Economia / Opinioni

La “superfinanza” è uscita rafforzata dalla crisi

Alimentata dalle banche centrali, la finanza ne ha tratto enormi benefici. Senza incidere sull’economia reale, come nella crisi del 2008. La rubrica “Il dizionario economico dell’ignoto” di Alessandro Volpi

Tratto da Altreconomia 230 — Ottobre 2020
© Tamara Gak - Unsplash

Ci sono termini di cui non si può fare a meno anche per capire il nuovo mondo. Nell’estate dell’epidemia, mentre l’economia reale ha continuato ad annaspare manifestando soltanto debolissimi segni di ripresa, si sono compiute due operazioni destinate a condizionare in maniera molto rilevante il futuro degli italiani. A fine luglio, Intesa Sanpaolo con un’azione “ostile” di fatto sconosciuta al recente mercato finanziario nostrano ha acquisito Ubi Banca, dando vita ad un vero e proprio colosso da cinque miliardi di euro di utili, dotato della gestione di oltre mille miliardi di euro di risparmi degli italiani. In pratica pochissime settimane, sonnolente, hanno rivoluzionato l’intero panorama bancario. Un mese dopo, a fine agosto, Tim e Cassa Depositi e Prestiti hanno concluso un accordo finalizzato a creare una società unica per gestire le infrastrutture della rete italiana a banda larga, con una sequenza di ulteriori acquisizioni che hanno terremotato vari assetti societari. Neppure Enrico Cuccia avrebbe saputo sfruttare così bene la calura estiva. Intanto, sempre sottotraccia, Atlantia, che avrebbe dovuto essere “svuotata” per porre riparo al crollo del Ponte Morandi, ha corso in Borsa in previsione di un accordo non troppo “disonorevole” con l’onnipresente Cassa Depositi e Prestiti, sempre più pivot decisivo in molte partite, attraverso Sace, Cdp reti, Eni, Poste italiane, una miriade di altre partecipazioni e soprattutto grazie ad una raccolta tra i risparmiatori ormai non lontana dai 400 miliardi di euro.

5 miliardi di euro saranno gli utili che farà registrare il nuovo colosso finanziario nato dall’acquisizione di Ubi Banca da parte di Intesa Sanpaolo

In maniera paradossale, la liquidità delle banche centrali ha sostenuto i colossali ammortizzatori sociali imposti dall’epidemia e finanziati a debito, ma, al tempo stesso, ha finito per favorire anche le operazioni di una superfinanza pubblica e privata capace di essere rapidissima, senza riuscire ad avere analoga incidenza sulla ripresa economica complessiva. Non si tratta soltanto dello sganciamento dell’economia finanziaria da quella reale come avvenuto in altri momenti e, in particolare nel 2007-2008, quanto della scommessa a senso unico operata da mercati “drogati” di liquidità -creata per altri motivi- su un numero limitato di asset, privati di qualsiasi rischio proprio dalla gravità dell’epidemia e dalle sue conseguenze sulla definizione della società del futuro: grandi banche e reti digitali non possono perdere. I mercati finanziari prefigurano così il futuro e contribuiscono in modo rilevantissimo a determinarlo, mescolando i flussi delle banche centrali con i risparmi privati, ipnotizzati dalla certezza del successo.

L’impressione quantomeno immediata che scaturisce da queste brevi e incidentali note è abbastanza chiara; la narrazione, fin troppo ricorrente e coltivata, di un sostanziale immobilismo del Paese colpito dal virus non corrisponde a quanto sta accadendo in alcuni dei centri del potere economico italiano, che appaiono decisamente in movimento spinti, appunto, dalla liquidità infinita della Bce e della Fed di Jerome Powell, disposta persino ad abbandonare il totem dell’inflazione al 2%. Forse le iraconde prese di posizione del presidente di Confindustria potrebbero essere l’espressione di una guerra in corso il cui vero bersaglio non è costituito dai contratti di lavoro o dalle varie forme della cassa integrazione ma ha a che fare con una questione di “egemonia”, per adoperare un termine impegnativo  -uno di quelli di cui non si può fare a meno- che proprio l’epidemia e le ricette per curarla hanno messo in discussione.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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