Ambiente / Reportage

La Croazia punta sul gas con il sostegno dell’Ue mettendo a rischio il futuro dell’isola di Krk

Krk è tra le isole del Mediterraneo più orientate alla sostenibilità nonostante la pressione turistica. Ma il governo croato ha imposto la costruzione di un doppio rigassificatore e deposito di gas classificato dalla Commissione europea come “progetto di interesse comune”. Dal 10 febbraio il Parlamento europeo potrebbe approvarne altri finanziamenti. Una scelta contraria al Green deal, spiegano gli amministratori del territorio

I lavori del rigassificatore sull'isola di Krk - © Carlo Dojmi

Sull’isola di Krk, a pochi chilometri in linea d’aria da Rijeka, la città croata Capitale della cultura europea 2020, è iniziata da qualche mese la costruzione di un doppio rigassificatore e deposito di gas: un impianto galleggiante (FSRU – Floating and Storage Regassification Unit) in mare e uno più grande su terraferma nei pressi del piccolo paese di Omisalj (Castelmuschio). Un progetto imposto dall’alto, conosciuto con il nome di Croazia LNG, economicamente e climaticamente insostenibile, eppure definito “strategico” dall’Unione europea: si tratta infatti di una delle grandi opere infrastrutturali classificate dalla Commissione europea come “progetto di interesse comune”, ovvero mega progetti che verranno costruiti nei prossimi anni con cospicui finanziamenti pubblici comunitari.

Nel caso di Croazia LNG, la Commissione europea ha devoluto al progetto 101,4 milioni di euro sui circa 250 milioni di euro stimati per la prima fase di costruzione. L’opera è inoltre inserita nella nuova lista di progetti di interesse comune che il Parlamento europeo in seduta plenaria approverà nella seconda settimana di febbraio, aprendo alla possibilità di ulteriori esborsi nei prossimi anni, anche sotto forma di garanzie pubbliche su prestiti privati o di istituzioni finanziarie europee come la Banca europea degli investimenti. Nonostante la svolta green annunciata dalla Commissione europea, e prima ancora dalla sua banca di sviluppo, l’indipendenza -culturale e finanziaria, più che geostrategica- dal gas è un obiettivo remoto per le istituzioni del Vecchio continente.

L’isola di Krk -Veglia, in italiano- è nota per essere tra gli esempi virtuosi di quelle isole del Mediterraneo che hanno scelto la strada della sostenibilità: dalle isole plastic free a quelle che puntano all’autonomia energetica o ad azzerare la produzione di rifiuti. Sostenibilità, resilienza, economia circolare sono diventati parole d’ordine per i territori più fragili del Pianeta, esposti più di altri agli effetti dei cambiamenti climatici. Il governo croato avrebbe potuto investire per sostenere la direzione scelta dai piccoli comuni dell’isola, che durante la stagione turistica si trovano a gestire il passaggio di oltre 120mila turisti al giorno, contro i 20mila residenti dell’isola quarnerina. Invece, abbagliato da interessi privatistici e forse dagli ingenti finanziamenti europei, ha deciso di puntare sull’energia fossile. Così la scorsa estate, per accelerare la realizzazione del doppio impianto LNG, ha approvato una legge speciale (la “legge LNG”), che permetterebbe di bypassare la normativa ambientale del Paese.

A fine 2019, mentre la nuova Commissione europea si stava insediando e venivano gettate le basi per il rivoluzionario Green Deal europeo, che prevede tra le altre cose lo stanziamento di 1 trilione di euro per la “transizione giusta” (un pacchetto di investimenti nel settore energetico che promette di invertire la rotta degli investimenti energetici europei in chiave di giustizia sociale e riduzione delle emissioni), siamo stati a Krk per conoscere le ragioni dell’opposizione trasversale degli abitanti dell’isola e non solo a questa grande opera e per capire se possa essere compatibile con il percorso più ampio di sostenibilità avviato da anni sull’isola.

Robert Kraljic ha poco più di quarant’anni e dal 2013 è sindaco del comune di Malinska-Dubašnica. A metà del suo secondo mandato si è fatto conoscere per aver messo un freno alla speculazione edilizia nella parte Nord-occidentale di Krk. Una scelta che vuole essere un primo passo per riprendere le redini di una gestione sostenibile nel medio e lungo termine del territorio che amministra. “Quando si è dissolta la Yugoslavia il turismo era all’apice. Ci stavamo sviluppando, avevamo una cultura europea, parlavamo lingue straniere. C’erano alberghi da 300-400 posti, con grandi ristoranti, sale da ballo, tutto controllato dallo Stato. Dopo la guerra è crollato tutto, sono iniziate le svendite di proprietà per pochi soldi e da li ha avuto origine e la speculazione edilizia”.

Fino agli anni Ottanta, sulla costa scoscesa affacciata sulla baia di Malinska c’era una decina di piccoli agglomerati di case. Adesso dalla strada che scende verso il mare si nota un territorio intensamente edificato che nella stagione turistica può ospitare fino a 40mila persone ma dove il resto dell’anno ne vivono poco più di 3mila. “La maggior parte degli appartamenti che vedete durante l’inverno è vuoto”, racconta Damir Franolic, ambientalista che vive da sempre sull’isola e si dedica a immaginare un percorso sostenibile per un territorio finito sotto attacco appena se n’è intravista la possibilità. “A Krk si vive bene e così sempre più persone scelgono di venire qui ad abitare. Ma stiamo arrivando al punto in cui lo sviluppo del turismo comincia a distruggere il turismo stesso”. Damir si è speso in prima persona per sostenere la lista indipendente capeggiata da Kraljic. “Per circa vent’anni, la politica locale ha incentivato la svendita degli immobili. Le giunte precedenti erano collegate ad alcuni potentati locali a loro volta connessi con l’ufficio per la pianificazione territoriale e dell’urbanistica, che hanno permesso una speculazione edilizia indisturbata per favorire il turismo di massa”, continua Damir. “Questo sistema governava con lo scopo di arricchirsi e sviluppare una politica di interessi privati. Il nuovo governo ha fermato questo modo di fare però va detto che sono stati causati alcuni danni e le conseguenze sono difficilmente riparabili”.

Che sull’isola sia in corso un processo di riorganizzazione dell’economia orientato alla sostenibilità lo vediamo anche a Krk, il centro abitato più grande, che ne condivide il nome. Seimila abitanti d’inverno, decine di migliaia d’estate, anche qui l’impronta della cementificazione lasciata negli ultimi due decenni inizia appena fuori dal centro storico affacciato sul mare. Proprio in questo punto ha sede Ponikve, l’azienda di servizi municipalizzata controllata dagli otto comuni dell’isola, nota in tutta la Croazia per avere coordinato con discreto successo la prima raccolta differenziata di rifiuti “fuori” dalla terraferma. Nei suoi uffici incontriamo Alen Grčetić, il capo della manutenzione dell’illuminazione pubblica sull’isola di Krk. “Oltre che della raccolta dei rifiuti, Ponikve si occupa anche di energia, fornitura e distribuzione dell’acqua, e della gestione dell’impianto fognario”. La stagione estiva è sempre una sfida: gli abitanti dell’isola passano da circa 20mila ad almeno 120mila al giorno. “Dobbiamo riuscire ad adattarci a queste esigenze, fornendo l’acqua in ogni casa anche nel momento di picco della stagione turistica, così da essere in grado di soddisfare tutti”. Un compito non da poco, che riguarda anche la transizione verso una produzione locale e a basso impatto di energia. Krk è una delle poche isole collegate alla terraferma da un lungo ponte. Cavi e tubi sottomarini portano sull’isola anche acqua e energia elettrica. Ma questo non ha fermato i comuni e gli abitanti dell’isola dall’interrogarsi sul proprio orizzonte di sostenibilità.

“Abbiamo due centrali fotovoltaiche a Treskalac, una di 136,8 KW e l’altra di 80 KW di potenza, entrambe realizzate nel 2012, che servono il fabbisogno energetico dell’azienda, incluso per l’impianto di raccolta differenziata”, spiega Alen, che sulla questione del rigassificatore è schietto: “Credo che la nostra generazione pensi che non sia necessario. Dobbiamo volgere lo sguardo alle energie rinnovabili ed essere autosufficienti e non pensare a queste grandi opere”.

Il tema delle rinnovabili sta facendo presa anche tra le famiglie e le aziende del territorio. Ce lo conferma Seny Sever, un installatore di pannelli fotovoltaici che ha iniziato la sua attività nel 2012 proprio sull’isola di Krk. Con lui visitiamo uno dei primi impianti che ha installato sul tetto di un capannone industriale che ospita un’officina meccanica, un gommista e un bar. “Dal 2019 è stata implementata una legge che permette lo scambio di energia con la rete, e la parziale copertura dei costi di installazione grazie ai sussidi statali. È un buon investimento ma non è solo questo, le persone sono anche consapevoli che si tratta di energia rinnovabile. È molto meglio prodursi la propria energia, pulita che acquistarla da un gestore che la produce dal nucleare o dal gas”.
Anche secondo lui il rigassificatore va in direzione contraria rispetto a tutto questo. “Non va bene e non ci serve e se ci dovesse essere un incidente rischiamo di perdere il turismo”.

Il Paese più a Sud dell’isola è Baška, meno di 2mila abitanti e la perfetta esposizione solare per divenire promotore di un impianto fotovoltaico da 5 MW. Il sindaco Toni Juranjiić ci spiega che ”la differenza tra questo e altri progetti è che il comune di Baška e l’isola di Krk vogliono che la società fatta per costruirlo e gestirlo rimanga pubblica e non privata e che sulla terra interessata dal progetto possano continuare a pascolare pecore e altri animali, ovvero possano continuare le attività economiche tradizionali di questa zona dell’isola. Krk e l’intera regione sono contro l’LNG, perché non possiamo legare la sostenibilità dell’isola con il rigassificatore. Qui, in modo diretto o indiretto, viviamo tutti di turismo. E questo è incompatibile con l’LNG”, conclude il sindaco. Un messaggio forte e diretto alle istituzioni europee e al governo croato. Resta da capire se il Green Deal europeo non sarà altro che fumo negli occhi per dare nuova legittimità alle multinazionali del petrolio e del gas, e alla finanza europea, perché il loro business possa continuare nonostante la crisi climatica e ambientale che stiamo vivendo.

Re:Common

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