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Il ritorno dei (vecchi) rigassificatori di Gioia Tauro e Porto Empedocle

A fine novembre il governo ha dato una nuova spinta ai due progetti fossili contesi da anni, definendoli nel “Decreto Energia” “di pubblica utilità, indifferibili e urgenti”. Impianti costosi e dal forte impatto per l’ambiente e gli ecosistemi costieri, che rischiano di intrappolare i territori in un futuro a gas. Il ruolo di Enel, Iren e Sorgenia

Il progetto del rigassificatore a Gioia Tauro (RC)

Il “Decreto Energia” approvato il 27 novembre dal Consiglio dei ministri ha dato un nuovo impulso ai progetti di rigassificatori a terra (onshore) che pendono da decenni sui rispettivi territori, a Gioia Tauro (RC) così come a Porto Empedocle (AG), considerando questi impianti e le infrastrutture connesse, “di pubblica utilità, indifferibili e urgenti”. Di pari valore quindi ai rigassificatori galleggianti, (Floating storage and regasification units, Fsru) già considerati, con il “Decreto Aiuti” del maggio 2022, “indifferibili e urgenti”.

Questi impianti, che siano a terra o galleggianti, hanno il compito di “rigassificare” il gas “naturale” liquefatto (Gnl) che arriva tramite metaniere, sotto pressione e a -161 gradi, riportandolo allo stato gassoso, per permetterne poi il trasporto via terra mediante gasdotti. Il proponente del rigassificatore di Gioia Tauro è la società Lng Medgas Terminal, con sede a Roma, controllata al 30% da Medgas Italia, e al 70% da Fin Gas, le cui azioni sono divise pariteticamente tra Iren e Sorgenia. Finalmente saremo un polo energetico fondamentale per il Paese e riusciremo a sfruttare una parte dell’enorme area retroportuale della Piana”, ha dichiarato il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto. 

Al suo entusiasmo si contrappongono però le preoccupazioni dei residenti e degli attivisti. “Il rigassificatore sarà il più grande d’Europa, estendendosi su un’area di 47 ettari tra i Comuni di Gioia Tauro, San Ferdinando e Rosarno, con una capacità di 12 miliardi di metri cubi di Gnl l’anno, con un costo di circa 1,5 miliardi di euro -spiega Pino Romeo, urbanista e portavoce del Coordinamento No Rigass Calabria-. Il progetto prevede un pontile a 500 metri dalla costa, per consentire l’accesso a grandi navi cisterne. Nelle condutture costiere il gas verrà riscaldato usando l’acqua del mare, e gli scarichi di acqua marina sterilizzata con ipoclorito di sodio, raffreddata di circa sette gradi, metteranno a rischio il fragile ecosistema costiero. A questo si aggiungono quattro chilometri di condotte criogeniche dal pontile all’impianto, quattro giganteschi serbatoi nel retroporto e altre tubature fino alla rete nazionale Snam. Il tutto in una zona sismica di primo grado, su una faglia attiva e pericolosissima, soggetta al fenomeno della liquefazione dei terreni, cioè in caso di forte terremoto il terreno sprofonderebbe risucchiando ogni costruzione umana e non esiste alcuna possibilità di messa in sicurezza, tanto più di un impianto a rischio di incidente rilevante”. 

Il decreto di Valutazione d’impatto ambientale (Via) risale al 2008, al quale però è seguito il parere negativo del Consiglio superiore dei lavori pubblici, che aveva respinto il progetto per ben due volte (nel 2010 e nel 2012) per le numerose carenze nella documentazione allegata. Nonostante queste bocciature, nel 2012 il Governo Monti ne permise la realizzazione e l’esercizio. Nel 2013 un nuovo decreto sospese il termine di inizio dei lavori, prorogando così le autorizzazioni. Questo progetto non ha ancora ottenuto la Valutazione ambientale strategica (Vas), né la certificazione antimafia -puntualizza Romeo- eppure gode di un sostegno quasi unanime, trasversale tra i partiti politici e anche tra i sindacati che lo vedono come opportunità di rilancio del porto”. 

A Porto Empedocle pende invece l’altro progetto di rigassificatore onshore. L’impianto è di Nuove Energie, le cui quote sono detenute per il 90% da Enel. Qui si prevede un terminale di rigassificazione di Gnl per una capacità complessiva di otto miliardi di metri cubi l’anno, e due serbatoi interrati da 160mila metri cubi. Sono esattamente 19 anni che Enel ha presentato il progetto e che noi ci battiamo per fermarlo”, sospira Alessio Lattuca, presidente del Movimento per la Sostenibilità che comprende Wwf, Legambiente, Italia Nostra e altre associazioni di Agrigento. Il progetto, presentato nel 2004, ha ottenuto la Via nel 2008 e l’autorizzazione da parte della Giunta Regionale nel 2009.

In realtà i lavori non sono mai effettivamente partiti -ricorda Lattuca – perché non appena aperto il cantiere, nel 2013, è stato sequestrato dalla Dda di Palermo nell’ambito di un’inchiesta per frode nelle pubbliche forniture, con l’aggravante di aver favorito la mafia. Anche due funzionari di Nuove Energia furono indagati. Nel 2017 l’inchiesta è stata archiviata ma i cantieri non sono ripartiti ed Enel sembrava non avere più interesse al progetto. L’interesse è però tornato nel 2022, con la guerra in Ucraina, e da quando il gas è stato inserito nella Tassonomia europea delle attività economiche considerate sostenibili, legittimando così di nuovo i contributi statali per i rigassificatori”.

Il gasdotto Snam lungo 14 chilometri, che collegherebbe il rigassificatore alla rete nazionale, passa a ridosso del parco archeologico della Valle dei Templi di Agrigento, nella zona “buffer” del sito Unesco. Nel maggio 2022 la Soprintendenza per i beni culturali e ambientali di Agrigento aveva dichiarato la sua netta contrarietà al progetto, poiché “l’impianto ricade sulla direttrice di importanti punti di vista dalla Rupe Atenea e dalla Collina dei Templi ed entra in contrasto con quanto previsto dalle norme a tutela del parco archeologico della Valle dei Templi”. 

Il progetto sembrava fermo, con le autorizzazioni scadute, quando nel settembre scorso la Regione Sicilia, per decreto, ha prorogato il termine per la conclusione dei lavori di 70 mesi a decorrere dal 29 giugno 2022. I lavori dovranno essere quindi ultimati entro il 29 aprile 2028. Il 18 settembre di quest’anno il presidente della Regione Renato Schifani e l’amministratore delegato di Enel, Flavio Cattaneo, hanno ribadito il via libera all’opera e la “forte sinergia” tra Regione ed Enel.

Secondo il giurista ambientale Marco Grondacci non è detta però l’ultima parola, e occorrerebbe quantomeno una nuova Valutazione impatto ambientale, visto che quella esistente risale a quindici anni fa. Anche il coordinamento delle associazioni agrigentine non si arrende: Stiamo preparando un ricorso al Tribunale amministrativo regionale (Tar) contro il decreto regionale, e faremo pressione affinché non sia convertito in legge il ‘Decreto Energia’. Ricordiamo che il costo dell’impianto negli anni è lievitato da 500 milioni a 1,5 miliardi di euro, e la quasi totalità dell’investimento sarà ripagato con contributi pubblici e dalle bollette degli italiani. A chi conviene quindi questo rigassificatore?”, si chiede Lattuca. 

Tra quelli già esistenti e i nuovi da installare, tra quelli onshore e gli altri offshore, nel giro di pochi anni avremo otto rigassificatori in Italia -tira le somme Nadia d’Arco della Rete no rigass no Gnl nazionale-. Eppure, i dati del consumo di gas in Italia sono in costante calo, queste nuove infrastrutture non serviranno alla sicurezza energetica dell’Italia, ma a farci diventare un enorme hub del gas per l’Europa, con le popolazioni ostaggio di impianti a rischio di incidenti rilevanti, inquinanti e potenzialmente bersaglio di attacchi terroristici. Senza contare che il prezzo del gas è soggetto alla speculazione, la sua estrazione e trasporto sono ad alto impatto ambientale e i Paesi di provenienza sono regimi non democratici o coinvolti in guerre. Insomma, quella del Gnl è una filiera sporca dall’inizio alla fine”.

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