Economia / Opinioni

Mobilità: l’ideologia degli incentivi non funziona

Il “bonus bicicletta” poteva aiutare gli spostamenti sostenibili: non è stato così. C’è bisogno di idee e investimenti, non di spinte all’acquisto. La rubrica del prof. Paolo Pileri

Tratto da Altreconomia 228 — Luglio/Agosto 2020
© Andrea Boggia

Gli incentivi vanno sempre di moda. Neppure Covid-19 se li è portati via, anzi. Piacciono alla politica: sono rapidi da farsi e creano consenso facile. Piacciono ai cittadini: si sentono subito i soldi in tasca. E invece penso che siano delle trappole con poca promessa di futuro, specie alcuni, come il recente “buono mobilità” (art. 229, Dl 34/2020). Si tratta del tipico incentivo a circuito aperto che non garantisce di raggiungere lo scopo per cui è pensato: la mobilità sostenibile e il decongestionamento del trasporto pubblico (Tpl) nelle città. Un incentivo fatto solo per comprare. Bici in questo caso, ma senza garanzia di usarle perché nessuno controllerà. Ma anche zeppo di paradossi. I 90enni potevano comprare una bici, ma non i 17enni per andare a scuola perché minorenni. Potevano comprarla tutti quelli che lavorano sotto casa, ma non tutti i pendolari che affollano metro e bus. La zia a Roma poteva fare da prestanome al nipote a Sezze (LT).

Una bici da corsa in carbonio per sport individuale (4.600 euro) era ok, anche se non alleggerisce il Tpl. Si poteva perfino comprare e rivendere facendoci la cresta. Incentivi così generano pure disuguaglianze perché danno a ricchi e poveri allo stesso modo, ma i primi sono più avvantaggiati. Per catturare l’intero contributo di 500 euro bisognava acquistare una bici da 833 euro, ma chi è povero non ha la stessa disponibilità di spesa di un ricco e 333 euro non li ha o li spende meglio, magari per due bici usate di ottima qualità (ed è ok per il Tpl). Con i loro portafogli i ricchi potevano esaurire i 120 milioni generando massimo 240mila nuovi pedalatori, ovvero 184 per ognuno dei circa 1.300 comuni beneficiari. Poca roba. Se almeno si fosse posto un tetto al prezzo della bici o un gancio con l’ISEE si sarebbero potuti immettere fino a 800mila nuovi ciclisti. Sempre pochi, ma 3,3 volte di più. Insomma un bonus che finisce per far piovere sul bagnato, non sposta nulla, aiuta i furbi e genera discriminazioni.

E ora, la ciliegina. Questi incentivi non fanno che irrobustire la peggior cultura consumistica, quella dell’avidità e dell’accumulo, del non farsi sfuggire l’offerta anche se non ti serve. Tutte cose da cui dovremmo disintossicarci e che invece ci arrivano sotto al naso di verde vestite. Abbiamo bisogno di idee e investimenti in mobilità sostenibile e non mancette: più vagoni per i pendolari, più bus, più ciclabili e marciapiedi, più zone a traffico limitato, più piazze sgombrate dalle auto e meno, molte meno, auto nelle città e camion sulle provinciali. Questo sarebbe il miglior “buono mobilità”.

Bisogna riprendersi le strade per passeggiare, le piazze per giocare, leggere e chiacchierare. Occorre fare lunghe ciclovie che rimarranno per sempre e che faranno, loro sì, da incentivo a comprare bici e sostenere il turismo in crisi, per di più nelle aree interne. È difficile da afferrare? Pare sia in arrivo una pioggia di miliardi dalla Ue. Vi prego non buttateli in incentivi iniqui e consumistici di questo tipo. Ve lo dice uno che ama la bicicletta, che si è inventato un progetto come VENTO e che dice che la lentezza è un diritto. Usateli per le bici, ma con investimenti di grande scala, con progetti ben fatti e non rabberciati all’ultimo. Usateli per VENTO, il GRAB, la SOLE, la ciclovia dell’acquedotto pugliese e grandi cammini come Francigena, Appia e Sentiero Italia del CAI. Opere pubbliche visionarie che generano lavoro green ma che, ed ecco la proposta, hanno bisogno dello sguardo unitario e rapido di un commissario tipo “ponte di Genova”.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “100 parole per salvare il suolo” (Altreconomia, 2018)

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