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Economia / Opinioni

I costi ancora invisibili dell’approvata “manovra” Meloni

La legge di Bilancio licenziata in tutta fretta dal Parlamento a fine 2022 si rivela ingiusta, insufficiente e costosa assai più dei benefici che dovrebbe garantire. Dall’acquisto del debito pubblico al fisco, a brevissimo emergerà la sua natura di puro “artificio contabile”. L’analisi di Alessandro Volpi

© Markus Spiske - Unsplash

Alla fine è stata approvata. La legge di Bilancio, varata di corsa, suscita numerose perplessità. Senza insistere direttamente sulla “questione fiscale” e su quanto le norme contenute in questo testo favoriscano una particolare categoria di contribuenti -quelli che a parità di reddito con gli altri pagavano già di meno- possono essere sottolineati due brevi aspetti critici.

Il primo, evidentissimo, è costituito dal fatto che 21 dei 35 miliardi di euro sono coperti in deficit, quindi, di fatto, con nuovo debito. Ora sarebbe interessante capire quanto costerà realmente questa copertura in termini di interessi, visto che il Tesoro italiano dovrà rinnovare quasi 435  miliardi di euro in scadenza e vendere una settantina di miliardi di titoli “nuovi”, sulla cui stima esistono tuttavia molte incognite, date appunto le coperture necessarie per la spesa pubblica di emergenza, a partire da quella legata all’inflazione.

Per essere più chiari, i titoli di Stato in circolazione attualmente valgono infatti 2.229 miliardi di euro e oltre il 10% di tale cifra va gestito nei primi 15 mesi di questa legislatura. Nello specifico, il nuovo governo entro il 2023 dovrà rimborsare e poi rinnovare con nuove emissioni tra Bot, Btp, Cct e Ctz, appunto, 435 miliardi di euro. Il tema centrale allora è evidente: alla fine, senza gli acquisti della Banca centrale europea e dunque senza Banca d’Italia, a quanto verrà venduto il debito italiano, dovendo fare ricorso anche, in larga misura, a prestatori “privati” prima garantiti dalla stessa Bce? Una parte dei potenziali compratori “interni”, i pensionati con oltre 2.000 euro di pensione netta, sono stati peraltro penalizzati per oltre due miliardi di euro di mancata indicizzazione. In estrema sintesi, la legge finanzia la spesa con coperture da cercare e che saranno probabilmente assai onerose ma la scelta di non far pagare le imposte a chi ne paga già pochissime produce un simile risultato.

Per maggiore trasparenza però sarebbe stato opportuno almeno rivedere, in maniera significativa, la spesa in conto interessi che certamente salirà anche se, per fortuna, la scadenza media dei titoli italiani è vicina ai sei anni.  Per dire che questa manovra ha in sé numerose incertezze e contiene costi non ancora visibili. Certo, come accennato, non arriverà alcuna copertura dalle entrate tributarie.

Se si sono ottenuti i voti di chi ha sempre avuto un pessimo rapporto con il fisco è complicato trovare poi coperture attraverso la base imponibile. Semmai può stupire, almeno in termini fiscali, il voto di chi ha sostenuto questa maggioranza essendo lavoratore dipendente, sottoposto all’Irpef, perché il cosiddetto “taglio del cuneo fiscale” è risultato davvero poca cosa come dimostrano, ancora una volta, i numeri. Si tratta di una misura da cinque miliardi di euro di cui beneficeranno circa 15 milioni di lavoratori dipendenti, quindi ben poco a testa rispetto ad altri beneficiati. La flat tax vale infatti circa due miliardi per poco meno di 300mila autonomi, la “tregua fiscale” 1,5 miliardi e quasi un miliardo va alle società sportive.

Il secondo aspetto critico è più generale e paradossale. Tutta la manovra si basa sulla riduzione del rapporto debito/Pil e deficit/Pil di qualche punto, che dipendono però quasi per intero dall’inflazione che contribuisce a gonfiare lo stesso Prodotto interno lordo. Se l’inflazione sale diventa possibile centrare gli obiettivi richiesti dalla Commissione europea, se l’inflazione scende gli obiettivi diventano più complessi perché il Pil nominale crescerà meno. Ma se sale l’inflazione non basteranno le risorse inserite nella stessa legge di Bilancio per far fronte al “caro bollette” e quindi occorrerà ulteriore debito. Comunque la si metta siamo di fronte a un vero e proprio artificio contabile di una manovra che si rivela ingiusta e comunque insufficiente e costosa assai più dei benefici che dovrebbe garantire.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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