Cultura e scienza / Opinioni

Il mondo marcio di Tiepolo e quella pittura che resta per sempre

Nei suoi quadri, il pittore settecentesco ancora oggi inafferrabile racconta la dissoluzione delle società e della sua stessa vita. La rubrica di Tomaso Montanari

Tratto da Altreconomia 224 — Marzo 2020
"Allegoria dell'Europa", 1752 | 1753, Giovan Battista Tiepolo - Residenza di Würzburg, Germania (Immagine da Wikipedia)

Giovan Battista Tiepolo muore a Madrid il 27 marzo del 1770. Nemmeno vent’anni dopo, il suo mondo, ormai marcio fino al midollo, crolla: la Rivoluzione Francese del 1789 spazza via l’antico regime e apre le porte a una modernità in cui siamo ancora immersi, nonostante tutto. Proprio a quell’anno fatale, al 1789, risale uno struggente quadro di Francesco Guardi, fratello della moglie di Tiepolo. I veneziani di spalle guardano l’incendio dei depositi dell’olio a San Marcuola, a Venezia. Un piccolo fatto e insieme un quadro che rappresenta la fine di un’epoca: il mondo che allora bruciava era già finito e da tempo ne sopravviveva una dorata crisalide. E quasi che ne fosse profondamente consapevole, Tiepolo l’aveva dissolto nella luce, nei suoi soffitti incantati. Rimaneva l’arte: terribilmente, grandiosamente sola. Il delirio di Tiepolo, il suo abisso di luce ferma il corso della storia, lo contraddice, lo esorcizza, lo smentisce: e ancora oggi ci accoglie in un eterno presente. Forse per questo, come disse un testimone contemporaneo: “Il Tiepolo si può denominare il vero mago della pittura, dappoiché le sue pitture sono una vera magia”. E così, come interpretare, come giudicare Tiepolo?

“Tiepolo esorbita da ogni cornice della pittura settecentesca e diventa del tutto opaco se interpretato all’interno di uno sviluppo storico. Era solo una tardiva propaggine di Veronese? Era solo un grande virtuoso, pronto a celebrare trionfi secolari ed ecclesiastici, pagani e cristiani, mitologici e dinastici? Era fedele alle intenzioni dei committenti, alle quali si contentava di aggiungere una qualche dose di estro? Se intesa su questa falsariga, l’intera opera di Tiepolo si appiattisce come un castello di carte urtato da una mano impaziente. Mentre chiunque frequenti a lungo la sua pittura non riesce a sbarazzarsi del sospetto che Tiepolo non usasse i suoi trionfi in funzione dei singoli personaggi rappresentati, ma usasse quei personaggi in funzione del trionfo stesso”. Queste parole di Roberto Calasso condensano molti degli interrogativi che ancora circondano l’ultimo dei sommi pittori italiani di fama universale. Tiepolo, tutto “spirito e fuoco” nella geniale definizione di un suo contemporaneo, è ancora inafferrabile.

Egli seppe consumare quattro secoli di pittura nel fuoco e nella luce di “un sole, che forse non ha esempio” (come scrive di lui un altro veneziano del suo tempo). Negli ultimi giorni della sua vita Tiepolo si dedicò ad alcune opere altissime, piccole solo per dimensioni. Una serie di quadretti sulla Fuga in Egitto: un tema che teneva insieme la condizione provvisoria e obliqua di chi si trova a vivere in terra straniera, come lui in Spagna o come tutti nella vita; la nostalgia della sua famiglia o quella di un mondo che stava finendo, inesorabilmente; il rapporto tra il vasto mondo e terribile e i corpi, piccoli e fragili di chi in quel mondo è pellegrino o migrante. Una luce tersa, meridiana, spietata: la sua luce. La sabbia, anch’essa fatta di luce. Un fiume, il cui corso ignoto assomigliava alla vita, a quella vita che Tiepolo sentiva ormai scorrergli via, tra le dita. Un albero: dal tronco come sempre storto, scaleno, obliquo. Come i suoi cieli. Se il mondo che aveva conosciuto, e la sua vita stessa, stavano per finire, la pittura sarebbe rimasta per sempre, come un incantesimo. Un incantesimo di luce nel quale -oggi: duecentocinquanta anni dopo- è ancora dolcissimo smarrirsi.

Tomaso Montanari è professore ordinario presso l’Università per stranieri di Siena. Ha vinto il Premio Giorgio Bassani di Italia Nostra

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