Cultura e scienza / Attualità

La difesa di Montanelli è il trionfo dell’ipocrisia corporativa

La vernice sulla statua del giornalista è il gesto di chi crede nei valori della Costituzione. In attesa di rimuoverla, lasciamo quel colore rosso. La rubrica di Tomaso Montanari

Tratto da Altreconomia 228 — Luglio/Agosto 2020
© Sentinelli di Milano

“Ai nostri occhi la storia della giovane abissina e del soldato che ne fa la sua sposa bambina per un’usanza vergognosa dell’esercito regio è una storia sbagliata. Ma ci fa vergognare di più chi se la prende con un episodio di novant’anni fa da inserire nel contesto di un’epoca e di una guerra coloniale, quando ancora oggi in tante parti del mondo tante donne minori, indifese e sole, sono vittime di soprusi inaccettabili, di usurpazioni e violenze tollerate da famiglie e da governi ciechi, che ignorano ogni umanità. Quella che Montanelli aveva e i suoi imbrattatori non hanno”. Sono le parole finali di un editoriale firmato da Gian Giacomo Schiavi sul Corriere della sera il 14 giugno 2020. È un brano che meriterebbe di essere analizzato nei corsi di giornalismo. La contorsione sintattica svela un pensiero non meno contorto: comprare una quattordicenne e “sposarla” è meno grave che criticare questa stessa scelta. La ragione? Il contesto.

L’unica possibile risposta a questo trionfo di ipocrisia corporativa è far parlare i testi del protagonista: Indro Montanelli. Mettiamone tre in ordine cronologico. Nel 1936, un Montanelli ventisettenne scriveva su Civiltà fascista: “Ci sono due razzismi: uno europeo -e questo lo lasciamo in monopolio ai capelbiondi d’oltralpe; e uno africano -e questo è un catechismo che, se non lo sappiamo, bisogna affrettarsi a impararlo e ad adottarlo. Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà… Il bianco comandi”. Ma, direbbe Schiavi, teniamo conto del fascismo: tutti pensavano così!

A parte il fatto che non è affatto vero (esattamente un anno dopo, per citare un solo esempio di pensiero contrario, Carlo e Nello Rosselli venivano uccisi in Francia da sicari del fascismo), leggiamo cosa scriveva Montanelli nel 1962 a proposito delle lotte contro l’apartheid guidate da Martin Luther King: “Piano piano l’America sta rendendosi conto che con questo problema essa deve convivere perché non lo può risolvere. O meglio, lo può risolvere solo nell’ambito giuridico della parità dei diritti civili. Biologicamente, no. Perché sarà ingiusto, sarà ripugnante, sarà razionalmente inesplicabile e inaccettabile; ma è un fatto che il meticciato coi neri ha dato risultati catastrofici dovunque lo si è praticato”. Infine, arriviamo ai nostri giorni. Così, nel 2000. Montanelli celebrava il suo “matrimonio” razzista: “La ragazza si chiamava Destà e aveva 14 anni: particolare che in tempi recenti mi tirò addosso i furori di alcuni imbecilli ignari che nei Paesi tropicali a 14 anni una donna è già donna, e passati i 20 è una vecchia. Faticai molto a superare il suo odore, dovuto al sego di capra di cui erano intrisi i suoi capelli, e ancor di più a stabilire con lei un rapporto sessuale perché era fin dalla nascita infibulata: il che, oltre a opporre ai miei desideri una barriera pressoché insormontabile (ci volle, per demolirla, il brutale intervento della madre), la rendeva del tutto insensibile”.

La statua di Montanelli fu inaugurata a Milano il 22 aprile 2006. Tre anni prima il sindaco di destra Gabriele Albertini (che negò al Gay Pride il patrocinio del Comune) aveva dedicato una piazzetta al fondatore dell’Opus Dei e quindi un parco al fondatore di Comunione e Liberazione. Finché non sarà possibile rimuoverla, lasciamola coperta di vernice rossa: che almeno si veda che qualcuno, nell’Italia del 2020, crede ancora nei valori della Costituzione della Repubblica.

Tomaso Montanari è professore ordinario presso l’Università per stranieri di Siena. Ha vinto il Premio Giorgio Bassani di Italia Nostra

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