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Gas: l’incidente in Austria e i ritornelli sulla dipendenza dall’estero. Ecco come stanno le cose

Le forniture all’Italia non sono mai state in pericolo e quella del gas russo si è interrotta per poche ore. Ciononostante in molti hanno colto l’occasione per tornare a proporre l’Italia come hub del gas e investire in nuovi gasdotti. A partire dal TAP. Una strategia vecchia che non tiene conto della realtà

Il terminale del gas di Baumgarten an der March, in Austria - © AFP
Il terminale del gas di Baumgarten an der March, in Austria - © AFP

L’incidente al terminale del gasdotto TAG ha causato un morto e ventidue feriti. Le polemiche che sono seguite non hanno fatto altro che alzare un gran polverone su una situazione in realtà chiarissima. Le forniture di gas all’Italia non sono mai state in pericolo, quella del gas russo dall’Austria si è interrotta solo per poche ore. Ciononostante in molti hanno approfittato della situazione per tornare a proporre l’Italia come hub europeo del gas, citando una presunta debolezza del nostro Paese. Ma come stanno realmente le cose?

Il gasdotto TAG (Trans Austria Gasleitung) ha una potenzialità di 107 milioni di metri cubi di gas al giorno. Pari a meno del 30% del potenziale complessivo degli impianti attualmente attivi in Italia (circa 375 milioni di metri cubi al giorno). In aggiunta a questi sono già stati autorizzati nuovi impianti per un totale di altri 117 milioni di metri cubi al giorno. Se e quando saranno terminati il gasdotto TAG si ridurrebbe a poco più del 20% del potenziale nazionale di importazione. I consumi di gas nel 2016 sono stati di circa 71 miliardi di metri cubi, a fronte di una capacità di importazione attuale di circa il doppio (136 miliardi) e potenziale di circa 180 miliardi.

Non vi è quindi alcun allarme e alcun pericolo per gli approvvigionamenti. I consumi in Italia sono risaliti negli ultimi due anni dopo essere scesi per 10 anni da un massimo di 86 miliardi a un minimo di 62 nel 2014. Non a caso sono anni in cui la produzione da rinnovabili è sostanzialmente rimasta bloccata mentre i governi in carica rilanciavano l’industria fossile (ad esempio con lo Sblocca Italia). Peraltro, se giustamente siamo preoccupati della eccessiva dipendenza energetica dall’estero del nostro Paese, dovremmo affrettarci per ridurla investendo sulle rinnovabili, non per aumentarla costruendo nuove infrastrutture di importazione di gas. Investire in nuovi gasdotti è quindi una scelta politica e industriale, non una necessità. Una scelta ribadita anche da una Strategia Energetica Nazionale troppo debole. Avevamo già ricordato qualche mese fa come i Paesi attorno all’Italia stiano perseguendo strategie di riduzione dei consumi energetici comprese tra il 50 e il 66%. A chi venderemmo il gas in queste condizioni?

La "previsione" (sbagliata) dell'allora presidente di Enel, Chicco Testa. Era l'aprile del 1999
La “previsione” (sbagliata) dell’allora presidente di Enel, Chicco Testa. Era l’aprile del 1999

Ma la fuga dalle fossili continua a procedere e non passa settimana senza notizie clamorose. Solo pochi giorni fa si è ad esempio arenato (forse definitivamente) il progetto di Carmichael che, se realizzato, costituirebbe la più grande miniera australiana. Il gruppo indiano Adani, detentore della concessione, non è riuscito a trovare i finanziamenti necessari, dopo il rifiuto delle grandi banche cinesi. Australia, Cina e India sono tre pilastri dell’industria carbonifera mondiale che ha retto il vecchio ordine energetico mondiale. Nel vecchio ordine energetico le banche cinesi avrebbero messo il capitale, Adani avrebbe realizzato il progetto e fiumi di carbone sarebbero fluiti attraverso il porto di Abbot Point. Nel nuovo ordine energetico, nonostante il progetto abbia tutte le autorizzazioni ambientali necessarie, la miniera di carbone non ci sarà perché non è “fattibile commercialmente”. L’obiezione a questo punto sarebbe: ma rinunciando al carbone, non dovremmo aumentare i consumi di gas? Nel vecchio ordine energetico il gas era considerato il combustibile di transizione. Ma allora perché la Banca Mondiale ha deciso di non finanziare più nessun progetto di estrazione di petrolio o di gas, a partire dal 2019?

Nel vecchio ordine energetico l’Italia avrebbe potuto fare l’hub europeo del gas. Nel nuovo potrebbe giocare un ruolo di primo piano nella strategia europea di innovazione tecnologica, ricerca e investimenti che ci porteranno nell’arco della prossima generazione a liberarci dalla dipendenza fossile. Se solo volesse.

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