Diritti / Attualità

I brevetti dei vaccini anti Covid-19 e i profitti sulla pandemia

L’accordo tra la Commissione europea e Pfizer non prevederebbe penali automatiche per i ritardi nella distribuzione delle dosi del vaccino anti Covid-19. Per Vittorio Agnoletto è il punto di arrivo di una situazione in cui sono mancati i controlli sulle case farmaceutiche. Ora è necessario invertire la rotta rendendo i vaccini un bene comune, dando agli Stati la possibilità di produrli direttamente

© Torstensimon - Pixabay

“Nel corso di una pandemia la sola possibilità è considerare i brevetti dei vaccini come un bene comune. Non ci sono alternative. Invece da parte degli Stati e della Commissione europea è mancato qualsiasi tentativo di regolamentare i rapporti con Big Pharma”. Vittorio Agnoletto -medico, attivista e autore dell’inchiesta indipendente “Senza respiro” sulla pandemia da Coronavirus in Italia e in Europa, pubblicata da Altreconomia– commenta così i ritardi nella consegna dei vaccini anti Covid-19 e il contenuto celato dei contratti stipulati tra la Commissione Ue e l’azienda farmaceutica Pfizer. “Un punto di arrivo non inaspettato con immediate ricadute sulla salute pubblica”, aggiunge Agnoletto che è uno dei promotori della campagna “Diritto alla cura. Nessun profitto sulla pandemia”, lanciata lo scorso novembre da un comitato internazionale di ricercatori e attivisti con l’obiettivo di rendere accessibili a tutti i vaccini e di garantire che i diritti di proprietà intellettuale non ostacolino l’accessibilità o la disponibilità di qualsiasi futuro trattamento contro il Covid-19.

Secondo quanto rivelato il 25 gennaio 2021 dal Corriere della Sera, venuto in possesso del contratto sottoscritto dalla Ue con la multinazionale Pfizer e ora in mano all’Avvocatura di Stato, non sarebbero previste penali automatiche in caso di ritardi nelle consegne. Il contratto firmato l’11 novembre 2020 prevederebbe che le consegne siano stabilite su base settimanale, mentre l’allocazione delle dosi è definita su base trimestrale. Un passaggio chiave perché implica che le penali siano previste solo in caso di ritardo nell’arco di tre mesi. Il taglio delle dosi del 29% subito dall’Italia, quindi, non può ancora essere contestato. Per farlo toccherà aspettare fino al 31 marzo ma, anche dopo questa data, nessuna sanzione scatterà in modo automatico. Secondo il contratto -per il quale è fissata “una penale del 20% del valore delle dosi non consegnate” che aumenta in base ai giorni di ritardo- prima dell’applicazione delle sanzioni l’azienda ha a disposizione altri strumenti per rimediare ai ritardi come un rimborso o la cessazione del contratto. Il contratto, inoltre, specifica che l’accordo sulle forniture tra Ue e Pfizer riguarda le dosi e non le fiale. L’8 gennaio 2021 l’Agenzia del farmaco europea (Ema) ha autorizzato l’utilizzo di sei dosi del vaccino per ogni fiale, invece delle cinque iniziali, e per Pfizer meno fiale ma con uno stesso numero di dosi non implicherebbero alcuna violazione del contratto. Per fare valere la sua posizione, l’Italia ha annunciato una diffida nei confronti della casa farmaceutica. L’Avvocatura di Stato contesterà il mancato rispetto della “pianificazione settimanale” che ha comportato “potenziali danni alla salute della popolazione italiana nell’interesse della quale i contratti sono stati sottoscritti”.

“La soluzione non può venire dal ricorso. Serve un netto cambio di paradigma”, spiega Agnoletto. “In termini immediati c’è una sola strada da percorrere: l’utilizzo delle licenze obbligatorie, ovvero una clausola prevista dagli accordi internazionali sulla proprietà intellettuale che autorizza gli Stati, che si trovano in una situazione di pandemia e di difficoltà economica, a produrre direttamente i farmaci salva-vita come farmaci generici, scavalcando il brevetto”. Il riferimento è all’articolo 31 dell’Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights (Trips), accordo internazionale sulla proprietà intellettuale sottoscritto dai membri dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), che consente di “oltrepassare” i brevetti e concedere agli Stati licenze obbligatorie per la produzione di farmaci essenziali. “Finora nessun Paese dell’Unione europea vi ha fatto ricorso. Ora è necessario che, a differenza di quanto si è verificato in circostanze del passato, la Commissione europea non ostacoli il processo”, prosegue Agnoletto.

“Il secondo passaggio è che l’Unione europea appoggi le richieste di India e Sudafrica di un’immediata moratoria sui brevetti per i vaccini e i farmaci anti-Coronavirus”, prosegue Agnoletto. I due Paesi hanno chiesto all’Organizzazione mondiale del commercio di “sospendere” le regole sulla proprietà intellettuale fino a quando il Covid-19 non sarà sconfitto. La proposta è ancora ferma. “C’è poi un ultimo e fondamentale passaggio di volontà politica. Rivendicare che i brevetti finanziati con i soldi dei cittadini siano pubblici e quindi che i vaccini vengano considerati un bene comune. La nostra petizione ‘Diritto alla cura’ va in questa direzione”. Finora in tutta Europa sono state raccolte 40mila firme di cui 10mila in Italia. È necessario arrivare a un milione di sottoscrizioni per poterle consegnare alla Commissione, poi obbligata ad aprire un dibattito sui temi proposti. La campagna, in particolare, chiede che siano introdotti obblighi giuridici per i beneficiari di finanziamenti dell’Ue per quanto riguarda la condivisione di conoscenze in materia di tecnologie sanitarie, proprietà intellettuale e dati relativi al Covid-19 e, inoltre, che tali obblighi riguardino anche la trasparenza dei finanziamenti pubblici e dei costi di produzione. “Chiediamo all’Unione europea di cambiare completamente atteggiamento. Lo stesso dovrebbe fare l’Italia insieme agli altri Paesi comunitari. Se tutti facessero uso delle licenze obbligatorie, si otterrebbe una posizione di forza e i rapporti con Big Pharma e le multinazionali cambierebbero”.

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