Ambiente / Attualità

Hub europeo del gas naturale? Ecco perché all’Italia non conviene

Dal 2005 al 2015 i consumi di gas sono diminuiti in tutta Europa. E gli investimenti in rigassificatori si sono fermati. I numeri dimostrano che il ruolo di “traghettatore” verso le rinnovabili del combustibile fossile previsto quindici anni fa sia in realtà un miraggio. Un errore da non ripetere viste le strategie europee di decarbonizzazione

Il gas naturale è il combustibile fossile che a parità di energia fornita produce meno emissioni climalteranti. Anche dal punto di vista della qualità dell’aria, il gas naturale ha impatti minori rispetto a carbone e a petrolio. Per questo motivo in molti lo ritengono l’ideale combustibile di transizione, quello che può sostituire le altre fonti fossili in attesa della rivoluzione rinnovabile. Nel libro Civiltà solare abbiamo già spiegato come questo scenario sia superato dagli eventi. Periodicamente, però, ritorna l’ipotesi che il nostro Paese possa diventare l’hub europeo del gas. Proviamo ad approfondire l’argomento, con particolare riferimento a quanto avvenuto in Italia e nei Paesi ad essa prossimi negli ultimi 50 anni.

Il gas è un combustibile adatto sia alla produzione di elettricità in centrali termoelettriche, sia all’utilizzo diretto per gli usi termici (riscaldamento, acqua calda sanitaria, cottura dei cibi) o industriali. Può anche essere utilizzato su mezzi di trasporto, ad esempio su vetture a benzina opportunamente modificate. A metà degli anni Sessanta, i consumi di gas naturale nel nostro Paese e nel continente europeo erano sostanzialmente trascurabili. Nei Paesi che oggi fanno parte dell’Unione europea corrispondevano infatti a circa un decimo dei consumi attuali.

Da allora però, grazie a innovazioni tecnologiche che ne hanno favorito l’estrazione e il trasporto a lunga distanza, le cose sono cambiate in maniera significativa. Precise scelte politiche portarono a compimento il processo di metanizzazione del nostro Paese. Chi oggi ha almeno 40 anni si ricorda bene “Il metano ci dà una mano”, la campagna pubblicitaria di Snam che accompagnava la conversione della rete da gas di città (prodotto a partire dal carbone) a gas naturale (estratto direttamente e composto quasi interamente da metano).

In quegli anni l’andamento dei consumi di gas è in continuo aumento. In particolare tra il 1985 e il 2005 in Italia i consumi di gas naturale sono più che raddoppiati. Ma anche considerando Paesi come Francia, Germania, Austria e Svizzera, o l’intero insieme dei Paesi appartenenti all’Unione Europea i dati sono univoci.

dati BP rielaborati

Immaginate quindi di essere un decisore politico italiano a metà degli anni 2000. L’aumento della dipendenza energetica del nostro Paese dall’estero è un fatto preoccupante. D’altra parte però è un problema condiviso con altri illustri vicini. Il fatto che un fornitore importante come la Russia possa decidere di “chiudere i rubinetti” diventa un problema potenzialmente destabilizzante, come dimostrato dalla crisi con l’Ucraina dell’inverno 2005-2006. Si pensano quindi strategie di fornitura alternative e Paesi produttori più lontani. Mettendoli in concorrenza si ritiene di poterne ottenere offerte vantaggiose.

Per questo motivo si inizia un programma per la costruzione di diversi rigassificatori lungo le coste italiane. In questo modo infatti potremmo acquistare gas da Paesi molto lontani. Il gas non verrebbe trasportato attraverso dei gasdotti, ma verrebbe fatto diventare liquido, per occupare molto meno spazio e poter essere ospitato in navi appositamente predisposte. Giunto al porto di arrivo, provvisto di rigassificatore, il gas verrebbe fatto espandere per poter essere immesso nella rete nazionale. In questo modo l’Italia non solo si assicurerebbe le migliori condizioni di fornitura, ma potrebbe addirittura pensare di esportare il gas negli altri Paesi europei.
Sembra tutto estremamente ragionevole. Eppure le cose sono andate in un altro modo.

dati BP rielaborati
dati BP rielaborati

Dal 2005 al 2015 i consumi di gas sono diminuiti praticamente in tutta Europa. Al di là di una certa variabilità stagionale (se in inverno fa più freddo i consumi aumentano e viceversa) l’andamento mostrato nel grafico è assolutamente chiaro. In pratica, al momento il gas non sta svolgendo quel ruolo di traghettatore verso le rinnovabili che molti avevano previsto. E proprio per questo motivo gli investimenti in rigassificatori (che sarebbero interamente privati) si sono fermati. In un settore così complesso come quello delle forniture di energia, limitare il quadro a una finestra temporale di soli dieci anni potrebbe produrre una fotografia fuori fuoco.

Vediamo allora cosa ci si aspetta che possa avvenire in futuro.

tratta da “The Energy of the Future” quarto rapporto sulla transizione energetica del ministero tedesco per gli affari economici e l'energia
tratta da “The Energy of the Future” quarto rapporto sulla transizione energetica del ministero tedesco per gli Affari economici e l’energia

La Energiewende tedesca, cioè la strategia per la transizione energetica, prevede che i consumi totali di energia in Germania debbano diminuire del 50% entro il 2050. In pratica la Germania a metà secolo consumerà la metà dell’energia che consumava nel 2008. Circa il 60% di questa energia dovrà essere prodotta da fonti rinnovabili. La quota non rinnovabile dovrà quindi ridursi di quasi l’80%.

tratta da “Energy transition for green growth act” del Ministero francese per l'ecologia, lo sviluppo sostenibil e l'energia
tratta da “Energy transition for green growth act” del ministero francese per l’Ecologia, lo sviluppo sostenibile e l’energia

Anche la Francia ha l’obiettivo di dimezzare i propri consumi energetici complessivi entro metà secolo.

La Svizzera ha recentemente confermato in un referendum popolare la strategia energetica definita dalla Confederazione che prevede una riduzione dei consumi energetici superiore al 50% entro il 2050.

Il nostro Paese per ora non ha definito obiettivi così a lungo termine. Recentemente è stata pubblicata una bozza di Strategia Energetica Nazionale che però arriva solo fino al 2030. Gli obiettivi sono molto timidi rispetto a quelli degli altri Paesi europei analizzati, ma neppure il ministro Carlo Calenda si immagina che possa esserci un aumento dei consumi di gas nei prossimi anni; anzi si ipotizza “contrazione dei consumi di gas naturale e prodotti petroliferi” pari a circa il 10% entro il 2030.

Cosa significano tutti questi numeri? Significano che non sembra esserci alcuno spazio per un rilancio dei consumi di gas naturale nel nostro Paese e nei Paesi a noi più vicini. In questo quadro generale, pensare di realizzare investimenti per fare dell’Italia l’hub europeo del gas, sarebbe come aprire una macelleria in un quartiere dove tutti stanno diventando vegani. Non abbiamo bisogno di investimenti sbagliati, stiamo ancora pagando le conseguenze degli errori fatti negli ultimi quindici anni.

Se qualcuno invece la pensa in modo diverso, ci dia qualche numero per poterci convincere a cambiare idea.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia