Diritti / Opinioni

La frontiera tra l’umano e il disumano

È immorale votare sia per i regimi della Razza sia per i regimi del Mercato. È giusto e opportuno votare per quelle forze che non aiutano il regime capitalista e neppure ne propongono le varianti nazionaliste. Queste forze non sono “il bene” e non sono per nulla esenti da colpe, però restano disponibili a ricostruire il bene comune. Le “idee eretiche” di Roberto Mancini

Tratto da Altreconomia 215 — Maggio 2019
© Photo by Siora Photography on Unsplash

La frontiera tra l’umano e il disumano. È l’unica che va sorvegliata ed è quella che ci sta davanti alle prossime elezioni per il Parlamento europeo. Gli effetti del voto incideranno sulla vita di tutti. Soprattutto sulla vita dei più piccoli, dei giovani, dei poveri, delle donne, dei lavoratori salariati, dei piccoli lavoratori autonomi, dei migranti e anche di chi, come accade da noi, è italiano ma gli viene negata la cittadinanza perché figlio di genitori stranieri. Se preverrà il nazionalismo razzista, la vita di queste persone e di tutti peggiorerà. Non solo perché avremo un Parlamento antidemocratico, nemico dei diritti e dell’Europa, ma perché un esito simile sarà preso come la fine del sogno di un’Europa unita nella democrazia e nell’ecologia, un’Europa che ripudia il colonialismo ed è capace di accogliere davvero.

In Italia il governo della Lega a 5 stelle ha operato in modo da realizzare una vera traduzione politica del male. Non esagero. Bisogna pur chiamare le cose per nome senza quel finto e daltonico spirito di apertura che rinuncia per principio a dire che qualcosa in effetti è male. Quando decreti, leggi e pronunciamenti del governo non affrontano, anzi aggravano una situazione complessiva che vede la morte di persone per annegamento o per le violenze nei campi della Libia, la demolizione delle esperienze di accoglienza, la perpetuazione di iniquità croniche (vedi ora la flat tax), la mancanza di lotta reale alle oligarchie capitaliste e alle mafie, l’assenza di un progetto di risanamento dell’economia in chiave ecologica, nonché la mancanza dell’impegno per le nuove generazioni in termini di progetto per creare lavoro in Italia e per rilanciare scuola e università, allora questo governo sta operando il male. Esso non è “diabolico”, come ha insegnato Hannah Arendt, è affar nostro, nostra responsabilità. Di qui l’impegno a chiamare ogni volta il male per nome, il che non significa “demonizzare” qualcuno, come si dice inibendo ogni possibilità di critica. Il male è il disumano: chi lo tollera, lo alimenta e lo sviluppa opera il male.

Ciò non implica che allora chi si oppone a questo governo rappresenti “il bene”. Opporsi è doveroso, ma di per sé nessuno può identificare se stesso con il bene. Si tratta di esprimere una critica morale e politica, non di cadere nella presunzione di essere, come persone, migliori degli altri. Serve l’umile coscienza del fatto che la tentazione del disumano è sempre vicina a chiunque. Sotto giudizio non ci sono le persone, ma le logiche, le scelte, i comportamenti. Proprio rinunciando a ragionare in termini di buoni e cattivi, si può e si deve esercitare il discernimento che separa il bene dal male, l’umano dal disumano. Il migliore criterio orientativo è quello della liberazione degli oppressi: si serve la causa del bene, dunque quella della dignità umana e della natura, quando si agisce in modo che le vite di chi soffre siano sollevate, riscattate, sostenute. Se si fa il contrario, si fa il male.

La questione non è riducibile alla scelta elettorale, ma votare non è neutro. È immorale votare sia per i regimi della Razza sia per i regimi del Mercato. È giusto e opportuno votare per quelle forze che non aiutano il regime capitalista e neppure ne propongono le varianti nazionaliste. Queste forze non sono “il bene” e non sono per nulla esenti da colpe, però restano disponibili a ricostruire il bene comune. Il sogno dell’Europa come comunità democratica di popoli fratelli e aperti ai popoli di altri continenti oggi ha molti nemici, da Trump a Putin, dal governo cinese ai neofascisti del “gruppo di Visegrad”, sino alle molte destre italiane. La realizzazione del sogno è quanto mai preziosa per promuovere la democratizzazione nel mondo globale e la svolta che possa salvarci dalla catastrofe climatica. Esso va difeso e sviluppato, non liquidato. Facciamo in modo che il voto del 26 maggio sia un passaggio di inveramento di questo sogno, l’unico capace di non mutarsi in un incubo totalitario.

Roberto Mancini insegna Filosofia teoretica all’Università di Macerata. Nel 2016 ha pubblicato “La rivolta delle risorse umane. Appunti di viaggio verso un’altra società” (Pazzini editore)

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