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Frans van der Hoff, il lottatore sociale che ha segnato la storia del commercio equo e solidale

Frans van der Hoff - Il ritratto è pubblicato nel suo "Manifesto dei poveri" edito da Il Margine

È morto a 84 anni il teologo ed economista olandese, anima del fair trade. Da prete-operaio ha vissuto con i suoi compagni della Unión de comunidades indígenas de la Región del Istmo R.I. (Uciri), che aveva contribuito a fondare nelle zone montagnose del Messico per difendere i piccoli produttori di caffè. La sua vita e un suo scritto

La notte del 13 febbraio, a 84 anni, è morto Frans van der Hoff. Teologo ed economista nato in Olanda, è tra le figure più importanti del movimento globale del commercio equo e solidale. Ne ha segnato la storia, quindi anche quella della nostra rivista. I suoi compagni della Unión de comunidades indígenas de la Región del Istmo R.I. (Uciri), che aveva contribuito a fondare nelle zone montagnose dello Stato messicano di Oaxaca nei primi anni 80, hanno salutato commossi il loro Francisco Petrus van der Hoff Boersma chiamandolo “luchador social”, “pionero del comercio justo y de la producción orgánica”. Perché quello era: un lottatore sociale con i “sandali ai piedi e una borsa di lana”, come lo definì affettuosamente il suo amico Rudi Dalvai, fondatore del Consorzio Ctm Altromercato. Uciri nacque proprio per contrastare la miseria estrema nella zona di Zapoteca e Mixe de la Sierra e soprattutto per tagliare la dipendenza e lo sfruttamento degli intermediari (coyotes) nella coltivazione e vendita del caffè. È il primo caffè importato da Altromercato, ed emoziona in queste ore prendere in mano il pacchetto scuro e leggere il motto di Uciri: “Uniti vinceremo”. Van der Hoff non li ha mai mollati, vivendoci e lavorandoci insieme, a differenza dei tanti che dicono ma poi non fanno, invocando una rivoluzione giusta che però non possono praticare mai per precedenti impegni presi.

La vita di van der Hoff è stata in questo senso incredibile, ancora e molto prima della scelta di dar vita al marchio di fair trade Max Havelaar. Ne riportiamo di seguito alcuni sintetici passaggi, rimandando chi legge a tre libri: “Max Havelaar. L’avventura del commercio equo e solidale” di Nico Roozen, Frans van der Hoff (Feltrinelli, 2003), “Faremo migliore il mondo. Idea e storia del commercio equo e solidale” (Mondadori, 2005) e “Manifesto dei poveri. Il commercio equo e solidale per non morire di capitalismo” (Il Margine, 2012) sempre di Frans van der Hoff. Dopo la sua breve biografia (grazie di nuovo a Rudi Dalvai, che con lui ha sgranato anche il granturco, a piedi nudi, sulla soglia della casa di Tehuantepec), pubblichiamo il suo scritto “I miei amici indios”, tratto proprio dal “Manifesto dei poveri”. Viva Frans van der Hoff, la sua lotta brilla.


“Frans van der Hoff è nato nel 1939 nel Sud dell’Olanda in una famiglia di contadini. Fin da giovane è stato politicamente attivo nel movimento studentesco alla Radboud University Nijmegen. Ha ottenuto un dottorato in Economia politica e uno in Teologia in Germania. Nel 1970 va a vivere a Santiago del Cile per lavorare nei barrios come prete-operaio. Durante il golpe del 1973 si trasferisce in Messico per continuare la sua opera nelle baraccopoli di Città del Messico. Sette anni più tardi si sposta a Oaxaca, nel Sud del Messico. Come prete-operaio si integra velocemente nella comunità e sperimenta in prima persona la miseria e le difficoltà economiche dei produttori locali di caffè.

Nel 1981 partecipa alla creazione di Uciri, una cooperativa di piccoli produttori di caffè fondata con l’obiettivo di affrancarsi dagli intermediari locali, chiamati anche coyotes. Nel 1985 incontra Nico Roozen alla stazione di Utrecht tramite un amico comune. Roozen, che era allora responsabile del business development di Solidaridad, si interessa al lavoro di van der Hoff. Da questa collaborazione è nato il 15 novembre 1988 Max Havelaar, la prima certificazione di commercio equo. Ha scritto diversi libri sul commercio equo e solidale e sui piccoli produttori che ne fanno parte e portato il messaggio del commercio equo e della economia sociale su convegni e conferenze in tutto il mondo”.


Frans van der Hoff nel suo ufficio a Tehuantepec – La fotografia è tratta dal suo “Manifesto dei poveri” edito da Il Margine

I miei amici indios – Frans van der Hoff – dal suo “Manifesto dei poveri” edito da Il Margine nel 2012

“Da più di trent’anni sono prete-operaio nella zona montuosa a Nord dell’istmo di Tehuantepec, nel Sud del Messico, e lavoro con i popoli zapotechi, mixtechi, chatinos e chontales. Come i miei amici e colleghi contadini indios guadagno ogni giorno soltanto quel poco che serve a pagare le patate necessarie al mio sostentamento. In mezzo a questi agricoltori che coltivano caffè, mais, fagiolini e frutta, mi rendo conto fino a che punto questi popoli vivano in uno stato di crisi permanente e strutturale. Faticano a guadagnare tre dollari al giorno.

Spesso mi chiedono in che modo la crisi si ripercuote sulla vita dei popoli autoctoni, ma mi è d’obbligo partire dalla constatazione che la crisi è una costante nella Sierra.
Da secoli gli indios vivono, o piuttosto sopravvivono, in un contesto di crisi, ma non si lasciano travolgere. Anzi cercano sempre modi nuovi per gestire la situazione e non farsi mai trovare impreparati. Il loro modo di vita si ispira alla saggezza ancestrale dei contadini che consiste nell’amare la vita, nel resistere e nello sperare sempre.
L’esclusione che vivono sulla propria pelle, lo sfruttamento, le umiliazioni che subiscono non li hanno gettati nella disperazione, ma hanno suscitato in loro la speranza di una vita dignitosa, l’attesa di una risposta. Non è la promessa di una lotta, di una rivoluzione, ma un pensiero positivo e creativo che non ha nulla a che vedere con il moralismo proprio di un umanesimo senza più vigore. Per gli indios la solidarietà e l’espressione stessa della natura sociale dell’uomo, non qualcosa di aggiuntivo all’individualità di ciascuno.

Dalle scienze pure, razionali, non si attendono un granché. Non sono un romantico, la vita nei campi è dura, molto dura. Benché io abbia conseguito nella mia vita più di un dottorato in materie scientifiche, ho imparato molto dal loro buon senso e dalla loro esperienza: la capacità di esplorare nuovi percorsi, di protestare e contemporaneamente di avanzare proposte. È ormai ora di imporre l’uomo e il vivente, dal versante ontologico ed esistenziale, quali coordinate imprescindibili e ultime.

È lo scopo di questo manifesto, speranza di tutti quelli che resistono alla demolizione della vitalità e ai percorsi di morte. Credo fortemente nella necessità di creare uno spazio di pensiero e di analisi fondato sulle pratiche ancestrali dei contadini al fine di riconquistare lo spazio collettivo e pubblico. Credo che un’altra organizzazione sociale sia possibile perché il capitalismo non è niente altro che l’organizzazione sistematica e legalizzata delle ingiustizie, delle disuguaglianze e delle emarginazioni e perché le democrazie esistenti sono false, simulacri al servizio di interessi particolari e privati. E in questo contesto solo quanti hanno la possibilità di sopravvivere ce la fanno, ma mai i più deboli.

È proprio a partire dalla capacità di sopravvivenza, in quanto elemento imprescindibile, che, da qualche anno, è nata l’idea di un’economia sociale e solidale. Si tratta di un mercato in cui i contadini possano trarre profitto dai prodotti che coltivano senza essere sfruttati, partecipare al miglioramento del loro ambiente, migliorare le condizioni di vita delle loro famiglie e, soprattutto, organizzarsi in cooperative di produzione per mettere in comune forze e mezzi. Da qui, il ripristino dell’agricoltura biologica, con l’appoggio della nostra cooperativa di prestito e di credito e la conseguente creazione di reti di commercio equo e solidale.

Non significa soltanto l’introduzione nel mondo del commercio di una dimensione sociale; si tratta soprattutto di una concezione diversa che garantisce a tutti la sopravvivenza sul nostro pianeta a patto che si riconoscano innanzitutto le diversità di ciascuno e si instaurino regole che controllino la violenza dell’economia e del mercato. Sono le basi indispensabili per il miglioramento della vita delle comunità locali. Per questo non abbiamo chiesto fondi stranieri per sviluppare i nostri progetti, che sono invece regolati sulle nostre forze e sulle nostre risorse di tempo, di lavoro e di fatica. Allo stesso modo rifiutiamo la beneficenza. Soprattutto quella che viene dall’alto, dai ricchi.
In quanto aiuto per i poveri e i bisognosi del mondo contemporaneo, la beneficenza ha lo stesso significato di una medicina che viene somministrata dopo averli sottoposti a violenza ed esclusione.

Non credo ai miracoli e ancora meno alle promesse. Per questo abbiamo lavorato per migliorare le nostre condizioni di vita, mirando all’autosufficienza e alla sicurezza alimentare e rispettando le terre lasciateci dai nostri padri.
Abbiamo così potuto creare un’impresa attenta al sociale e nello stesso tempo efficace, in grado di apportare un reale valore aggiunto ai nostri prodotti agricoli, commercializzandoli nella loro regione di produzione ed esportandone solo l’eccedenza a un prezzo superiore a quello del mercato. Questo ci permette di conservare i nostri costumi, la nostra cultura e la nostra vita sociale e di resistere alla minaccia dell’individualismo occidentale.

Al di fuori di queste comunità indigene del Messico dove l’avventura ha avuto inizio, il commercio equo e solidale ha acquisito una dimensione mondiale, che nessuno avrebbe potuto prevedere all’inizio. In ventidue Paesi del Sud, tra cui naturalmente il Messico, questa forma di commercio che si basa evidentemente su un’economia diversa da quella del sistema ultraliberista si è installata e funziona. E in cinquantasei Paesi del Nord strutture nate dal commercio equo e solidale distribuiscono i prodotti.
Si tratta di uno dei rari sistemi economici che funzionano senza produrre esclusione, ma permettendo ai più poveri di passare dal rango di emarginati a quello di attori di un’economia che non cerca più di sfruttarli sistematicamente.

Già questa esperienza aveva radicato in me la convinzione che si poteva cambiare il sistema dominante a livello mondiale e la crisi che stiamo vivendo negli ultimi anni non ha fatto altro che rendere ancora più evidente la necessità di un cambiamento in questa direzione. Come succederà? Non lo so, ma succederà. La tensione sta crescendo dal basso, tra i meno fortunati e gli esclusi dal sistema attuale. I più poveri mettono sempre più in discussione il sistema è ne chiedono cambiamenti in tempi brevi. È in questa direzione che si sta muovendo la storia.

Il capitalismo non è connaturato all’uomo. Il capitalismo esiste infatti solo da duecento anni e noi abbiamo potuto constatare, in modo definitivo, che le contraddizioni che gli sono proprie portano in se stesse i germi del suo superamento: il commercio equo e solidale è uno di questi. Agisce infatti sul capitalismo come una sorta di catalizzatore, di regolatore. Non c’è bisogno di andare a cercare, ancora una volta, una soluzione da imporre dall’alto, ideata dalle élite che si dicono illuminate. La risposta esiste e risiede nell’uomo, nella sua capacità di resistere, organizzarsi, lottare. I più poveri non chiedono nulla, portano in sé le soluzioni al capitalismo viziato dall’interno e ormai agonizzante. Il mondo globalizzato che ci propinano quotidianamente non è che un mito. I muri, che oggi i Paesi occidentali erigono da ogni parte per creare una separazione tra mondi diversi, sono segno evidente di questa menzogna. Credo fermamente che i poveri, organizzandosi, possano eliminare queste barriere per vivere meglio insieme. Non possiamo creare un paradiso in Terra né ci illudiamo di poterlo fare, ma non sarà meglio sognare da svegli che continuare ad accettare l’esclusione nell’ignoranza?”.

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