Cultura e scienza / Opinioni

Il furto dei ricchi

Nelle settimane della pandemia molti “padroni” hanno gettato la maschera, cercando in ogni modo di non fermare attività essenziali. Alcuni bussano alla porta dello Stato. La rubrica di Tomaso Montanari

Tratto da Altreconomia 227 — Giugno 2020
© Lea KobalUns-Unplash

Nell’ambito delle misure straordinarie legate alla pandemia il gruppo FCA (che ha eletto l’Olanda a domicilio fiscale) ha chiesto allo Stato di garantire un prestito di sei miliardi e mezzo di euro. Quando ho letto la notizia, mi è subito venuta in mente una dura sentenza, che ricorre negli scritti dei padri della chiesa: “Il ricco è un ladro, o il figlio di un ladro” (in certi casi, questa genealogia furtiva potrebbe allungarsi notevolmente). Il furto dei ricchi, secondo la Bibbia, consiste nell’accaparramento dei beni comuni, nella sottrazione di quella ricchezza alla collettività. Per dirla con Isaia (5,8): “Guai a quelli che aggiungono casa a casa, che uniscono campo a campo, finché non rimanga più spazio, e voi restiate soli ad abitare in mezzo al paese!”. I ricchi sono dunque i potenti, coloro che opprimono il popolo. Spiegando questo brano, papa Francesco ha detto: “Nella Bibbia spesso si parla dei potenti, dei re, degli uomini che stanno ‘in alto’, e anche della loro arroganza e dei loro soprusi. La ricchezza e il potere sono realtà che possono essere buone e utili al bene comune, se messe al servizio dei poveri e di tutti, con giustizia e carità. Ma quando, come troppo spesso avviene, vengono vissute come privilegio, con egoismo e prepotenza, si trasformano in strumenti di corruzione e morte”. E ha citato il brano del primo Libro dei Re in cui “Acab re di Samaria… disse a Nabot: ‘Cedimi la tua vigna; siccome è vicina alla mia casa, ne farei un orto. In cambio ti darò una vigna migliore oppure, se preferisci, te la pagherò in denaro al prezzo che vale’. Nabot rispose ad Acab: ‘Mi guardi il Signore dal cederti l’eredità dei miei padri’”. A quel punto Acab fa uccidere Nabot, dopo averlo accusato ingiustamente, e si impossessa della vigna.

Lontane storie dell’antico Israele? Chi di noi non ha visto il terribile discorso di un ricco editore, che si compiace delle occasioni di guadagno che la pandemia gli ha offerto? Snocciola le cifre cospicue che grandi industriali gli stanno offrendo per fare pubblicità ai loro prodotti sul suo giornale e sulla sua televisione. Gli italiani chiusi in casa erano (e, ahimé, potrebbero tornare a essere) un’ideale platea di consumatori e clienti, ossessivamente attaccati a uno schermo, o a una pagina, con le ultime notizie sulla sorte che ci attende: quale migliore occasione per arricchirsi? Dov’è il progetto della Costituzione sull’impresa, legittima in quanto è di utilità sociale? “Ciò che specialmente fa paura -ha scritto Hermann Grimm già nel 1886- nel moderno sistema e l’improvviso drizzone verso il mostruoso: è proprio dei nostri nuovi tempi che quando ci sia realmente da guadagnare milioni in un batter d’occhio le condizioni mutino, e si passa ogni misura senza che, e anche questo è un segno del tempo, nessuno ci veda niente di straordinario o che apparisca anche possibile il porvi riparo”.
Nelle scorse settimane molti padroni -chiamiamoli col loro nome- hanno gettato la maschera cercando in ogni modo di non fermare attività essenziali solo per il loro profitto: incuranti della salute dei lavoratori, considerati alla stregua di carne da cannone, e della salute dell’intera collettività.

In quanti si sono ammalati e sono morti per andare a produrre armi, o chiamando da un call center? “Dagli spietati interessi salvaci, Signore”, ha pregato Francesco nella piazza vuota: sono gli stessi interessi che hanno distrutto la sanità pubblica, fatto sparire i posti in rianimazione, distrutto il bene comune. E che ora bussano alla porta degli aiuti statali.

Tomaso Montanari è professore ordinario presso l’Università per stranieri di Siena. Ha vinto il Premio Giorgio Bassani di Italia Nostra

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