Diritti / Opinioni

Superare quella frontiera che sta dentro di noi

Nel panorama attuale ci sono mille frontiere, ma la prima frontiera passa dentro di noi. È la linea che separa umano e disumano, rassegnazione e azione, inerzia e impegno per la liberazione, distruttività e creatività. Quando superiamo questa frontiera nella direzione giusta, il male del mondo inizia a diminuire. Le “idee eretiche” di Roberto Mancini

Tratto da Altreconomia 213 — Marzo 2019
© Andreea Popa on Unsplash

Oggi è urgente togliere il nostro Paese dalla via senza sbocco in cui si è cacciato. Dei due partiti per ora al potere, uno spicca per la rozzezza, per la pretesa di risolvere qualsiasi problema con la forza, con i metodi sbrigativi, con l’uomo “forte”, con il respingimento degli stranieri poveri (quelli ricchi li accoglie volentieri). L’altro brilla per la presunzione di superiorità basata sul culto della tecnologia fine a se stessa, sull’improvvisazione irresponsabile, sull’incoerenza per cui si può dire e disdire a seconda delle convenienze, pur di restare al governo. Non concordo con chi enfatizza le divergenze tra i due partiti: culturalmente sono fratelli e sono entrambi protesi a mantenere il potere a tutti i costi. Uno schieramento alternativo e credibile, per adesso, non è reperibile, chissà quanto tempo impiegherà a prendere vita. Ma intanto che cosa si può fare?

Un’alternativa politica, anche elettorale e istituzionale, è indispensabile. Ma affinché questa sorga, bisogna liberare il potenziale di azione giusta e solidale di cui ciascuno dispone, anche se spesso non l’ha attivato e neppure scoperto. La prima condizione per la gestazione di una società equa, per lo sviluppo della democrazia e per la radicale trasformazione dell’economia è che ci siano veramente persone e comunità.

Persona è una donna o un uomo che rispetta la propria dignità e quella altrui, che preserva la propria integrità umana, che desidera contribuire al bene comune della società e della natura. Si tratta di qualcuno che è disposto a fare la sua parte non cercando di conquistare potere, ma sprigionando l’efficacia della responsabilità. Perché i problemi sono risolti da chi se ne fa carico, mai da chi pretende di comandare. Se invece ci sono per lo più individui autocentrati, conformisti, intimiditi e/o aggressivi, pronti a scagliarsi contro chi è più debole, magari gridando “prima gli italiani!”, allora manca la sostanza umana per avere un Paese abitabile. Nel panorama attuale ci sono mille frontiere, ma la prima frontiera passa dentro di noi. È la linea che separa umano e disumano, rassegnazione e azione, inerzia e impegno per la liberazione, distruttività e creatività. Quando superiamo questa frontiera nella direzione giusta, il male del mondo inizia a diminuire. Nel contempo è necessaria una seconda condizione: che nel tessuto della società ci siano comunità aperte, capaci di agire con la forza della solidarietà, dell’accoglienza, del riscatto dei resi ultimi.

Penso a comunità civili che sono la base sociale di una società democratica, la sola che poi possa esprimere dei governi democratici. Altrimenti anche il singolo più coraggioso e attivo resta isolato. Non parlo di sette, di piccoli gruppi fanatici o di gruppi esaltati che in nome del “padroni in casa nostra” ripudiano qualsiasi legame interumano; parlo di comunità che volentieri si riconoscono partecipi dell’umanità e della natura. Esse vanno costruite grazie a quanti sono disposti a restituire i diritti anzitutto a chi è sfruttato, respinto, oppresso.

I diversi soggetti impegnati per generare un’economia alternativa devono capire in quale passaggio storico siamo sospesi e bloccati. E devono trovare finalmente una convergenza forte e inedita, coscienti della loro quota di responsabilità per uscire dalla caverna del rancore, del razzismo, del sovranismo, senza per questo restare minimamente subalterni ai grandi poteri globali. Questi soggetti non devono anteporre la tutela della propria identità particolare al loro potenziale di fecondazione democratica della cultura corrente, delle pratiche sociali, della vita dei territori e delle istituzioni. Non devono guardare a se stessi, ma a un grande progetto di trasformazione della società, cercando tutte le alleanze oneste per avviarne la realizzazione. Allora le loro pratiche, le iniziative e le campagne su temi specifici attueranno la concreta transizione che giorno per giorno promuove il passaggio dalla trappola in cui siamo a una vita decente.

Roberto Mancini insegna Filosofia teoretica all’Università di Macerata. Nel 2016 ha pubblicato “La rivolta delle risorse umane. Appunti di viaggio verso un’altra società” (Pazzini editore)

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