Esteri / Approfondimento

Gli interessi di Eni nella Repubblica del Congo e i silenzi del governo italiano

Nel rapporto “Il caso Congo”, l’associazione Re:Common ha messo in fila gli aspetti controversi che riguardano due licenze ottenute dalla multinazionale italiana nel Paese africano e che sono sotto la lente della magistratura. L’azionista di maggioranza, però, tace

© Re:Common

S’intitola “Il caso Congo” il rapporto curato dall’associazione Re:Common e pubblicato nel novembre 2020 che ricostruisce gli aspetti controversi che riguardano due licenze ottenute da Eni nel Paese africano e che sono sotto la lente d’ingrandimento della magistratura. Re:Common sa di che cosa parla: le indagini attuali sono iniziate infatti anche grazie a un esposto dell’associazione, presentato nel maggio del 2016.

“Il Caso Congo” prende in esame i vari protagonisti di una vicenda a dir poco problematica -ricordiamo che Eni, il cui azionista di maggioranza è lo Stato (ministero dell’Economia e Cassa depositi e prestiti) è indagata per corruzione internazionale ai sensi della legge 231 del 2001-, dall’attuale amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi e la sua consorte, passando per il manager Roberto Casula per poi arrivare a uomini d’affari, come l’inglese Alexander Haly.

Oggetto d’interesse sono alcune licenze ottenute nel 2013 e nel 2015 per produrre petrolio nei pozzi di Marine VI e VII nella Repubblica democratica del Congo. Eni avrebbe ceduto quote di giacimenti petroliferi, al fine di ottenere il rinovo delle licenze per produrre petrolio, a una società privata, la congolese Aogc, riconducibile al presidente Denis Sassou Nguesso, ex militare al potere nel Paese da decenni. Eni come detto è ora indagata per corruzione internazionale ai sensi della legge 231 del 2001 così come sono indagati per lo stesso reato alcune personalità che sarebbero riconducibili alla major oil nel periodo oggetto delle indagini.

La pubblicazione del rapporto di Re:Common giunge dopo che il 10 settembre 2020 la Procura di Milano ha chiesto al Gip Sofia Fioretta che Eni fosse interdetta per due anni dal produrre petrolio nei pozzi di Marine VI e VII in Congo. Ha inoltre richiesto in subordine un commissariamento della multinazionale nel Paese perché i modelli organizzativi interni della società non avrebbero impedito che nel 2015 -quando a capo dell’area sub-Sahariana c’era Roberto Casula (accusato di corruzione internazionale)- si operasse appunto una corruzione internazionale nell’ambito del rinnovo delle licenze in questione. “La giustizia farà il suo corso ma questo e altri procedimenti penali continuano a gettare un’ombra sull’attuale dirigenza di Eni mettendo a rischio la reputazione della società simbolo dell’Italia intera nel mondo”, ha dichiarato Antonio Tricarico di Re:Common. “È quindi soprattutto una questione di opportunità politica e senso delle istituzioni che dovrebbe muovere chi detiene le leve del potere ad agire credibilmente e sgombrare il campo da ogni equivoco. Tuttavia è davvero assordante il silenzio del governo italiano degli ultimi anni e della nuova presidente dell’Eni, l’avvocato Lucia Calvosa, nominata nel maggio scorso”, ha concluso.

La storia di Eni nella Repubblica Democratica del Congo, al centro delle indagini della Procura di Milano e ricostruita nel rapporto di Re:Common, vede nel 2013 un anno di svolta; è quando Denis Sassou Nguesso, presidente del Paese dal 1997, approva una nuova direttiva sugli idrocarburi con l’obiettivo di incentivare l’ingresso delle società locali private nelle concessioni petrolifere che fino a quel momento erano state quasi interamente in mano a multinazionali straniere. La direttiva emanata da Nguesso stabilisce infatti che le quote dei giacimenti non siano affidate alla Snpc, la società petrolifera statale, ma alle imprese private del settore. Al momento della firma della legge nel Paese se ne conta solo una: la Africa Oil and Gas Corporation (Aogc). Non nota a livello internazionale, Aogc è stata fondata nel 2011 da Denis Gokana, consigliere speciale proprio di Nguesso per le questioni petrolifere e già presidente della citata compagnia statale Snpc.
Una sentenza del 2005 dell’Alta Corte di Giustizia inglese ha attestato che Aogc era legata agli interessi di Nguesso: in un paio d’anni il governo del Congo aveva infatti trasferito sui conti della Aogc, e su quelli di altre società riconducibili a Gokana, almeno 472 milioni di dollari. I soldi erano stati utilizzati per acquistare dalla Snpc, guidata per anni sempre da Gokana, petrolio a prezzi più bassi rispetto a quelli di mercato per poi rivenderlo a trader indipendenti ottenendo vantaggi dalle plusvalenze. Ma i legami con il presidente Nguesso non si limitano solo a questo perché due soci di Aogc fanno parte del governo: sono Lydie Pongault, consigliere di Nguesso per la cultura, e Dieudonné Bantsimba, capo di gabinetto del ministero del Territorio.

È sempre nel 2013 che a Eni sono rinnovate le concessioni di quattro licenze per l’estrazione di petrolio. Si tratta dei permessi di esplorazione chiamati Marine VI e Marine VII, in particolare dei campi Djambala 2, Foukanda 2, Kitina 2 e Mwafi 2. Allo stesso tempo Eni cede parte di questi stessi giacimenti, quote comprese tra l’8% e il 10%, ad Aogc. Nello stesso anno, mentre riceve da Eni le quote di partecipazione nelle quattro licenze dei giacimenti Marine VI e Marine VII, Aogc perde quote in un altro giacimento, il Marine XI. La società congolese Aogc trasferisce il 23% di Marine XI alla World Natural Resources, gruppo che, secondo le indagini della Procura, sarebbe di fatto riconducibile a Eni. Ricordiamo questo nome perché tornerà in seguito.
Due anni più tardi nel 2015 Eni ottiene il rinnovo del permesso di esplorazione Secteur Sud per i campi Tchiboula, Tchendo e Tchibeli-Litanzi. Come nel caso precedente, al rinnovo delle licenze segue una diminuzione della quota azionaria in favore, tra le altre società private, sempre di Aogc.

Il 14 aprile 2014 il caso di Aogc è sollevato a livello internazionale dal quotidiano britannico The Times e successivamente dal settimanale L’Espresso che, citando un rapporto redatto dallo studio legale francese Ghelber & Gourdon per conto della Repubblica del Congo, dà conto del fatto che ai vertici di Aogc ci sono i due pubblici ufficiali congolesi citati: Lydie Pongault, consigliere di Sassou Nguesso per la cultura, e Dieudonné Bantsimba, capo di gabinetto del ministero del Territorio. Interpellata dal settimanale, Eni sembrerebbe ammettere indirettamente di aver omesso queste informazioni ma precisa che le cariche di Bantsimba e Pongault “non sono ritenute in conflitto con la posizione di soci, considerate le diverse aree di attività che nulla hanno a che vedere con il settore dell’oil & gas”. Non la pensava allo stesso modo Luigi Zingales, componente indipendente del consiglio d’amministrazione della multinazionale che, critico della partnership con Aogc, decise di dimettersi.

Il caso esplode tre anni più tardi. Il 6 luglio 2017 la Guardia di Finanza, su mandato dei magistrati milanesi, notifica un avviso di garanzia a Eni per corruzione internazionale in Congo. L’accusa è che in cambio del rinnovo delle licenze petrolifere di Marine VI e Marine VII da parte del governo congolese, Eni avrebbe “regalato” quote di partecipazione in quegli stessi giacimenti ad Aogc. Tangenti, non più sotto forma di contanti ma di “pezzi” di giacimenti petroliferi. Ma la ricostruzione della Procura non si ferma a questo perché secondo i pubblici ministeri lo schema avrebbe previsto anche la “retrocessione di una parte della tangente”. È qui che giocherebbe un ruolo la World Natural Resources cui abbiamo accennato prima. Gli “accordi illeciti”, scrivono i pubblici ministeri Paolo Storari e Sergio Spadaro nel decreto di perquisizione firmato il 30 marzo 2018, “contemplavano l’attribuzione del 23% nella licenza Marine XI a favore di World Natural Resources Limited”, il gruppo di società che secondo i magistrati è riconducibile a “soggetti collegati a Eni”: Andrea Pulcini (49,9%), Alexander Haly (25%) e Maria Paduano (25%). Gli ultimi due sono indagati per corruzione internazionale.

Andrea Pulcini, che ha lavorato per Eni fino al 2005, dal 1994 al 2005 è stato direttore generale di Agip Trading Services Uk, la succursale che curava gli affari di Eni a Londra, assorbita nel 2009 nella capogruppo italiana. A partire dal novembre del 1999, Pulcini è stato procuratore di Eni Spa.

L’indagine dalla Procura di Milano ha ricollegato Maria Paduano a Roberto Casula, all’epoca Chief Development Operations & Technology Officer di Eni, autosospeso dall’incarico dopo le perquisizioni del 2018. Il collegamento tra Paduano, che avrebbe svolto il ruolo di “prestanome”, e Casula deriverebbe da alcuni accertamenti svolti dagli investigatori su una compravendita immobiliare avvenuta a Roma. Nel marzo 2016 Paduano firma l’atto d’acquisto preliminare di un attico da 200 metri quadrati nel centro di Roma con un valore dichiarato di 1,1 milioni di euro. Ma non è lei a diventare proprietaria dell’immobile perché nel giugno del 2017 Paduano cede il preliminare d’acquisto a Casula. Tre mesi dopo il rogito, Paduano è assunta dall’Eni dove è ancora dipendente. Il collegamento tra Paduano e Casula sarebbe provato anche da altri documenti in possesso della Procura di Milano. Si tratterebbe di alcune email, depositate dai pm nel novembre del 2019 al Tribunale del riesame, in cui secondo il resoconto che ne ha fatto il Corriere della sera si direbbe che World Natural Resources  tramite Paduano, era proprio di Casula. Il 27 novembre 2011 Casula scriveva a un legale: “Marinù ha ricevuto da noi pieno mandato per rappresentarci… io non comparirò formalmente”. Un’altra email depositata dai magistrati -che porta la data del 21 dicembre del 2011 e la firma di Paduano- si rivolgeva a un non meglio specificato avvocato: “Non fare menzione del fatto che sono un prestanome”. Quello stesso legale, secondo Il Corriere della Sera, ha poi confermato alla Guardia di Finanza: “Marinù mi disse che era solo una prestanome […] così le aveva chiesto Casula”.

L’uomo d’affari Alexander Anthony Haly ci avvicina alla famiglia di Claudio Descalzi, attuale amministratore delegato di Eni. Nel decreto di perquisizione del marzo 2018, Haly era presentato come il manager più importante del gruppo Petro Services che aveva tra le sue imprese controllate la congolese Petro Services Congo Sarl. Si tratta dell’azienda che, solo tra il 2012 e il 2017, avrebbe ricevuto dalla filiale locale di Eni 104 milioni di dollari in cambio dell’affitto di navi commerciali e della fornitura di servizi di logistica varia, secondo quanto ricostruito dalla Procura di Milano. Haly non era solo l’amministratore del gruppo Petro Services ma anche socio al 33% di Marie Madeleine Ingoba. La consorte di Descalzi deteneva il restante 66% della società anonima lussemburghese Cardon Investment S.A che controlla il gruppo olandese Petroserve Holding BV di cui fa parte la stessa Petro Sevices Congo Sarl. Nella primavera del 2014, poco prima che Descalzi diventasse ad di Eni, Ingoba vendette a Haly le sue quote facendone l’unico azionista del gruppo con base in Olanda. Descalzi ha sempre negato di essere a conoscenza degli affari della moglie ma i due sono stati iscritti dalla Procura di Milano nel registro degli indagati per omessa comunicazione di conflitto d’interessi.

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