Economia / Opinioni

Cancellare il debito pubblico non è un’eresia. Ecco perché

Nel 2020 il rapporto debito-Pil globale ha raggiunto il 101,5%. La pandemia è stata decisiva. A questo si aggiunge il debito privato, giunto in nove mesi al 365% del Pil mondiale. Tornare a politiche di austerità sarebbe folle. La cancellazione del debito è una strada praticabile, così come l’approdo a un’economia finalmente sociale, la sola possibile. L’analisi di Alessandro Volpi

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Partiamo dai numeri, peraltro forniti dal Fondo monetario internazionale. Il 2020 segnerà per la prima volta il sorpasso del debito pubblico, a livello mondiale, nei confronti del Prodotto interno lordo portando il rapporto al 101,5%; la pandemia in tal senso è stata decisiva. Nel 2019, infatti, erano 19 i Paesi che avevano un rapporto debito-Pil superiore al 100%, ora sono 30; il debito dei membri del G7 è lievitato dal 118 al 141% e nella morigerata Area euro è salito dall’84 al 101%. Di fronte a dati di questo genere sarebbe davvero complesso immaginare un brusco ritorno a politiche di austerità o anche semplicemente pensare a una significativa riduzione di tale ingentissima massa debitoria pubblica; anche perché alle difficili condizioni degli Stati si aggiunge un ben più colossale debito privato che in nove mesi è schizzato al 365% del Pil mondiale. Dunque occorre concepire strade radicalmente diverse, senza avere paura di termini chiari; la cancellazione del debito pubblico legato alla crisi sanitaria, sociale ed economica in atto -perché non si tratta solo della spesa sanitaria in quanto tale- non può più essere considerata un’eresia per varie ragioni, oltre alla già ricordata, e decisiva, enormità del debito esistente.

La prima è di natura storica; secondo le ricostruzioni di Reinhardt e Trebesch, sono stati 48 gli episodi di cancellazione del debito nel corso del XX secolo, determinati da eventi straordinari, e praticamente tutti hanno favorito una importante ripresa economica e un miglioramento dei rating creditizi dei debitori. La seconda riguarda i pericoli della cancellazione sottolineati da molti economisti mainstream. I principali pericoli consistono nella ripresa brusca dell’inflazione, nella perdita di credibilità dei debitori che cancellano il debito con conseguente difficile collocamento del loro debito successivo, nell’indebolimento della fiducia nei confronti delle monete in cui sono denominati i debiti cancellati. Si tratta di condizioni che, in questa nuova fase di fortissima contrazione dei consumi, di mancanza di monete forti, di perdurante deflazione, sono davvero molto ipotetiche; anzi il vero pericolo consiste nel brutale impoverimento in corso per gran parte della popolazione mondiale, aggravato da una pessima distribuzione della ricchezza.

Nel caso dell’euro, poi, la sua forza è davvero fuori discussione ora e non usarla sarebbe folle; così come è estranea alla zona euro qualsiasi tensione inflazionistica. Pensare che, nelle condizioni attuali e dei prossimi anni, i titoli garantiti dalla Banca centrale europea non trovino compratori a tassi bassissimi è del tutto privo di ragionevolezza. Non cancellare i debiti e pretendere la loro restituzione con ruvide politiche di austerità farebbe esplodere dunque, senza alcuna motivazione reale, una situazione già in enorme sofferenza. Spesso alcuni degli avversari della cancellazione fanno riferimento anche al fatto che essa sia avvenuta nell’ambito di economie di “guerra” per rimarcarne la natura straordinaria, ma è evidente, allora, che le attuali condizioni straordinarie di distruzione della capacità di produzione del reddito siano molto simili a quelle di un conflitto mondiale.

La terza ragione riguarda le soluzioni per operare una cancellazione che sono tutt’altro che impraticabili. In tal senso esistono varie ipotesi. La più semplice, per quanto riguarda la zona euro, che già dispone di una politica monetaria fatta di acquisti da parte della Bce di titoli degli Stati a cui retrocede gli interessi, sarebbe quella di trasformare il debito necessario alla ripresa in titoli irredimibili a tasso zero. Si eviterebbe così di gravare in termini finanziari sulle future generazioni e si fornirebbero alla comunità dei cittadini europei i mezzi per affrontare la più grande trasformazione sociale degli ultimi decenni. Peraltro già ora, se l’Unione europea emettesse titoli perpetui e la Bce li comprasse facendo ricorso al quantitative easing, l’operazione sarebbe legittima ai sensi dei Trattati. Si tratta quindi di approdare a una nuova normalità del funzionamento di un’economia finalmente sociale e, oggi, la sola possibile; un cambiamento che dovrebbe essere prima di tutto di ordine culturale e politico per diventare indispensabile patrimonio condiviso.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento.

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