Finanza / Attualità

“La finanza (per niente) green di Snam”. Quando la transizione è solo sulla carta

Circa un terzo dei titoli di debito emessi dall’azienda partecipata dallo Stato sono classificati come sostenibili, per un totale di circa tre miliardi di euro. Ma queste risorse continuano a finanziare operazioni radicate nel business fossile. L’analisi di ReCommon

© Victor UoIi, unspalsh

Tra il 2019 e il 2022 Snam, azienda attiva nella distribuzione di gas e partecipata al 30% dallo Stato, ha emesso sul mercato quasi tre miliardi di euro in bond green. Tuttavia, nonostante le promesse di sostenibilità proclamate dall’azienda, buona parte del capitale raccolto da questi titoli potrebbe venire impegnato per il finanziamento di business fossili. “La società usa nomi evocativi per le sue emissioni di bond green, ma utilizza i proventi per operazioni radicate nel business fossile”, spiegano Elena Gerebizza e Filippo Taglieri, autori del report “La finanza (per niente) green di Snam” pubblicato da ReCommon il 26 aprile, alla vigilia dell’assemblea degli azionisti dell’azienda che, anche quest’anno, si svolge a porte chiuse.

Facciamo un passo indietro. La vendita di bond classificati come sostenibili, i cui proventi sarebbero destinati a finanziare progetti di transizione ecologica, ha visto una decisa crescita negli ultimi due anni. Secondo il servizio di analisi finanziaria Bloomberg new energy finance, infatti, nel 2021 per la prima volta le banche hanno incassato più commissioni dalla vendita di bond “sostenibili” (stimate in 3,4 miliardi di dollari) rispetto a quelle ricavate da titoli derivati dal mercato oil&gas (pari a 3,3 miliardi di dollari). L’anno precedente le commissioni della vendita di titoli green erano di soli 1,9 miliardi di dollari.

Il volume di affari della finanza sostenibile è quindi in rapida crescita, una situazione di cui approfittano anche aziende attive nell’estrazione e nella commercializzazione dei combustibili fossili, che hanno iniziato a emettere dei titoli green sfruttando spesso la difficoltà da parte di osservatori e operatori nel valutare l’effettiva sostenibilità di un prodotto finanziario. Tra queste figura anche Snam che, dal 28 febbraio 2019 ad aprile 2022 ha emesso sei differenti bond green per un totale di 2,85 miliardi di euro su un totale di 12,5 miliardi di euro raccolti da tutti i titoli di debito emessi nello stesso arco di tempo. Tecnicamente le obbligazioni green pagano interessi periodici e finanziano progetti verdi in linea con gli standard delle Nazioni Unite; il capitale non viene assegnato per intero a queste iniziative, ma solo gradualmente. Di conseguenza, la quota non ancora allocata può essere utilizzata per finanziare nell’immediato qualsiasi altro tipo di operazioni, comprese quelle che non hanno a che fare con la transizione. “La liquidità raccolta, in altre parole, può essere utilizzata per saldare cedole e capitale di altre emissioni non necessariamente orientate alla decarbonizzazione. Ossia il business as usual di Snam”, si legge nel report.

Inoltre, come denunciato anche da ReCommon, sono i progetti di Snam a non essere veramente sostenibili. Il 56% dei fondi raccolti tramiti bond green saranno destinati a finanziare il progetto di retrofitting della rete di distribuzione gas. Si tratterebbe di sostituire i gasdotti già esistenti con impianti in grado di trasportare idrogeno o quello che l’azienda definisce “gas a basse emissioni”. “Sono molte le voci critiche riguardo al blending, ovvero il trasporto di quantità minime di idrogeno mescolato a gas fossile, che andrebbe a totale vantaggio di aziende come Snam il cui obiettivo è allungare la vita a questa filiera -ricordano gli autori del rapporto-. L’azienda non esplicita nemmeno di che tipo di idrogeno si tratti, che di fatto potrebbe anche essere prodotto da gas fossile, il cui impatto climatico è ancora più alto di quello del gas stesso”.

Ulteriore elemento di novità sulla strada della “sostenibilità” di Snam è il lancio, avvenuto il 22 gennaio 2022 del primo sustainability-linked bond (Slb) dell’azienda. Gli Slb, a differenza dei normali bond green, non sono vincolati al finanziamento di un progetto specifico o un settore valutato come sostenibile, ma sono invece legati a indicatori che misurano quanto l’ente che ha emesso il titolo di debito si sia allineato alle politiche di decarbonizzazione. Gli Slb contribuiscono quindi a finanziare la contabilità generale dell’ente che li emette in cambio di un interesse vincolato al raggiungimento di precisi obiettivi di sostenibilità; se questi non vengono ottenuti, viene garantito agli investitori un interesse maggiore. Questo fattore “premiale” dovrebbe rappresentare un incentivo alla realizzazione degli obietti preposti. Il sustainability-linked bond di Snam è finalizzato alla raccolta di 1,5 miliardi di euro ed è vincolato a una graduale riduzione percentuale delle emissioni. ReCommon però rimane scettico nei confronti di questo nuovo tipo di finanziamento. “Per le corporation come Snam, che sono un ostacolo per la transizione ecologica, i sustainability-linked bond sono lo strumento perfetto per ammettere, alla scadenza degli impegni, di aver fallito e pagare una penale davvero insignificante se comparata al danno irreversibile dell’innalzamento della temperatura globale e dell’ingiustizia sociale a cui continuano a contribuire, nascondendosi dietro a una sostenibilità solo presunta e di facciata (e non verificabile)”, denuncia il report.

Secondo ReCommon, quindi, la crescita dei titoli green non è necessariamente una buona notizia. Molte aziende fossili stanno entrando nel mercato della finanza sostenibile, ma lo fanno tramite gli Slb i cui proventi finanziano la contabilità generale e non un singolo progetto di decarbonizzazione. In pratica per un investitore interessato a supportare la transizione ecologica diventerà sempre più difficile capire se i suoi investimenti andranno a beneficio dell’ambiente. “Forse la domanda che tutti dovrebbero farsi è: ma davvero crediamo alla storia che anche le aziende fossili possono essere green?”, conclude il report.

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