Ambiente / Opinioni

Un piano nazionale per la lentezza rigenerativa

La politica continua a puntare su velocità e incentivi consumistici. Ma sbaglia. “Basterebbe destinare un pezzetto del Recovery Fund per rigenerare tanta Italia a colpi di piste ciclabili e cammini”: la rubrica del prof. Paolo Pileri

Tratto da Altreconomia 229 — Settembre 2020
© La Il@ - Flickr

Tutto quello che Covid-19 ci ha impedito di fare tra marzo e giugno lo abbiamo rimandato a settembre, come si faceva un tempo con gli esami di riparazione. Pure il compleanno di VENTO (10 anni) è rimandato: VENTObiciTour si terrà dal 12 settembre (ventobicitour.it) con una serie di pedalate ad invito (Covid-19 ci limita ancora tanto) e appuntamenti più accessibili in una decina di località. E così sono 10 anni che proponiamo al Paese un progetto concreto per una reale transizione ecologica e una concreta riduzione dei divari tra città e aree interne. Se ci avessero dato retta subito, oggi avremmo già VENTO e tanto turismo distanziato sarebbe possibile. Ci vogliono tre anni per farlo e finirlo. Forse anche meno visto che per il mega “Ponte di Genova” ce ne sono voluti due.

Ma alla lentezza ancora non ci credono quanto dovrebbero e nell’agenda della politica ha uno scranno sfondato in fondo a destra, mentre la velocità è seduta sempre in poltrona e in prima fila. Leggo ancora di incentivi per l’acquisto di auto e anche diesel: 440 milioni di euro pronti dal primo agosto 2020. Vero che di auto abbiamo ancora molto bisogno, ma è vero anche che incentivi a pioggia senza distinguere per cosa è un grave autogoal culturale. Se servono per acquistare un’auto ibrida e fare un chilometro ogni mattina per accompagnare i bimbi a scuola anziché farli andare da soli, stiamo incentivando degli errori. Sbagliato anche darli a Comuni che non hanno ancora il piano urbano per la mobilità sostenibile.

3%: basterebbe così poco dei 209 miliardi di euro del Recovery Fund per una straordinaria transizione verso la sostenibilità, per creare più lunghe ciclabili e cammini e per favorire rigenerazione e lavoro nei borghi e nelle aree interne

Sbagliatissimo darli per la seconda o terza auto di famiglia, che dovrebbero sparire, specie nelle grandi città. Infelice darli dove nel frattempo non hanno rimosso parcheggi né aumentato le zone a 30 chilometri orari. E via con mille altri esempi. Insomma non basta dire “abbiamo i soldi” per dire transizione ecologica. Ci vogliono prima idee e, solo se sono buone, finanziare quelle. Covid-19 ci ha rimandato a settembre quando dovremo decidere dove e come spendere il Recovery Fund che per assonanza sembra proprio un esame di riparazione. Prima cosa, basta campagne di incentivi alla qualunque che si contraddicono tra loro. Scegliamo alcune cose grandi e portiamole a termine bene. Ad esempio, perché non destinare il 3% dei nostri 209 miliardi alla lentezza? Il 3% è una quisquiglia ma potremmo fare meraviglie se non li buttassimo in centinaia di cose scollegate tra loro e senza una visione che le muova.

Propongo allora un grande piano nazionale per la lentezza generativa, fuori e dentro le città. Iniziamo a realizzare e sistemare ciclabili e cammini che attraversano l’Italia in lungo e in largo. Diamo vita a una “Agenzia della Lentezza”, pubblica e snella, con una visione unitaria, con poteri di realizzazione deburocratizzati (stile “Ponte di Genova” e anche meglio) a cui affidare un grande piano per la transizione alla mobilità zero-CO2 con finanziamenti per la rigenerazione urbana nei piccoli Comuni con un’idea di turismo lento e non corrosivo capace di generare tanta nuova occupazione diffusa. Questa è l’occasione: il 3% è quel che ci serve per avviare una rivoluzione leggera post-Covid-19 e voltare pagina. Se falliamo l’esame del Recovery Fund a settembre presentandoci con i vecchi appunti consumistici che puzzano di petrolio e plastica del pre-Covid-19 non ci sarà un altro appello così generoso per creare nuova occupazione “green and social”. E sono guai. Piccoli comuni credeteci. Grandi cammini e ciclabili d’Italia, unitevi e dite forte che avete carattere.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “100 parole per salvare il suolo” (Altreconomia, 2018)

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