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Cultura e scienza / Approfondimento

In scena i diritti violati dei migranti: il confine, tra palco e realtà, sparisce

Registi e attori portano in scena le storie delle persone in transito, le violenze subite lungo i confini e le politiche di respingimento. Spettacoli che vogliono suscitare empatia nel pubblico, ma anche essere occasione di consapevolezza

Tratto da Altreconomia 255 — Gennaio 2023
Agata Tomšič della compagnia ErosAntEros durante lo spettacolo “Libia” prodotto in collaborazione con Davide Sacco © Dario Bonazza

“Uno spettacolo teatrale non ti permette di alzarti e andartene. O meglio, puoi farlo ma diventa una tua scelta. Siamo talmente bombardati da notizie sui ‘migranti’ che spesso non ci prendiamo il tempo di approfondire i dettagli. E in scena noi portiamo volutamente le storie delle violenze subite dalle persone e le ripetiamo più volte. Vogliamo che gli spettatori desiderino solo che arrivi al più presto la fine dello spettacolo”. Žiga Divjak è il regista di “The game”, una produzione del teatro Mladinsko in collaborazione con Maska Ljubljana che mette in scena le testimonianze raccolte dal Border violence monitoring network (Bvmn), una rete presente su diverse frontiere europee che raccoglie le testimonianze dei respingimenti. Dal game tra Croazia e Bosnia ed Erzegovina, a Lampedusa, passando per l’esodo di Idomeni, tra Grecia e Macedonia del Nord, alla “terribile” Libia, luogo di violenze e soprusi per chi fugge da povertà e guerre: le violazioni dei diritti umani subite da chi tenta di raggiungere l’Europa trovano sempre più spazio sulla scena teatrale.

“Gejm”, parola slovena che indica “il gioco”, racconta i respingimenti dalla Slovenia verso la Croazia e poi, a catena, fino alle cittadine bosniache di Bihać e Velika Kladuša. Descrive “il gioco”, come viene chiamato dai migranti, dell’essere respinti e dover riprovare un’altra volta l’attraversamento del confine. “Procedure molto violente in cui le persone subiscono atrocità che ci riguardano da vicino -prosegue Divjak-. Non è uno spettacolo che parla di immigrazione ma racconta come le forze dell’ordine del mio Paese non rispettino le leggi e di come i diritti previsti dalle normative vengano violati”. Anche per questo la sceneggiatura è pensata per coinvolgere da vicino gli spettatori, al massimo una cinquantina, che sono divisi in due “gruppi”: al centro una grande mappa illustra il percorso dalla Bosnia ed Erzegovina alla Slovenia. All’inizio del viaggio c’è un letto, che rappresenta la precarietà nei campi di accoglienza bosniaci mentre sul lato opposto si trova un alto muro di metallo con la scritta “principio di non respingimento” che rappresenta simbolicamente la legge infranta dai poliziotti croati ogni volta che riportano le persone indietro. I cinque attori si muovono da una parte all’altra della scena, “ricostruendo” il game. “In chiusura leggiamo le testimonianze di chi è stato respinto ma anche di chi è richiedente asilo in Slovenia perché la sofferenza continua, anche una volta superata la frontiera -conclude Divjak-. Lo spettacolo è stato ideato in questo modo proprio perché gli spettatori possano sentirsi responsabili di quello che succede a queste persone”.

Una scena di “ Gejm” (il gioco, ndr) del regista Žiga Divjak che è stato prodotto dal teatro Mladinsko in collaborazione con Maska Ljubljana © Matej Povse

I confini raccontati in “The game”, quelli lungo la cosiddetta rotta balcanica, tante vie che collegano la Turchia al centro Europa, nel corso degli anni sono diventati sempre più “spinati”. I governi hanno costruito barriere su barriere per provare a fermare le persone in cammino. E lo spettacolo “Concertina 22”, ideato e scritto dall’attrice Roberta Biagiarelli, racconta proprio i “nuovi muri”. “La concertina è filo di alta sicurezza in acciaio zincato intervallato da lame di 22 millimetri che sostituisce o incorona i muri odierni fatti di mattoni, palizzate e lastre di cemento. Sono partita da quel filo, che mostro durante lo spettacolo, per raccontare il calvario delle persone in cammino”, racconta Biagiarelli, fondatrice della compagnia Babelia. “Concertina 22” nasce nel 2019 su richiesta del centro culturale Asteria di Milano che invita l’artista a strutturare uno spettacolo per parlare del tema di migrazioni nelle scuole. A fare da “sfondo” al filo spinato vengono installate le foto scattate da Luigi Ottani durante un viaggio nell’agosto 2015 sul confine greco-macedone. Con il fotografo, Biagiarelli percorse una settimana di cammino a fianco delle persone migranti lungo i binari tra Gevgelija, in Macedonia del Nord, e Idomeni, in Grecia. Quel viaggio è diventato prima un libro intitolato “Dal libro dell’esodo” (Piemme Edizioni, 2016) per poi essere portato in scena. “Ho strutturato un testo pensato per trasmettere una parte più ‘emotiva’, non legato alle politiche migratorie in sé, che cambiano troppo velocemente”. Per questo, al termine dello spettacolo, Biagiarelli ha previsto un intervento a cura di Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, che fornisce un “quadro” di quello che succede oggi su quei confini.

“Il nostro è un teatro politico che vuole condividere temi importanti con le persone, le comunità, trovando la forma più adatta ed efficace” – Agata Tomšič

Anche “L’abisso”, scritto dal drammaturgo, interprete e regista Davide Enia, nasce come “secondo movimento” tratto dal romanzo “Appunti per un naufragio” (Sellerio, 2017). Enia scrive di Lampedusa, del primo “lembo” di terra italiano che toccano le persone in transito una volta arrivate nel nostro Paese. “Nasce dall’indagine sul campo che ho svolto per qualche anno sull’isola -racconta- dove ho incontrato e ascoltato i testimoni della frontiera, cioè con le persone che la abitano, vi lavorano e qualche volta l’attraversano. Potrei radicalizzare dicendo che ho fatto un lavoro sartoriale cucendo insieme i tessuti che raccoglievo”. Un “taglia e cuci” che seguiva sempre di più una trama diversa da quella tratteggiata dai racconti che veicolano i media sull’isola. “Esiste una storia che io sentivo raccontata dalla televisione e una realtà radicalmente differente, non strumentalizzata e manipolata, che è quella che si vede di primissima mano a Lampedusa. Questa è una storia soltanto di dolore, che ha come filo comune lo stress post-traumatico e il senso di abbandono da cui sono affetti tutti gli interpreti della frontiera”.

Alla storia dell’isola, si intreccia poi quella personale di Enia, il suo rapporto con il padre e lo zio Beppe perché “per incontrare l’altro serve incontrare sé stessi e c’è un abisso anche all’interno di ognuno di noi”. “L’abisso” ha debuttato il 9 ottobre 2018 a Roma: in meno di un anno e mezzo è stato replicato 220 volte, esclusi gli spettacoli all’estero (in Francia, Portogallo e Germania). Le musiche sono del compositore Giulio Barocchieri e la scena è “spoglia” di fotografie. “Per due motivi: lavoro sull’immaginario, innanzitutto, e poi per proteggere i corpi delle persone che attraversano la frontiera. Abbiamo mai chiesto loro il permesso quando sbarcano di essere fotografati? Abbiamo mai chiesto loro il permesso di essere fotografati quando sbarcano? Abbiamo mai usato il loro ‘corpo’ con il metro del rispetto che pretendiamo per noi stessi?”. Il regista racconta “l’eutanasia di un’Europa vecchia e terrorizzata, che coltiva il proprio scranno di vecchiaia con risposte politiche meschine e ignobili”.

Davide Enia drammaturgo, interprete e regista di “L’abisso”, uno spettacolo che racconta la “frontiera” di Lampedusa © Futura Tittaferrante

Politiche promosse dal governo italiano, con la “benedizione” delle istituzioni europee, che attraverso accordi economici tentano in tutti i modi di non far attraversare il Mediterraneo alle persone in transito. Migliaia di migranti vengono intercettati in mare e riportati nell’inferno libico. Per raccontare le violenze e le “ricadute” di queste politiche Davide Sacco e Agata Tomšič della compagnia ErosAntEros hanno messo in scena “Libia”. Punto di partenza è l’omonima opera di graphic journalism realizzata dall’artista-attivista Gianluca Costantini a partire dai reportage della giornalista Francesca Mannocchi che il regista e la drammaturga-attrice hanno tradotto in uno spettacolo multidisciplinare. “Fin da quando l’abbiamo letto -spiegano Sacco e Tomšič- ci ha colpito la semplicità del linguaggio e la capacità di arrivare alle persone, smascherando i luoghi comuni e approfondendo temi difficili in modo molto semplice e diretto”.

Sullo sfondo viene proiettato un video che anima i disegni realizzati da Costantini mentre Tomšič e Younes El Bouzari danno voce alle parole di Mannocchi all’interno di una partitura musicale costruita insieme al musicista Bruno Dorella, attraverso diverse residenze artistiche in giro per l’Italia. Lo spettacolo si conclude con la voce di una donna di origini libiche che racconta la sua storia personale e il dolore provato nella perdita del figlio in guerra. “Ci restituisce l’immagine di un Paese diviso, comandato da milizie che lucrano sui migranti. Le stesse con cui noi stringiamo ‘accordi’. Non c’è un responsabile chiaro, tutti sono coinvolti per motivi economici”, spiega Sacco. “Libia” non è il primo spettacolo creato da ErosAntEros sul tema: viene dopo “Sconcerto per i diritti” (2019) e “Confini” (2021), che parlano della migrazione e della negazione dei diritti umani con linguaggi e modalità diverse tra loro ma accomunati da un elemento: “Il nostro è un teatro politico che vuole condividere temi urgenti con le persone, le comunità, ricercando allo stesso tempo la forma più adatta ed efficace dal punto di vista estetico -conclude Tomšič-. Cerchiamo così di fare dell’immaginazione un’arma, uno strumento per cambiare la realtà”.

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