Economia / Opinioni

I bilanci delle banche italiane e la mina delle insolvenze

Nei prossimi mesi almeno 100 miliardi di euro di prestiti avranno difficoltà enormi di pagamento. Le loro sofferenze saranno trasferite nei conti degli istituti di credito, piegando in primo luogo i più piccoli. Ma le linee guida governative per il Piano nazionale di ripresa e resilienza tradiscono un certo disorientamento. L’analisi di Alessandro Volpi

© Marek Studzinski - Unsplash

Due dati sembrano caratterizzare il quadro economico italiano. Per il quarto mese consecutivo l’inflazione, secondo i dati Istat, è negativa; neppure la spinta estiva è riuscita a risollevarla. Pare dunque trattarsi di un dato durevole che suggerisce alcune brevi notazioni. La prima riguarda la gelata dei consumi che certo non possono essere rilanciati dai bonus; non si affronta una crisi strutturale con misure una tantum, ancora di più se sono frammentate e dalla copertura non sempre certa. La seconda riguarda la sostanziale incapacità del dato sull’inflazione di rappresentare una situazione complessa, con settori dove i prezzi sono ripartiti e altri dove sono precipitati. Si rischia il paradosso del pollo di Trilussa, soprattutto in un’economia che ha ampi margini di sommerso e di “informale”. La terza ha a che fare con le politiche monetarie che, davvero, in questo momento dovrebbero abbandonare ogni riferimento ai target di inflazione perché, così come sono costruiti, sono solo inutili e dannosi per superare la crisi. Peraltro, mentre l’Istat sfornava i dati sull’inflazione, o meglio sulla deflazione, l’Inps faceva sapere che ad agosto i percettori del reddito di cittadinanza sono aumentati del 25% rispetto a gennaio.

L’impressione è quella di una spirale che si avvita su se stessa. Esiste inoltre un grande rischio per le banche italiane, che costituisce il secondo dato evidente. Le richieste di moratoria sui prestiti ammontano a oltre 300 miliardi di euro, a partire da febbraio di quest’anno, mentre il Fondo centrale di garanzia delle piccole e medie imprese stima che siano stati quasi 80 i miliardi di euro concessi in crediti dotati di garanzia, dei quali poco meno di 20 miliardi interamente coperti da garanzia statale. La caduta precipitosa del Pil italiano fa concretamente supporre che almeno 100 miliardi di euro di tali prestiti avranno, nei prossimi mesi, difficoltà enormi di pagamento, trasferendo le loro sofferenze nei bilanci degli istituti di credito italiani e piegando prima di tutto quelli più piccoli. Le regole europee, purtroppo, non aiutano affatto in tal senso perché hanno conosciuto, negli anni, vari inasprimenti, riducendo i tempi degli accantonamenti e accrescendone le dimensioni.
Peraltro, dal prossimo gennaio è prevista la modifica della definizione di default, per cui sarà sufficiente nel caso di privati e microimprese il mancato pagamento dell’1% del debito perché scatti l’insolvenza mentre per le imprese la soglia sale al 5%.
È evidente che la gravità della crisi, legata all’epidemia, deve indurre la Commissione europea a rivedere subito tali vincoli, che finirebbero per rendere inutile persino la politica monetaria della Bce e determinerebbero un’ancora più marcata concentrazione del sistema bancario in pochissime mani. Occorre anche che lo Stato si attrezzi per far fronte ad un’eventuale, probabile, esplosione di insolvenze bancarie magari pensando a strumenti analoghi a quelli con cui gli Stati Uniti sono usciti dalla crisi del 2008. La forza dell’euro consente di farlo, altrimenti è inutile.
In quest’ottica possono essere utili alcune brevi note anche sulle Linee guida per la definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, presentate dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. In tale documento si stima, per effetto degli interventi del Recovery Fund, un raddoppio del Pil italiano dallo 0,8 all’1,6 e, al contempo, si prevede una crescita dell’occupazione di 10 punti percentuali, che la porterebbe dal 63 al 73%. Al di là della singolarità dei dati usati che non sono quelli più adoperati nelle statistiche riferite in genere alla sequenza cumulata, da cui emergono risultati peggiori, l’impressione che deriva dall’accostamento di questi due numeri è quella di un certo disorientamento: un incremento di 10 punti in termini di occupazione genera una crescita del Pil soltanto dello 0,8%? La capacità dell’occupazione di creare reddito è davvero così bassa? Le linee guida immaginano un’occupazione a basso valore aggiunto? L’auspicio è che, in realtà, il lavoro pesi decisamente di più nella ripresa.

Una considerazione si riferisce, poi, all’utilizzo del termine “resilienza”, che sembra sempre più in voga. Siamo davvero sicuri che sia il termine più adatto per esprimere ciò di cui l’Italia ha bisogno? L’etimologia di resilienza richiama il latino resilire, che significa balzare indietro, rimbalzare; nell’accezione più diffusa negli ultimi anni tale termine è diventato sinonimo di capacità di adattamento, di sopravvivenza ai traumi. Forse, il nostro Paese non ha bisogno di adattarsi ma di sviluppare un cambiamento radicale che abbandoni proprio le forme dell’adeguamento, fin troppo tipiche dell’economia e della società italiane e responsabili della ormai scarsissima capacità di innovazione. In altre parole, la resilienza assomiglia a un conformismo mascherato che, per consentire la sopravvivenza, rinuncia al coraggio delle necessarie rotture con il passato.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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