Economia / Opinioni

Saremo più “locali”, più digitali e più europei

L’epidemia pone la sfida del ritorno a dimensioni più piccole, autosufficienti e coese. Per garantire una rete sociale di comunità occorrono risorse. La rubrica “Il dizionario economico dell’ignoto” di Alessandro Volpi

Tratto da Altreconomia 232 — Dicembre 2020
© Fernando Cferdo - Unsplash

L’epidemia sta fornendo alcune indicazioni chiare per il futuro. Gran parte della sua diffusione dipende dallo spostamento di centinaia di migliaia di persone in direzione dei grandi centri dove sono concentrate attività produttive, servizi e luoghi di formazione. Ciò significa che il modello delle megalopoli in larga misura svuotate di residenti e popolatissime di utenti e lavoratori diurni è difficilmente conciliabile con le “nuove” malattie sociali che sembravano scomparse. Lo spostamento degli abitanti in vastissime periferie da cui muoversi ogni giorno crea inevitabili e, spesso, non risolvibili assembramenti. In questo senso andrebbe ripensata l’urbanistica concependo una realtà policentrica, composta di aggregazioni socio-economiche più piccole, quasi autosufficienti, dove gli spostamenti sono minimi e le comunità risultano più “chiuse”. In tale ottica anche i grandi edifici dovrebbero essere riconsiderati; basti pensare alla complessità degli accessi, all’utilizzo degli ascensori, alla convivenza nello stesso edificio-città di migliaia di lavoratori provenienti dalle parti più diverse.

In maniera analoga la rete della distribuzione commerciale non può più essere basata su enormi spazi frequentati da migliaia di persone in maniera simultanea. In altre parole, l’epidemia pone la sfida del ritorno a dimensioni più piccole, più autosufficienti, più coese, in grado di garantire anche una rete sociale di comunità. Le stesse dimensioni delle abitazioni non possono essere più quelle dei monolocali-dormitorio perché sarà necessario, e inevitabile, passare più tempo in tali spazi domestici e meno fuori. Si tratta solo di una considerazione di natura molto generale che, certo, implica una profonda trasformazione dei processi di produzione e di consumo ma che l’epidemia pare suggerire con forza. A questo riguardo, senza entrare nel merito della natura di simili trasformazioni, è possibile fare due notazioni.

BBB: l’agenzia di rating Standard & Poor’s, a ottobre 2020, ha confermato il giudizio BBB per l’Italia

La prima. Perché l’autosufficienza, le piccole dimensioni non determinino un impoverimento culturale, sociale ed economico occorre un radicale potenziamento della digitalizzazione che deve essere un servizio pubblico e, in quanto tale, gestito dal pubblico. Non dovrebbero avere spazio, in altre parole, data la centralità della rete, prospettive di finanziarizzazione che paiono, invece, assai allettanti per gli asfittici mercati.

La seconda. Per fare tutto ciò servono tante risorse che dovranno essere in larga misura prese a prestito attraverso l’indebitamento pubblico, anche mediante i prestiti europei e soprattutto con le “risorse” della Bce. È probabile che dovremo essere tutti molto più “locali”, molto più digitali e molto più europei. Del resto che le cose stiano cambiando emerge chiaramente. L’agenzia di rating Standard & Poor’s, pur senza alterare il suo “voto” nei confronti dell’Italia, ha migliorato l’outlook, le prospettive per il futuro del nostro Paese. Un simile miglioramento è stato motivato alla luce di due fatti definiti come “straordinari”, entrambi legati alla crescita della spesa pubblica: una serie di misure a sostegno dell’economia pari al 6,1% del Prodotto interno lordo e una spinta ulteriore per il 2021 che significherà un rapporto deficit-Pil del 7%. In altre parole, una delle vestali del “Washington consensus” si esprime positivamente di fronte a un forte aumento della spesa pubblica che avviene, quasi per intero, con l’emissione di nuovo debito e alimentando il deficit, di fatto “garantiti” dalla Bce. Siamo entrati in un’era dove la dimensione pubblica dei processi economici appare assolutamente indispensabile e in grado di rendere possibile una nuova idea di cittadinanza. E di urbanistica.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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