Economia / Opinioni

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, tra paura del debito pubblico e “super strutture”

Dalla bozza del Governo per utilizzare i 209 miliardi di euro rivolti all’Italia emerge una strategia: utilizzare una larga fetta dei prestiti europei per alleggerire il peso del debito, destinato a finanziare iniziative già definite negli anni passati. Funzionerà? L’analisi del prof. Alessandro Volpi

© Marcel Strauß - Unsplash

La bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza presenta, tra gli altri, un dato evidente che tende a ridurne l’efficacia. È pervaso da una grande paura del debito pubblico, destinata ad emergere in più modi. In primo luogo, la bozza stabilisce che solo una parte dei 209 miliardi di euro, rivolti all’Italia, possano essere indirizzati a “iniziative additive”. 

In altre parole, se le sovvenzioni, che non prevedono rimborso, andranno per intero a finanziare simili iniziative nuove, la quota parte di prestiti del Next Generation Eu orientata in tale direzione sarà un segmento limitato del totale, perché, appunto, una porzione di essi servirà a finanziare investimenti e spese già contemplate e coperte con titoli ordinari del debito pubblico italiano.
In sostanza una parte rilevante, circa 90 miliardi di euro, dei finanziamenti europei verrà destinata a rendere il debito italiano più “sostenibile”, sostituendo titoli nazionali con titoli europei, meno costosi, ritenuti più solidi e, in quanto sostitutivi, non destinati a creare ulteriore debito. La stessa stima della riduzione del costo degli interessi entro il 2023, contenuta ancora nella bozza in questione, conferma gli effetti di questa azione. 

L’attenzione a ridurre il debito emerge anche dallo schema di erogazione dei fondi europei nei prossimi anni secondo il quale il ricorso ai prestiti sarà molto limitato fino al 2023, a fronte di una forte presenza di sovvenzioni -37 miliardi di euro di prestiti e 52 miliardi di sovvenzioni-, mentre da quella data al 2026 i prestiti esploderanno a 100 miliardi contro 13 miliardi di sovvenzioni. Un simile schema è facilmente comprensibile se si legge la proiezione, contenuta sempre nella citata bozza del Piano nazionale, dove viene riportata una contrazione dell’indebitamento italiano dal 158 al 150% del Pil nel periodo 2020-2023. Le sovvenzioni europee dovrebbero servire a facilitare almeno in parte questo “rientro”. 

Appare chiara dunque la strategia del Piano: utilizzare una larga fetta dei prestiti europei per alleggerire il peso del debito italiano, destinato a finanziare un gran numero di iniziative già definite negli anni passati e procedere ad un nuovo aumento del debito ricorrendo ai titoli europei solo dopo una sua parziale riduzione. Per l’Italia quindi l’impatto delle spese e degli investimenti nuovi sarà minore rispetto ad altri Paesi meno indebitati che potranno presentare effettivamente un piano nuovo, più significativo di quello italiano. 

Alla luce di ciò sono possibili tre brevi considerazioni. La prima. Non è facile capire a cosa serva una “super struttura” con “super manager” per gestire un insieme di iniziative già definite da tempo e certo dotate di un perimetro più limitato di quello di altri Paesi, rispetto alle quali il tema cruciale è quello della gestione del debito. La seconda. Continua ad esistere, come accennato in apertura, una resistenza verso l’aumento del debito pubblico, quando ormai tutti i motivi di timore reali, dall’inflazione, alla svalutazione dell’euro, alla concorrenza del dollaro, sono almeno parzialmente tramontati. La terza. Con le risorse del Next Generation Eu, l’Europa si mette al riparo da quello che considera ancora il “pericolo-Italia” e costruisce gli elementi per la tenuta dell’euro, necessaria per alimentare le politiche monetarie espansive della Banca centrale europea, di cui ormai hanno bisogno tutti gli Stati membri.

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