Ambiente / Attualità

Il futuro non aspetta Eni. Il corso di formazione dell’azienda sui cambiamenti climatici rivolto ai docenti visto da vicino

Per aggiornare i docenti sul tema dei cambiamenti climatici e della sostenibilità, l’Associazione nazionale presidi (Anp) ha scelto Eni. Per l’Anp è il partner ideale per la sua competenza anche perché avrebbe “inquinato molto” in passato. Una scelta contestata da Greenpeace e Legambiente. Abbiamo seguito una tappa del corso e intervistato il presidente Anp, Antonello Giannelli: “Conveniva a noi e anche a Eni. Altri professionisti si sarebbero fatti pagare”

San Donato Milanese, sede Eni - © Duccio Facchini

Nel quartier generale di Eni a San Donato Milanese sta per iniziare la seconda tappa de “Il futuro non aspetta”, il ciclo di incontri di formazione sui cambiamenti climatici rivolto agli insegnanti delle scuole e organizzato dall’azienda in collaborazione con l’Associazione nazionale presidi (Anp). La sala accanto all’auditorium si chiama “Goliat”, come il maxi giacimento a olio della multinazionale attivo nel Mare di Barents, in Norvegia.

La cosa non scompone più di tanto i 50 accreditati. Per aggiornare i docenti sul tema dei cambiamenti climatici e della sostenibilità, del resto, era necessaria una “competenza tecnico-scientifica adeguata”. E “nel momento in cui un soggetto ha inquinato molto” nel passato -come Eni- allora ecco che diviene il partner adatto, titolato e autorevole. Ne è convinto Antonello Giannelli, presidente dell’Anp, che lo scorso 28 gennaio, in occasione della tappa del ciclo, ha raccontato ad Altreconomia genesi e ragioni di una scelta contestata da più parti.

“Non ci interessa l’immagine green di Eni”, ha spiegato, anche se alla fine, per giustificare il mancato coinvolgimento di soggetti terzi del mondo accademico che studiano il fenomeno da una posizione diversa rispetto a quella di Eni, ha opposto una motivazione di natura economica: “Ovviamente avremmo potuto pagare dei professionisti per farlo ma questo avrebbe avuto un costo”.

Facciamo un passo indietro. L’iniziativa promossa da Anp ed Eni sarebbe nata dall’esigenza di “formare il personale docente delle scuole di ogni ordine e grado che, dall’anno scolastico 2020/2021, avrà nei programmi scolastici l’educazione civica come materia di studio obbligatoria, con la necessità di svolgere in classe 33 ore complessive di lezione”. Gli argomenti del corso -“trattati dagli esperti di Eni” nelle otto tappe da Roma a Bari nell’arco di un mese- sono quattro: il cambiamento climatico, l’efficienza energetica, i rifiuti e le bonifiche ambientali.

La decisione dell’Anp ha destato “sorpresa e preoccupazione” in diverse associazioni ambientaliste, da Greenpeace a Legambiente, colpite negativamente dalla scelta “paradossale” di affidare a Eni un “ruolo chiave”. Chiamati a svolgere quel percorso sarebbero dovuti “essere soggetti terzi, rappresentanti degli interessi collettivi e non di un’azienda privata che, non solo fa profitti sfruttando i fossili, […] ma che, in questi anni è stata responsabile di grandi impatti ambientali sul nostro territorio”.

Come abbiamo ricostruito nella nostra inchiesta “L’orizzonte fossile di Eni”, infatti, la multinazionale guidata da Claudio Descalzi, contrariamente alla battente campagna di marketing, è ancora fortemente orientata allo sviluppo di giacimenti e alla produzione di idrocarburi. Lo certificano i risultati economico-finanziari relativi ai primi nove mesi del 2019. Forte crescita nel terzo trimestre alla voce “produzione di idrocarburi” (1,89 milioni di boe/giorno, più 6%), incremento del portafoglio di asset upstream, nuove scoperte di “risorse esplorative”, investimenti tecnici tutti sbilanciati sullo sviluppo di giacimenti di idrocarburi (4,4 miliardi di euro su 6,1 miliardi).

La distanza tra le scelte reali e i messaggi pubblicitari è resa evidente anche dalla recente sanzione di cinque milioni di euro irrogata a Eni dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato per “pubblicità ingannevole nella campagna ENI diesel+”. Provvedimento nato “sia relativamente all’affermazione del positivo impatto ambientale connesso al suo utilizzo sia alle asserite caratteristiche di tale carburante in termini di risparmio dei consumi e di riduzioni delle emissioni gassose”. Per Giannelli tutto questo è però secondario: “Non siamo qui a discutere le politiche dell’Eni e non ci interessa la posizione ideologica su questa materia”. Alternative al colosso fossile non ce ne sarebbero state perché solo Eni avrebbe potuto “erogare questa formazione su tutto il territorio nazionale”.

Va detto che in sé il corso -in particolare il modulo dedicato al cambiamento climatico tenuto da Lorenzo Esposito Caserta di Eni- ha offerto in un’ora scarsa una panoramica corretta della situazione, rifacendosi a fonti autorevoli come il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), l’Accordo di Parigi del 2015, il Global Carbon Project, gli SDGs dell’Agenda 2030, i report dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), le pillole video della NASA sulla variazione globale delle temperature, gli Emissions Gap Report 2019 del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP). Piuttosto strano, va detto, ritrovarsi in una sala conferenze di Eni ad ascoltare sperticati elogi del movimento dei giovani “Fridays for future” o assistere alla difesa della comunità scientifica di fronte a una contestazione traballante di un insegnante affascinato dalle teorie negazioniste (“Un tempo la Groenlandia era un prato verde”).

Quello che è mancato però è stato il pezzo relativo alle strategie concrete di mitigazione e adattamento e il ruolo delle aziende. Eni ha voluto essere contemporaneamente presente (nell’analisi) e assente (rispetto al contenuto e agli impatti delle sue scelte) ed è un limite enorme in un corso di formazione che non era rivolto a semplici promotori del marchio.

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