamico. Nell’ottobre 2017 sono cominciati gli attacchi armati: diretti contro il governo e “l’Islam degenerato” delle moschee locali. Il prezzo di sangue è stato pagato per lo più dalla popolazione con decapitazioni, rapimenti di massa, razzie. La più spaventosa è avvenuta il mese scorso, tra il 7 e 8 novembre, quando bande islamiste hanno preso d’assalto due villaggi e decapitato più di 50 persone. Da quando è cominciata la ribellione i morti sono ormai centinaia (tra 700 e 1000, secondo le fonti). Migliaia di famiglie si sono date alla fuga. Solo da marzo a settembre di quest’anno si parla di 50mila sfollati, che portano il totale a oltre 200mila in tre anni: ovvero il 10% della popolazione della provincia ha perso case, terra, spesso ogni mezzo per sopravvivere, secondo le agenzie umanitarie.

Il gas del Mozambico è un’impresa ad alto impatto umano e sociale, oltre che ambientale, e gli abitanti del Cabo Delgado se ne sono accorti ben presto

“Gli abitanti sono esposti a una violenza immane, attaccati dai ribelli da un lato, dall’esercito dall’altro”, spiega Lemos. Il governo centrale ha dichiarato “guerra” ai ribelli e inviato truppe nella regione settentrionale. Nel 2019 l’agenzia di sicurezza russa Wagner ha siglato un contratto con il governo mozambicano per aiutare a combattere la ribellione e ha mandato circa 200 uomini con addestramento da truppe scelte. Non è chiaro se i russi siano ancora sul luogo (difficile trovare conferme), ma di recente è stata segnalata la presenza anche di mercenari sudafricani.

Il conflitto però è fuori controllo. In agosto miliziani islamisti hanno preso d’assalto il porto di Mocimboa da Praia e l’hanno tenuto per tre giorni, uccidendo tra l’altro otto subappaltanti di Total. L’intensità degli attacchi cresce; il conflitto intanto tracima oltre la frontiera con la Tanzania, segnala Reliefweb (bollettino delle agenzie umanitarie dell’Onu). Esercito e contractor non hanno reso più sicura la popolazione civile, che in teoria dovevano difendere dalle milizie ribelli. Al contrario. “I militari commettono ogni sorta di abusi, terrorizzano i villaggi, estorcono denaro”, riferiscono gli attivisti di Justiça Ambiental. “Gli abitanti hanno perfino paura di avventurarsi a coltivare i loro campi, sparsi lontano dai villaggi”. Amnesty International chiede di indagare su un video circolato in settembre, dove si vedono militari che uccidono una donna che tentava di fuggire nuda.

Raccogliere testimonianze dirette è sempre più difficile. I giornalisti locali stanno pagando un prezzo molto alto. Ibrahimo Abu Mbaruco, reporter della Radio Comunitaria della città di Palma, che si occupava del conflitto e degli sfollati, è scomparso il 7 aprile: l’ultimo suo messaggio è quello mandato a un collega per avvertirlo che i militari lo stavano arrestando, e i suoi amici disperano che sia ancora vivo. Anche gli attivisti sociali della provincia sono costantemente oggetto di intimidazione.

E le compagnie petrolifere? Nel febbraio 2020 Total e ExxonMobil hanno chiesto al governo mozambicano di rafforzare la presenza dell’esercito per proteggere le operazioni industriali (con scarso risultato, come dimostrano i fatti). Eni dichiara di non essere direttamente coinvolta nelle questioni di sicurezza: il progetto Coral South è fuori costa senza installazioni di appoggio a terra, mentre nel progetto Rovuma l’azienda italiana guida solo la parte offshore. Ma la joint venture Rovuma (di cui Eni è pur sempre partner e corresponsabile) è guardinga: in un comunicato di settembre afferma che “continua a monitorare la situazione” e “sta lavorando a stretto contatto con il governo [del Mozambico] e con gli altri operatori per prendere le misure appropriate” a garantire la sicurezza. E questo riporta a chiedersi se sia davvero un buon investimento quello garantito da Sace a Cabo Delgado.

© riproduzione riservata

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia