Economia / Opinioni

Recovery Fund al Sud: rischi e opportunità

Con 140 miliardi di euro si possono sanare le fratture del nostro Paese. Occorre però un rapporto sano tra politica e imprese. La rubrica “Il dizionario economico dell’ignoto” di Alessandro Volpi

Tratto da Altreconomia 231 — Novembre 2020
© Matthew Rader - Unsplash

Nei prossimi 10 anni saranno destinati all’Italia meridionale circa 140 miliardi di euro tra Recovery Fund, fondi strutturali e fondo sviluppo e coesione. Ciò significa che ogni anno verrà indirizzata al Sud una cifra pari all’1% del Pil italiano. Si tratta di una quantità di risorse più grande di quella inserita nei bilanci pubblici persino nei momenti in cui l’intervento straordinario era massiccio e raggiungeva lo 0,8% del Pil. In estrema sintesi sta per partire una fase che potrebbe, dopo molto tempo, quantomeno provare a ricucire la storica frattura fra Nord e Sud permettendo al nostro Paese di risolvere il principale motivo del suo ritardo. Il vero problema è però costituito dalla reale adeguatezza della macchina amministrativa e del tessuto socio-economico a mettere a frutto queste risorse. Solo per citare un dato, tra i molti, la sanità di due Regioni del Sud, il Molise e la Calabria, è ancora commissariata per i pesanti problemi finanziari, mentre la Campania è uscita dal commissariamento a dicembre 2019 dopo una procedura decennale. In Sicilia ci sono un centinaio di Comuni in dissesto o pre-dissesto finanziario.

Serve quindi un profondo cambiamento, in parte già in atto, in alcune zone e in alcuni settori, che deve diventare radicale perché altrimenti la gran mole di risorse disponibili rischia di essere inutile o, molto peggio, assai pericolosa. Senza una normativa pensata per questa fase eccezionale, senza l’inserimento di un personale amministrativo adeguato, senza una cultura politica coerente e senza i controlli indispensabili, l’iniezione di 140 miliardi di euro potrebbe essere tossica e la strada dell’abbattimento del costo del lavoro come unico strumento per recuperare la competitività del Meridione non pare certo la migliore perché può allontanare l’esigenza ineludibile dell’innovazione, della ricerca e della qualità.

1%: con il Recovery Fund in Italia ogni anno per i prossimi dieci anni sarà destinata al Sud una cifra pari all’1% del Pil

Un’occasione storica non può essere sprecata e avrebbe bisogno di un buon rapporto tra politica e imprese; una relazione che oggi invece risulta assai complicata come dimostra il ruvido linguaggio prediletto dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Il monito, rivolto al governo in occasione dell’assemblea generale dell’organizzazione degli industriali, perché l’Italia non diventi “un Sussidistan” rappresenta la sintesi più efficace di una visione in cui lo Stato dovrebbe conoscere un significativo alleggerimento. Si tratta di un indebolimento dello Stato che si lega a una dimensione “politica” delle imprese in grado di occupare proprio lo spazio sottratto allo Stato concependo una riforma degli ammortizzatori sociali trasformati in formazione per il sistema produttivo, una riforma fiscale che favorisca la riduzione del cuneo dal lato delle imprese, che dovrebbero cessare di essere anche “sostituti di imposta”, la definizione dei livelli salariali affidata ad una contrattazione sempre più decentrata.

Meno Stato e più potere alla rappresentanza istituzionale delle imprese: questa la prospettiva di Bonomi che pare convinto della “superiorità” degli imprenditori nella capacità di governo del Paese. Ma in larghe parti del Meridione l’intervento dello Stato resta indispensabile prima di tutto per rimuovere alcuni ritardi strutturali. In questo senso c’è una distanza evidente tra le posizioni della Confindustria di Bonomi e le esigenze imposte dalla questione meridionale a cui andrebbero attribuiti i tratti della vera problematica nazionale. Il “governo delle imprese” rischia di approfondire una frattura secolare; purtroppo tale frattura è stata, in larga misura, il prodotto della politica e ciò rende le affermazioni di Bonomi molto credibili.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

© riproduzione riservata

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia