Diritti / Inchiesta

Così gli investitori privati hanno speculato su Ebola nella Repubblica Democratica del Congo. Inchiesta su un affare milionario

Cento milioni di dollari sono stati promessi dalla Banca Mondiale in aiuto alle popolazioni colpite. Ma sono finiti altrove. La maggior parte delle aziende che hanno investito sugli “Ebola bond”, circa l’83%, sono europee. Si tratta di fondi pensione e società di gestione risparmi. Inchiesta

Tratto da Altreconomia 224 — Marzo 2020
Beni, Repubblica Democratica del Congo, gennaio 2019: un operatore sanitario esce da un Ebola Treatment Center gestito da Alima. Le fotografie di questo servizio sono di Vincent Tremeau (World Bank, CC BY-NC-ND 2.0)

La Repubblica Democratica del Congo sta affrontando la seconda più grave epidemia di Ebola dopo quella del 2014-2016, che ha causato più di 11mila morti in Africa occidentale. Una crisi sanitaria che si sarebbe potuta evitare grazie a un finanziamento anticipato della Banca Mondiale di 100 milioni di dollari. Oggi quei soldi -promessi dall’ex presidente della banca, Jim Yong Kim- sono stati effettivamente pagati, ma attraverso un meccanismo finanziario distorto non si sono trasformati in un contributo a favore delle popolazioni colpite, bensì in premi a investitori privati.

Il motivo va ricercato nel funzionamento del “Pandemic emergency financing facility” (Pef), uno strumento finanziario creato nel 2016 dalla Banca Mondiale per raccogliere fondi privati da poter utilizzare in casi di emergenza legati allo scoppio di pandemie. L’obiettivo dichiarato è fornire aiuti economici immediati alle popolazioni dei Paesi più poveri colpite dalle epidemie, per non farsi trovare impreparati come in passato. “Per la prima volta avremo un sistema che può spostare finanziamenti e squadre di esperti verso i siti di epidemie prima che vadano fuori controllo” aveva annunciato Kim durante la presentazione del Pef nel maggio di quattro anni fa.

Gli investitori privati, attraverso l’acquisto di obbligazioni, si impegnano a fornire aiuti ai Paesi colpiti da un’epidemia. In cambio, ricevono ogni anno un premio

Secondo l’ultimo bollettino dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), l’ondata di Ebola che sta colpendo da agosto 2018 la Repubblica Democratica del Congo ha causato finora (18 febbraio 2020) 2.253 morti. Eppure al momento nessun finanziamento privato raccolto dal Pef è stato erogato in sostegno del Paese centrafricano. Per capire come questo sia stato possibile è necessario comprendere il meccanismo alla base del Pef, che segue una logica di tipo assicurativo: un soggetto paga ogni anno un premio a un’assicurazione in cambio di un rimborso per sostenere le spese causate da un determinato evento. Nel caso del Pef gli assicurati sono la Banca Mondiale e due nazioni donatrici, Giappone e Germania, gli assicuratori sono degli investitori privati e l’evento è lo scoppio di un’epidemia.
In altre parole gli investitori privati, attraverso l’acquisto di obbligazioni, si impegnano a fornire aiuti economici ai Paesi colpiti da un’epidemia. In cambio ricevono ogni anno un premio, finanziato da Giappone, Germania e Banca Mondiale, per compensare il rischio sostenuto. Questo meccanismo prevede fino a 425 milioni di dollari come copertura dal rischio di epidemie di influenza, Ebola, Coronavirus e altre malattie infettive. “Ma se a luglio 2020 non verranno soddisfatti i criteri minimi per far scattare l’aiuto economico alle popolazioni colpite da un’epidemia, gli investitori avranno indietro il denaro investito più i premi maturati” spiega Domenico Villano, collaboratore della Fondazione Finanza Etica.

Secondo l’ultimo bollettino pubblicato dell’Organizzazione mondiale della sanità all’inizio del febbraio 2020, le province colpite da Ebola nella Repubblica Democratica del Congo sono tre: Ituri (268 morti), North Kivu (1.982 morti) e South Kivu (3 morti). © Vincent Tremeau

Ed è su questo punto che si stanno concentrando molte delle critiche rivolte al Pef. Nel caso dell’Ebola i criteri per liberare il pagamento richiedono che siano trascorse almeno 12 settimane dall’inizio dell’epidemia e che questa abbia causato almeno 250 morti. Il problema è che i decessi devono essere distribuiti in più di un Paese e ciascuno deve registrarne almeno 20. E così, con un numero di vittime quasi dieci volte superiore al minimo necessario per far scattare l’emergenza, la Repubblica Democratica del Congo non ha paradossalmente ancora ricevuto aiuti economici. Secondo quanto stabilito dal Pef, sarebbero dovuti arrivare 45 milioni di dollari per 250 vittime, 90 milioni di dollari per 750 vittime e 150 milioni di dollari per 2.500 vittime. Al momento però sono stati pagati soltanto i premi agli investitori privati, pari a 114 milioni di dollari. Il problema è che, con una superficie di 2,3 milioni di chilometri quadrati, la Repubblica Democratica del Congo è l’undicesimo Paese più grande al mondo. Pari a otto volte l’Italia e a metà dell’Unione europea. Con queste dimensioni è molto difficile che un virus superi i confini del Paese e quando lo fa, come sta avvenendo ora con i primi decessi registrati in Uganda, potrebbe essere già troppo tardi.

© Vincent Tremeau

Le cosiddette “obbligazioni pandemiche” si suddividono in due categorie: una copre malattie come l’influenza e frutta agli investitori una rendita del 6,5%, l’altra, che copre malattie come l’Ebola, ha una rendita dell’11,1%. Tassi molto alti che rendono questi titoli “un ottimo affare per gli investitori, ma non per la salute globale”, ha denunciato in un editoriale pubblicato sulla rivista Nature l’ex consulente economico per la Banca Mondiale, Olga Jones. “Creare dei titoli attraenti per gli investitori privati significa disegnarli in modo tale da rendere difficile il pagamento del finanziamento e quindi la perdita dei loro investimenti”, ha scritto. La Banca Mondiale ha raccolto 320 milioni dalla vendita di queste obbligazioni: 225 milioni per le obbligazioni con rendita al 6,5% e 95 per quelle destinate all’Ebola. La maggior parte delle aziende che hanno investito sugli “Ebola bond”, circa l’83%, sono europee. Si tratta di fondi pensione, società di gestione risparmi e investitori specializzati nell’acquisto di obbligazioni di questo tipo, più comunemente conosciute come “obbligazioni catastrofe”. Dalle informazioni fornite dalla società di analisi dati Refinitiv ad Altreconomia, la società d’investimento scozzese Baillie Gifford è uno dei principali detentori degli “Ebola bond”, grazie ai 6,5 milioni di euro investiti. Dietro, con 4 milioni investiti, troviamo la statunitense Pioneer Investment Management, acquisita nel 2018 dalla francese Amundi, la più grande società di gestione del risparmio europea, controllata da Crédit Agricole. La stessa Amundi, nello specifico la succursale italiana del gruppo, risulta tra i detentori di una piccola parte degli “Ebola bond”, lo 0,26% pari a 250mila euro. Contattata da Altreconomia, Amundi non ha fornito spiegazioni sui motivi per cui ha investito in questo fondo.

La maggior parte delle aziende che hanno investito sugli “Ebola bond”, circa l’83%, sono europee. Si tratta di fondi pensione, società di gestione risparmi

Finora, gli unici aiuti forniti dal Pef provengono da un secondo fondo finanziato esclusivamente attraverso contributi di Germania e Australia, senza alcun coinvolgimento dei privati. Questo fondo, che al momento ha fornito 64 milioni di dollari per combattere Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, è stato istituito nel 2016 con l’obiettivo di assegnare un finanziamento quando i criteri del meccanismo assicurativo non vengono soddisfatti. E così gli unici soldi stanziati dal Pef non sono quelli ottenuti dagli investitori privati ma quelli provenienti da finanziamenti pubblici, utilizzati per pagare i premi assicurativi o come contributi volontari.

Un operatore sanitario vaccina un uomo nella provincia del North Kivu, nella RD del Congo.
Secondo MSF, le dosi necessarie a garantire una copertura vaccinale tale da contenere l’epidemia sono ancora insufficienti © Vincent Tremeau

“L’opinione più diffusa è che i finanziamenti pubblici non siano sufficienti a raggiungere gli obiettivi di sviluppo e che il settore privato possa fornire magicamente il denaro necessario. Ma i privati non forniscono denaro gratuitamente” commenta ad Altreconomia Tim Jones, responsabile delle politiche di Jubilee Debt Campaign, una coalizione britannica di organizzazioni che si battono per la cancellazione del debito dei Paesi più poveri. “Sarebbe stato molto più efficiente per il settore pubblico finanziare un proprio fondo piuttosto che perdere denaro per finanziare il profitto dei privati”. Soldi che potrebbero sostenere progetti per l’accesso ai farmaci essenziali. A novembre l’Agenzia europea per i medicinali ha approvato la commercializzazione di un vaccino che si è dimostrato efficace nel prevenire l’Ebola e che è già stato somministrato a migliaia di persone in Repubblica Democratica del Congo. Ma, come denunciato da Medici Senza Frontiere, le dosi necessarie a garantire una copertura vaccinale tale da contenere l’epidemia sono ancora insufficienti.

Nel campo della salute globale esistono altri fondi creati per raccogliere risorse da impiegare in casi di emergenze sanitarie e umanitarie, come il Central Emergency Relief Fund (Cerf) delle Nazioni Unite e il Contingency Fund for Emergencies (Cfe) dell’Oms. Entrambi sono finanziati attraverso donazioni volontarie e per questo hanno dovuto lottare spesso contro la mancanza di risorse. Il Pef, sfruttando gli investimenti privati come fonte di finanziamento alternativa, sulla carta rappresenterebbe un modello innovativo di supporto alle popolazioni colpite da crisi sanitarie. Ma i criteri estremamente rigidi e poco flessibili di questo strumento hanno invece favorito gli interessi degli speculatori. Un’analisi effettuata da due ricercatori della London School of Economics and Political Science (Lse) ha confrontato i criteri di pagamento dei due fondi istituiti dalle Nazioni Unite e dall’Oms con quelli del Pef. Sono stati considerati 28 casi di epidemie scoppiate a causa di malattie come Ebola o influenza AH1N1. Da quando il Cfe è stato creato alla fine del 2015, ha fornito 25 aiuti economici per questi eventi. Il Cerf, attivo dal 2006, è intervenuto 41 volte. Secondo la stima degli autori se questi due strumenti avessero avuto gli stessi criteri del Pef, avrebbero fornito aiuti soltanto in due dei 28 casi di epidemia considerati.

2.250 i morti causati a metà febbraio 2020 da Ebola nella Repubblica Democratica del Congo. La prima epidemia (2014-2016) ne aveva causati 11mila nell’Africa occidentale

La mancanza di aiuti non ha conseguenze solo in termini di costi umanitari. I Paesi colpiti da disastri, come quelli ambientali o in questo caso sanitari, rischiano di aumentare il loro debito pubblico per farvi fronte, rendendo più difficile proteggersi da futuri disastri. Attualmente la Repubblica Democratica del Congo spende in media il 7% delle sue entrate per il pagamento del debito estero. “Nonostante sia inferiore alla media dei Paesi africani, il pericolo è che questo aumenti a causa dell’epidemia di Ebola, come è successo in Sierra Leone durante l’epidemia del 2014-2016” spiega Tim Jones. Il debito estero della Sierra Leone è aumentato dal 6% del 2016, al 13% nel 2019 e si stima che arriverà al 19% entro il 2022. Il 40% di questi pagamenti è destinato al Fondo Monetario Internazionale che, nonostante la cancellazione di 29 milioni di dollari di debito contratto dal Paese africano, ha continuato a prestargli soldi durante l’emergenza (254 milioni tra il 2015 e il 2017). Oggi il governo della Sierra Leone è costretto a tagliare la spesa pubblica pro capite. “La Repubblica Democratica del Congo è un Paese molto più grande della Sierra Leone. Per questo i segni di una crisi economica causata dall’epidemia di Ebola non sono ancora evidenti. Credo quindi che ci siano poche possibilità che il debito del Congo venga cancellato in questo momento in risposta alla crisi sanitaria”, aggiunge Tim Jones.

I Paesi colpiti da disastri, come quelli ambientali o in questo caso sanitari, rischiano di aumentare il loro debito pubblico. Il caso della Sierra Leone

La Banca Mondiale ha dichiarato che sono in corso le discussioni sulla realizzazione del Pef 2.0. Per i ricercatori della Lse, date le difficoltà affrontate da molti fondi per raccogliere soldi dai donatori, le capacità finanziarie del Pef potrebbero colmare questa lacuna solo se si introducessero modifiche ai criteri di pagamento. In particolare è necessario eliminare i criteri numerici che prevedono un numero minimo di morti in almeno due Paesi e che sono alla base di questo strumento finanziario. In questo modo si eviterà di erogare gli aiuti quando l’epidemia si sarà trasformata in pandemia, favorendo la risposta immediata che avrebbe dovuto caratterizzare il Pef. Secondo Jubilee Debt Campaign, invece, le soluzioni non possono arrivare dai privati. Per disporre di fondi rapidi per fronteggiare un’emergenza sanitaria sono necessarie moratorie immediate sui pagamenti del debito. Inoltre, gli aiuti dovrebbero essere forniti attraverso sussidi piuttosto che attraverso i prestiti. Soltanto così, per gli attivisti della campagna per la cancellazione del debito, sarebbe possibile dare priorità alla sicurezza sanitaria globale rispetto agli interessi degli investitori.

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