Finanza / Approfondimento

Il nuovo cda di Intesa Sanpaolo, tra agribusiness e industria fossile

ReCommon ha analizzato il prossimo consiglio di amministrazione del primo gruppo bancario italiano. “È ora che le porte girevoli tra i settori industriali più impattanti e la finanza si chiudano. In caso contrario, ogni promessa di sostenibilità e net-zero risulterà un’ulteriore mano di verde sopra un business nero”

© Forum PA

Pochi giorni fa i principali azionisti di Intesa Sanpaolo hanno presentato la prima lista di candidati per il consiglio di amministrazione (Cda) e il Comitato per il controllo sulla gestione, che saranno chiamati a guidare il gruppo bancario per i prossimi tre anni. Tra legami passati e attuali, la lista rafforzerebbe la presenza dell’industria fossile (e non solo quella) nel board del primo gruppo bancario italiano. La stagione delle assemblee degli azionisti (Agm) sta entrando nel vivo e, come sempre, il fervore ruota intorno a due argomenti: il rinnovo dei Cda e lo stacco della cedola (il dividendo corrisposto agli azionisti). Questi consessi rappresentano bene la distanza abissale che passa tra gruppi finanziari e industriali e il “Paese reale”, dove i bisogni delle persone non trovano altro spazio se non quello di subire decisioni prese altrove. Per di più il 2022 è il terzo anno in cui le assemblee degli azionisti si svolgono inspiegabilmente a porte chiuse: provvedimento introdotto nel 2020 per contrastare la pandemia da Covid-19 e che ora, quando anche lo stato di emergenza è decaduto, non sembra altro che una maniera per silenziare l’azionariato critico.

Rappresentanti di quasi il 15% del capitale sociale del gruppo, gli azionisti di Intesa Sanpaolo che hanno presentato la prima lista di candidati “nemica” del clima e dell’ambiente sono Compagnia di San Paolo (6,12%), Fondazione Cariplo (3,95%), Fondazione Cassa di risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Cassa di risparmio di Firenze e Fondazione Cassa di risparmio in Bologna. Questi azionisti, che il 21 dicembre 2021 hanno sottoscritto un patto parasociale in vista dell’assemblea, chiedono innanzitutto la riconferma di Gian Maria Gros-Pietro come presidente del gruppo bancario, di Paolo Andrea Colombo come vicepresidente e di Carlo Messina come amministratore delegato. Propongono poi una rosa variegata di candidati di vecchio corso e volti “nuovi”, che comprende, tra gli altri, Luciano Nebbia, Paola Tagliavini e Liana Logiurato.

Secondo un’inchiesta di DeSmog di aprile 2021, a cui ha contribuito anche ReCommon, più di un terzo del board attuale di Intesa Sanpaolo ha legami con società inquinanti. La prima banca italiana è in buona compagnia, dal momento che il 65% dei membri dei consigli di amministrazione delle 39 banche analizzate hanno legami passati o in corso con società operanti in settori che hanno un impatto sul clima. Un conflitto d’interessi sistemico, troppo spesso sottaciuto, dal momento che la finanza globale è sotto i riflettori per prestiti e investimenti nell’industria fossile, quindi corresponsabile della crisi climatica in corso.

Con i candidati proposti per il prossimo consiglio di amministrazione, il peso di questi legami all’interno di Intesa Sanpaolo potrebbe aumentare. Se Carlo Messina ha un profilo strettamente finanziario, non si può dire altrettanto di Gian Maria Gros-Pietro e di Paolo Andrea Colombo. Il primo è stato presidente di Eni dal 1999 al 2002, nominato con l’obiettivo di guidare la società nell’epoca della liberalizzazione del gas. Si potrebbe considerare una delle personalità che ha “strutturato” l’azienda per come la conosciamo oggi, con il suo rilevante peso specifico nel mercato del gas italiano e internazionale, nonché nelle scelte di politica estera dell’Italia.

Fino al 2019, Gros-Pietro è stato anche membro del Cda di Edison (ora parte del gruppo Électricité de France) società promotrice del gasdotto EastMed-Poseidon, designato “Progetto di interesse comune” dalla Commissione europea nel 2013. Se verrà realizzato, EastMed non farà altro che alimentare nuove esplorazioni e produzione di gas nel Mediterraneo orientale, un tratto di mare già fortemente militarizzato e dove i governi di Turchia, Grecia, Cipro e Israele hanno i nervi a fiori di pelle. Il “curriculum fossile” di Andrea Colombo non è da meno: già membro del Cda di Eni, poi presidente di Enel (2011-2014) e, infine, presidente di Saipem (2015-2018).

In quota Saipem troviamo anche la new entry Paola Tagliavini, facente parte anche del Cda di Eurizon, il gestore del risparmio del gruppo Intesa Sanpaolo. Saipem in questi anni è stata il “braccio” degli interessi fossili italiani, contribuendo alla costruzione di infrastrutture per nuovi progetti di esplorazione, produzione e trasporto di idrocarburi. Tra questi possiamo menzionare il giacimento di Zohr, al largo delle coste egiziane, di proprietà di Eni per (50%) e Rosneft (30%); il megaprogetto di gas Mozambique LNG, a guida Total, che contribuisce all’instabilità sociopolitica dell’area di Cabo Delgado, con tutto l’indotto di scontri armati e violenze subite dalla popolazione civile, costretta a fuggire; il progetto Arctic LNG-2, in un ecosistema fragile come l’Artico russo, in questi giorni al centro di un fuggi fuggi generale da parte di finanziatori (tra cui Intesa Sanpaolo stessa) e investitori, per paura delle conseguenze delle sanzioni imposte alla Federazione russa in seguito all’invasione dell’Ucraina; in ultimo, c’è la costruzione della raffineria di Kabaale, in Uganda, da dove partirà l’oleodotto riscaldato EACOP: se costruito, con i suoi 1.443 chilometri sarebbe il più lungo del mondo.

Qualche giorno fa Saipem ha beneficiato di un importante piano di salvataggio, comprendente una linea di liquidità di 855 milioni di euro e un ulteriore finanziamento di importo equivalente, ai quali ha partecipato -tra le altre- anche Intesa Sanpaolo. Il secondo finanziamento sarà garantito da Sace, l’assicuratore pubblico italiano, attraverso il programma “Garanzia Italia”. Questo significa che, alla luce del presente incerto di Saipem, se qualcosa dovesse andare storto il prestito bancario sarà ripagato con soldi pubblici. Passa così il messaggio che, mentre una porzione sempre più ampia di famiglie italiane fatica a pagare la bolletta, la liquidità per aiutare quegli stessi attori che hanno contribuito alla dipendenza italiana dal gas si trova.

Tra i possibili volti nuovi del prossimo Cda di Intesa Sanpaolo c’è anche quello di Liana Logiurato, tra il 2010 e il 2018 in forze al colosso dell’agribusiness Syngenta, dove è stata anche Global head of mergers and acquisitions. Syngenta è leader nel settore degli Ogm e dei pesticidi ed è stata acquistata nel 2017 da ChemChina (China national chemical corporation), una delle più grandi imprese pubbliche cinesi che opera nel settore dell’industria chimica. L’azienda è attualmente nell’occhio del ciclone a causa della recente inchiesta “Paraquat Papers”, pubblicata da Public Eye e Unearthed, il team di giornalismo investigativo creato da Greenpeace UK. I ricercatori sostengono che, dal 1990, Syngenta abbia utilizzato dati manipolati per mantenere sul mercato il suo erbicida Paraquat, soprattutto in America Latina, che avrebbe causato di migliaia di morti per complicazione respiratorie.

Tra le conferme troviamo Luciano Nebbia, membro del Cda di Equiter, investitore e advisor nel settore delle infrastrutture, con un forte interesse nel business del gas. Infatti, tra le partecipazioni di Equiter spicca quella in Iren, in prima fila nella corsa ai nuovi rigassificatori in Italia, con l’obiettivo di trasformare il gas naturale liquefatto (Gnl) proveniente da altri Paesi, in primis Qatar e Stati Uniti, nell’ottica di rompere la dipendenza dal gas russo per passare alla dipendenza da altri fornitori.

Il prossimo Cda di Intesa Sanpaolo sembra sicuramente adatto all’implementazione del Piano d’impresa 2022-2025, con l’obiettivo di raggiungere un utile netto di 6,5 miliardi di euro alla fine del triennio. Tuttavia, alla luce della futura composizione dei principali organi di governance, è lecito chiedersi che cosa sarà sacrificato sull’altare dei profitti. È ora che le porte girevoli tra i settori industriali più impattanti e la finanza si chiudano definitivamente. In caso contrario, ogni promessa di sostenibilità e net-zero risulterà un’ulteriore mano di verde sopra un business nero.

Daniela Finamore è Fossil fuel campaigner di ReCommon. Simone Ogno è campaigner di ReCommon

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.