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Economia / Opinioni

Fratelli di Confindustria: così Meloni riscrive il linguaggio economico della destra

Dal discorso alla Camera della presidente del Consiglio emerge una posizione chiaramente liberista, incentrata sul taglio delle tasse e sulla volontà di affidare alle imprese la politica industriale. Scomparsi i richiami al sociale, è cieca la fiducia negli spiriti animali della crescita. Come Reagan, 40 anni dopo. L’analisi di Alessandro Volpi

Giorgia Meloni durante il discorso alla Camera dei deputati per ottenere la fiducia dal Parlamento © Fotogramma

I passaggi dedicati da Giorgia Meloni all’economia nell’intervento alla Camera dei deputati hanno un’impostazione molto chiara: sono decisamente liberisti, fatta eccezione per alcuni richiami alla proprietà pubblica delle reti e a qualche altro accenno, assai marginale e molto generico, alla spesa sociale. È evidente infatti l’insistenza sulla riduzione dei prelievi fiscali: dalla tassa piatta al 15% per i fatturati delle partite Iva fino a 100mila euro di reddito, alla flat-tax incrementale, dal quoziente familiare Irpef (che significa di fatto una riduzione fiscale) al taglio dei cinque punti di cuneo fiscale (ma senza specificare a vantaggio di chi) fino alle misure di sostegno al reddito che si declinano in maggiori esenzioni e in minore tassazione della produttività.

In questo senso anche i provvedimenti ipotizzati per le fasce di reddito più basse sembrano tutti imperniati sull’alleggerimento fiscale, come dimostrano l’innalzamento della soglia di esenzione per i fringe benefit e il richiamo esplicito all’ampliamento della platea dei beni di consumo a cui applicare l’Iva al 5%. Meno tasse per tutti è lo slogan -neppure troppo implicito- dell’intervento di Meloni. Accompagnato però, ed è questa la novità, dalla rimozione dell’immancabile auspicio coltivato in passato dalla destra italiana a un maggior intervento pubblico. Nella stessa logica si muove “la tregua fiscale”, intesa come una rinegoziazione del carico tributario pregresso, di fatto decisa dagli stessi contribuenti non adempienti.

In estrema sintesi, è forte l’impressione di una politica economica decisamente mercatista, dove lo slogan è “non disturbare le aziende”, lasciando agli imprenditori campo libero, partendo dal presupposto che sono loro a creare valore. Viene persino definita una collocazione dello Stato come soggetto ostile nei confronti dei processi produttivi: “Perché la ricchezza la creano le imprese con i loro lavoratori, non lo Stato tramite editto o decreto -ha dichiarato perentoria Meloni-. E allora il nostro motto sarà ‘non disturbare chi vuole fare'”.

Nella medesima prospettiva, l’intervento pubblico viene assimilato in toto alla nefasta burocrazia e qualificato come strumento di inutili misure di contrasto a una povertà (come nel caso del reddito di cittadinanza) che è solo apparente e truffaldina. Siamo di fronte a posizioni apertamente confindustriali, non a caso già celebrate da Il Sole 24 ore come un vero e proprio “manifesto economico”. Sembrano spariti del tutto i riferimenti di natura sociale, i richiami diretti al mondo dei lavoratori che vengono “affidati” alla volontà di fare impresa dei loro datori di lavoro, a cui si assegna persino il compito di sviluppare lo strumento del welfare aziendale contro gli effetti dell’inflazione.

Giorgia Meloni riscrive il lessico della destra, rimuovendo di forza e in un sol colpo, molto di più di quanto avveniva nel programma elettorale del centrodestra, la lunga tradizione di figure come Alberto Beneduce (già creatore dell’Iri), l’economista Donato Menichella, l’industriale Enrico Mattei e persino delle impostazioni rautiane. In termini economici non c’è traccia di sovranismo statuale, ma soltanto un’incondizionata fiducia nel mercato, tipica del più consolidato laissez-faire.

In un’ottica simile la neo-presidente del Consiglio sembra davvero tradurre alcuni dei punti centrali della cosiddetta “Agenda Draghi” in un programma tutto politico di indebolimento dell’azione pubblica, a cui sono riconducibili, parimenti, l’elogio dell’autonomia differenziata nordista e l’ammiccamento ai capitali esteri, di fronte al quale spariscono praticamente del tutto i richiami a un anticapitalismo e a un’avversione nei riguardi della finanza, in passato presenti, almeno in parte, nel patrimonio della destra sociale. La “nuova” destra italiana pare presentarsi così con la visione di uno Stato alleggerito della sua prerogativa di prelievo fiscale ma anche, per molti versi, intenzionato ad assegnare, in toto, alle imprese il compito di fare politica industriale, secondo un modello che ricorda i neo-conservatori americani degli anni Ottanta. Paradigmatico il richiamo, a metà strada tra Monti e la reaganomics (l’insieme delle politiche economiche adottate dagli Usa durante la presidenza di Ronald Reagan, tra il 1981 e il 1989, ndr), alla riduzione del debito con gli spiriti animali della crescita. Il governo “patriottico” parla inglese.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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