Diritti / Approfondimento

Così il sistema della pubblicazione scientifica taglia fuori il Sud del mondo

Per i ricercatori in Africa, Asia e America Latina è difficile trovare spazio sulle maggiori riviste internazionali. E i costi elevati degli abbonamenti impediscono l’accesso ai risultati delle ricerche. L’alternativa è l’open-access

Tratto da Altreconomia 221 — Dicembre 2019
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Quando nel 2014 l’epidemia di Ebola è arrivata dalla Guinea in Liberia, il ministero della Salute liberiano ha predisposto un piano di contenimento del virus. Per redigerlo, un gruppo di funzionari sanitari guidati dall’ex ministro della salute Bernice Dahn, come da prassi, ha raccolto tutte le informazioni disponibili in quel momento sul virus e sulla malattia. Grazie a una revisione della letteratura scientifica, i tecnici hanno trovato un articolo con precise raccomandazioni per il Paese: “La Liberia deve essere inclusa nella zona endemica del virus Ebola” e in futuro “il personale medico liberiano dovrà essere consapevole della possibilità di incontrare casi infetti e quindi pronto a evitare epidemie”. Lo studio risale al 1982, quando tre virologi di Amburgo hanno pubblicato i risultati delle analisi di campioni di sangue di centinaia di cittadini liberiani prelevati nel 1978-79.

Perché per 33 anni nessun funzionario sanitario liberiano è mai venuto a conoscenza di quelle informazioni? L’articolo si trova sulla rivista scientifica Annals of Virology e ancora oggi per leggerlo è necessario pagare 31,5 dollari, più del 10% dello stipendio mensile di un medico liberiano. Se i risultati fossero stati accessibili liberamente, ha denunciato Bernice Dahn, e se gli operatori liberiani fossero stati formati a identificare l’epidemia, forse nel 2014 sarebbero stati più preparati a fronteggiare il virus Ebola.

I ricercatori africani hanno spesso denunciato gli ostacoli che incontrano per accedere al sapere scientifico: “Tra i principali problemi ci sono i costi degli abbonamenti alle riviste scientifiche. Le prime barriere sono quindi di tipo economico”, spiega ad Altreconomia Justin Ahinon, fondatore di Africarxiv, una piattaforma che raccoglie pubblicazioni scientifiche da tutta l’Africa e le mette a disposizione di tutti liberamente. Alle difficoltà economiche si aggiungono altri due aspetti che caratterizzano l’editoria scientifica: la forte prevalenza di articoli pubblicati da ricercatori occidentali sulle riviste scientifiche e la composizione dei comitati editoriali che giudicano le ricerche, composta in maggioranza da scienziati provenienti da Paesi ad alto reddito. Negli ultimi anni, diverse iniziative sono nate per permettere agli scienziati del Sud del mondo di avere maggiore visibilità a livello globale. In Africa DICAMES e Africarxiv hanno l’obiettivo di offrire maggiori -e più facili- opportunità ai ricercatori africani di collaborare con altri scienziati del continente o di altre parti del mondo. Sono archivi digitali di bozze e articoli scientifici realizzati da scienziati africani o da ricercatori internazionali che si occupano di Africa. L’accesso a questi archivi è completamente gratuito.

Alla base di queste piattaforme c’è il modello open-access che si basa sull’idea che l’accesso al sapere scientifico deve essere aperto a tutti, senza ostacoli di natura economica, geografica e linguistica. Secondo l’approccio open, ogni ricercatore, in qualsiasi parte del mondo, dovrebbe essere in grado di accedere ai contenuti scientifici online, di scaricare i risultati e i dati contenuti nei singoli articoli e riutilizzarli per le sue ricerche, senza nessun costo. Oggi invece, per pubblicare articoli scientifici e per accedere ai contenuti delle riviste, i principali editori scientifici propongono abbonamenti con tariffe insostenibili per molte università e istituti di ricerca. “L’open-access è una grande possibilità -continua Ahinon-. Può cambiare completamente il modo in cui la ricerca e i contenuti scientifici sono prodotti e diffusi in Africa e dare un grande impulso a correggere lo squilibrio tra l’Occidente e il resto del mondo accademico”. Un divario che non riguarda solo l’Africa, ma anche altre regioni del mondo come America Latina e Asia.

Per contrastare le disparità tra Paesi sono nate diverse iniziative a livello internazionale. Come Research4Life, un progetto coordinato da varie agenzie Onu e appoggiato da università e editori scientifici come Elsevier, che fornisce a più di 8.300 istituzioni in 115 Paesi a basso reddito accesso gratuito, o a costo ridotto, alle pubblicazioni scientifiche. Un impegno che secondo molti ricercatori non è sufficiente, perché continua a escludere dal sistema approcci e visioni differenti da quella occidentale.

31,5 dollari: tanto costa l’accesso ad un articolo sul virus Ebola pubblicato nel 1982 sulla rivista Annals of Virology. Fino al 2015 nessun medico lo conosceva in Liberia

Web of Science (WoS) e Scopus sono i database di studi scientifici più utilizzati dai ricercatori di tutto il mondo. Se si prende in considerazione il numero di articoli presenti solo su Scopus si nota che dal 1990 quasi il 70% degli articoli è pubblicato da soli otto Paesi: Stati Uniti, Cina, Regno Unito, Germania, Giappone, Francia, Canada e Italia. I due database sono considerati dalla comunità scientifica internazionale le fonti più attendibili e autorevoli per consultare la letteratura scientifica e valutare la qualità delle riviste. Tuttavia non contengono tutte le attuali conoscenze della ricerca globale, e coprono solo una piccola frazione delle pubblicazioni che non provengono dal Nord America e dall’Europa. Il 76% degli editori delle riviste dei due database proviene da soli dieci Paesi (Stati Uniti, Regno Unito, Olanda, Germania, Cina, Spagna, Francia, Svizzera, India e Italia), e il 50% da Stati Uniti e Regno Unito. “La piccola porzione di studi provenienti dall’Africa, ma anche da Paesi dal Sud-Est asiatico e dell’America Latina, in Wos e Scopus non è dovuta però alla mancanza di studi realizzati da ricercatori di queste zone del mondo, ma alla loro sottorappresentazione nei database” spiega Ahinon.

Inoltre c’è anche un problema legato a chi giudica quali ricerche pubblicare. I comitati editoriali delle riviste hanno l’importante ruolo di accettare o rifiutare gli studi che i ricercatori di tutto il mondo gli sottopongono. Uno studio del 2017, pubblicato sulla rivista scientifica Plos Biology, ha calcolato, per esempio, che quasi il 94% dei circa 4mila scienziati che hanno fatto parte, dal 1985 al 2014, di un comitato editoriale in riviste di biologia ambientale provenivano da Paesi ad alto reddito. Il 70% solo da Stati Uniti o Regno Unito.

ll rischio è che vengano selezionati soltanto studi che rispecchiano la prospettiva di una parte di mondo. Alcune zone hanno così sviluppato sistemi di pubblicazione scientifica diversi da quello nordamericano e europeo. Arianna Becerill è la fondatrice di Amelica, un progetto nato nel 2018 con l’obiettivo di preservare il modello latinoamericano dall’avanzata dei grandi editori privati. In America Latina, infatti, la maggior parte delle riviste scientifiche sono universitarie, finanziate da fondi pubblici messi a disposizione dallo Stato. È un modello no-profit, che pubblica contenuti in modalità open-access e permette agli autori di concentrarsi su argomenti di ricerca anche locali. “Questo -spiega Arianna Becerill ad Altreconomia- è l’unico modo per rendere la comunicazione scientifica sostenibile, equa, inclusiva e partecipata”. Uno dei punti di riferimento per la pubblicaziona in America Latina è Scielo, una libreria digitale fondata nel 1997 in Brasile, che pubblica più di 1.200 giornali da circa 15 Paesi latinoamericani in modalità open-access. Nel 2013, Scielo ha stretto un accordo con WoS per inserire nel database statunitense i titoli della libreria digitale latinoamericana. Un passo in avanti importante che permette a un grande numero di ricerche di entrare a far parte di uno dei più grandi database scientifici al mondo. Non senza conseguenze però, secondo Becerill: “In questo modo si regala il lavoro fatto negli ultimi 20 anni dagli editori latinoamericani a un’impresa privata. E si sottopone la nostra ricerca a sistemi di valutazioni diversi da quelli utilizzati in America Latina”.

Wos è di proprietà di Clarivate Analytics, società che si occupa di calcolare il principale indice utilizzato per la valutazione delle riviste scientifiche: l’impact factor. L’indice si calcola in base alle citazioni ricevute dagli articoli pubblicati su una rivista: più volte i contenuti sono citati da altre riviste, più alto sarà l’impact factor e più prestigiosa considerata la rivista. Un modello di valutazione che potrebbe avere forti ripercussioni a livello locale: “Per un ricercatore latinoamericano pubblicare su una rivista locale sta diventando secondario, perché i sistemi di valutazione spingono a pubblicare in riviste presenti in Scopus o Wos. Ma nei Paesi latinoamericani, soprattutto in discipline come le scienze agrarie e le scienze sociali, un articolo o una rivista sono valutati in base all’impatto che producono sulle comunità, non all’impact factor”.

La Colombia, per esempio, ha un suo indice di valutazione delle riviste, Publindex, gestito dal Dipartimento di scienza, tecnologia e innovazione del governo (Colciencias). In passato stabiliva l’importanza della rivista in base a criteri nazionali e alle esigenze di sviluppo tecnico-scientifico del Paese in quel momento. Di una rivista si prendeva in considerazione se agli studi pubblicati seguissero brevetti o se le tecniche descritte -soprattutto in ambito sociale, agricolo o locale- avessero apportato effettiva innovazione al territorio. Oggi l’impatto delle riviste è calcolato prevalentemente sulla base delle citazioni ottenute. “Ora i ricercatori puntano a pubblicare su riviste internazionali dove però le questioni locali sono meno sentite -continua Becerill-. In questo modo la ricerca in America latina rischia di orientarsi tutta verso temi più in linea con gli editori occidentali e a tenere meno in considerazione i nostri sistemi di valutazione”. Secondo uno studio del 2016 apparso sulla rivista Sociometrics, i database Wos e Scopus sono dominati da riviste biomediche, di scienze naturali e di ingegneria che pubblicano in lingua inglese. Le scienze sociali e umane sono prese poco in considerazione, così come gli articoli pubblicati in una lingua diversa dall’inglese.

1.200 le riviste scientifiche diffuse in modalità open-access da Scielo, libreria digitale fondata nel 1997 in Brasile

Per i sostenitori dell’open-access, il libero accesso al sapere scientifico mette in discussione le barriere che ostacolano la produzione e la circolazione della conoscenza, ma pone anche importanti questioni relative al potere: chi stabilisce su cosa è importante fare ricerca? Chi decide qual è il metodo migliore per valutare la ricerca? Per Justin Ahinon di Africarxiv “bisogna ancora lavorare sul coinvolgimento attivo delle voci accademiche provenienti da altre zone del mondo. Per incentivare i ricercatori africani stiamo promuovendo su Africarxiv anche l’uso delle lingue locali e la divulgazione del sapere indigeno e tradizionale, cercando di proteggere la proprietà intellettuale collettiva delle popolazioni indigene”. Con l’obiettivo di costruire un sistema veramente inclusivo verso il Sud del mondo, che permetta un confronto scientifico globale equo e la collaborazione tra ricercatori di tutto il mondo, nel 2014 è nato il network Open and Collaborative Science in Development (OCSDNet). Scienziati e attivisti di 26 Paesi dell’America Latina, dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia si sono uniti e confrontati per capire cosa significa per il Sud del mondo una scienza veramente aperta. Non si tratta solo di avere accesso alle pubblicazioni ma aprirsi agli approcci teorici e alle visioni provenienti da più parti. Arrivare, attraverso l’open-access, a realizzare l’open-science.

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