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Diritti / Reportage

“Il mio pensiero è stanco”. Voci da Lampedusa, tra i bloccati e i trasferiti senza prospettive

L'hotspot di Lampedusa © Lidia Ginestra Giuffrida

Sul disastroso meccanismo del sistema hotspot si sta giocando una partita politica che inghiotte migliaia di persone vulnerabili, costrette a vivere in condizioni disumane. Il tutto su una piccola isola militarizzata e piegata a luogo di filtraggio e confinamento. Il racconto di chi ci è appena passato e le responsabilità delle istituzioni

“Qui a Torino fa freddo la notte ed è da quando sono arrivato in Italia che dormo all’aperto. Sto male. Non riesco a respirare e non so a chi chiedere aiuto. Il medico nel campo adesso non c’è”, racconta Haroun Taboni, 21 anni, in Italia dal 26 agosto, e da due settimane dentro l’hub di Torino.

“Il viaggio è iniziato in Libia alle tre del mattino, qualcuno mi ha chiamato per dirmi che mi avrebbe fatto arrivare in Italia. Sono andato in macchina fino alla spiaggia e ho aspettato la barca insieme alle famiglie che erano lì con me. Ci siamo imbarcati e siamo partiti verso le coste tunisine per essere sicuri che la Guardia costiera libica non ci prendesse. La Tunisia, infatti, non ama le persone di colore e lascia il mare senza polizia per farle uscire dal Paese. Poi abbiamo viaggiato per 24 ore fino a Lampedusa. Per fortuna il mare era calmo”.

La notte in cui è arrivato Haroun Taboni, Lampedusa ha registrato 45 sbarchi, per un totale di 65 arrivi in 24 ore, un numero mai visto prima. Molti di questi hanno ricevuto primo soccorso dalla società civile e in alcuni casi le persone hanno aspettato fino a otto ore prima dell’arrivo della Croce Rossa. Sull’isola in quei giorni c’erano solo sei medici, un numero insufficiente a soccorrere la quantità di persone che aveva bisogno di cure immediate. Nel fine settimana del 26 agosto l’hotspot ha superato le quattromila persone, a fronte di una capienza massima di 380 posti letto.

“Entrare nell’hotspot di Lampedusa è stato come entrare all’inferno, c’erano troppe persone. Sembrava di essere nella prigione di Guantanamo. Non ho mangiato nulla. Ho passato 37 ore senza cibo. Nell’orario dei pasti c’erano continui litigi, eravamo come animali lì dentro”, continua Haroun. Dopo due giorni nel campo di Lampedusa, Haroun è stato trasferito in un’altra zona della Sicilia ma non sapeva esattamente dove. “Nessuno mi ha detto dove saremmo andati. Ci sono volute circa nove ore per arrivare da Lampedusa in quest’altra città siciliana. Quando siamo arrivati al campo la polizia ha preso le nostre generalità. Le famiglie sono state sistemate in una stanza, mentre chi era da solo ha dormito all’aperto, senza letti. Faceva molto freddo. Il giorno dopo abbiamo viaggiato per dodici ore in autobus. Nessuno ci ha detto che eravamo diretti a Torino; ho capito che eravamo lì solo quando siamo arrivati. Una volta al centro d’accoglienza, tutto quello che volevo era capire che cosa stava succedendo, fare una doccia e cambiarmi i vestiti. Ma qualcuno ha rubato le mie cose”.

Ora Haroun è solo. I suoi compagni di viaggio sono stati trasferiti in altri centri, sono andati via o hanno ricevuto una casa dove poter vivere momentaneamente. “Grazie a dio mi hanno dato una casa -racconta Essan Hosini-, ora mia moglie, nostra figlia ed io siamo finalmente al sicuro”. Essan era nello stesso barchino di Haroun con la figlia di due anni e la moglie Fatwa. “Siamo stati in prigione in Libia, hanno picchiato me, mia moglie e anche Bubu, nostra figlia. Fatwa era incinta al sesto mese e a causa delle botte ha perso il bambino”, continua Essan mostrando la foto del corpo della moglie pieno di lividi.

Sia Haroun sia la famiglia di Hosini sono stati trasferiti molto velocemente dall’hotspot di Lampedusa. Ma questo non accade sempre, alcune persone restano al centro di contrada Imbriacola per diverse settimane. “Dentro l’hotspot si vive male. I bambini e le famiglie stanno insieme a tutti gli altri. Fanno dormire fuori anche i minori. C’è troppa gente. Non puoi uscire, sei come in carcere”, racconta Mohammed Belhaj, 35 anni, di origine tunisina, arrivato al centro il 2 agosto, trasferito all’hub di Catania solo il 23, e a metà settembre al centro di accoglienza straordinaria di Pomezia. “Qui sto bene, l’unica cosa è che non so ancora se e quando mi daranno i documenti. Non me lo dicono. Ho l’incubo che mi rimandino indietro in Tunisia com’è successo nel 2020, quando dopo quattro anni che vivevo in Sicilia mi hanno rispedito indietro, mi hanno rovinato la vita. In Sicilia avevo studiato, avevo preso anche la terza media e avevo tanti amici. Era la mia terra”.

Mohammed è tornato da più di un mese in territorio italiano ma né all’interno dell’hotspot di Lampedusa, né a Catania, né a Pomezia gli è stata comunicata la sua condizione giuridica. Secondo il questore di Agrigento Emanuele Ricifari però le persone vengono messe subito al corrente di ciò che gli accadrà. Secondo le autorità, inoltre, da quando il centro di Lampedusa è gestito dalla Croce Rossa non sarebbe mai stato “al collasso”. “Non siamo mai arrivati a riempire completamente la struttura, anche se va detto che i numeri sono stati molto alti. Inoltre, le persone possono uscire quando vogliono dall’hotspot ma non è nel loro interesse farlo”, afferma Ricifari. Le sue parole, anche dopo le immagini del 14 settembre, fanno un effetto particolare.

Felice La Rosa, coordinatore della stazione di Maldusa, un progetto che ha l’obiettivo di sviluppare uno sguardo critico sulla gestione dell’hotspot e degli arrivi a Lampedusa, spiega che “il centro dovrebbe essere un luogo aperto di pre identificazione, da cui le persone possono uscire liberamente. Ma se la volontà politica è quella di rendere Lampedusa il primo punto di frontiera, e l’hotspot il luogo da cui tutti sono costretti a passare, allora è inevitabile che quest’ultimo sia un posto chiuso. Non puoi lasciar andare in giro su un’isola così piccola tremila persone in uno status socioeconomico che contrasta con quello dei turisti sui quali si regge l’economia del luogo”. E conclude: “Oggi è evidente come sul funzionamento del sistema hotspot si stia giocando una partita politica, quello di Lampedusa è l’emblema della convergenza politica tra Italia e Europa. La militarizzazione dell’isola rientra in queste dinamiche, la risposta del governo alla nuova situazione del Mediterraneo centrale è stata quella di moltiplicare i luoghi di filtraggio, di categorizzazione e di detenzione delle persone migranti con il pretesto di dover controllare chi arriva”. 

Ma questa “partita politica” si gioca sulla pelle e sui sentimenti delle persone, dal primo arrivo a Lampedusa fino ai trasferimenti nei vari centri d’Italia. “Sono stato 20 giorni dentro l’hotspot di Lampedusa senza sapere dove sarei andato dopo. Lo chiedevo sempre, ma non me lo diceva nessuno. Ancora adesso che sono al centro di Pomezia non so che cosa ne sarà di me. Vorrei poter cercare un lavoro, ma senza documenti sarò costretto a lavorare in nero. Ci sono persone che vivono qui dentro da quattro anni senza ancora avere i documenti. Ho paura che sarà così anche per me. Anche se la cosa che mi fa più paura è essere rimandato in Tunisia. Ho visto gente ammazzarsi prima di essere rispedita indietro al suo Paese. Chi ha bevuto il detersivo, chi si è impiccato davanti ai miei occhi. Dopo tutto questo, adesso il mio pensiero è stanco, ma non smetto di avere fiducia in quello che verrà dopo”, racconta ancora, esausto, Mohammed.

“È da dodici giorni che sono qui dentro. Di giorno fa molto caldo ma la notte fa freddissimo. Dormo sempre fuori in una brandina. La Croce Rossa non è gentile con me, anche se capisco che siano esausti e abbiano tanto lavoro da fare. Io avrei bisogno di alcune medicine, mi è stato risposto di andarmele a comprare, non sono in un posto o in una situazione in cui posso permettermi di fare acquisti in farmacia. Non è giusto. Voglio sapere quando potrò andare via da qui, quando potrò richiedere i documenti. Ogni giorno portano via delle persone, anche se sono arrivate molto dopo di me. Non capisco il criterio con cui alcune persone sono trasferite e altre no. Ho paura che se resterò ancora qui dentro per molto tempo impazzirò”, racconta Haroun Taboni, seduto accanto alla sua brandina nell’hub di Torino. “Ho finalmente sentito mio padre, gli ho detto che sto bene ma non so cosa fare, spero solo che troverò la mia strada, per ora mi sento solo nervoso e triste”. 

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