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Diritti / Reportage

Ecuador: con lo sciopero indigeno il Paese si guarda allo specchio

Il presidente della Conaie, Leonidas Iza, durante un'assemblea con i manifestanti presso l'Universidad central di Quito, giugno 2021 © Edu León

A giugno un grande sciopero nazionale durato 18 giorni, il più lungo del XXI secolo, ha costretto il governo del banchiere Guillermo Lasso ad ascoltare le richieste delle popolazioni indigene. Ma dopo tre mesi di negoziati i leader del movimento non sono soddisfatti dei risultati: “Se non verremo ascoltati torneremo a manifestare”

“Non siamo soddisfatti. È vero, ci sono intese su alcune questioni, ma non sui temi principali. Adesso tocca allo Stato trasformare gli accordi in realtà e a noi valutare i prossimi passi”. Così Leonidas Iza, presidente della Confederazione dei popoli indigeni dell’Ecuador (Conaie), al termine della riunione conclusiva del “Dialogo” tra governo e indigeni che si è svolta a Quito il 14 ottobre, una settimana fa. Il processo è nato a seguito del paro, lo sciopero che la Conaie e altre organizzazioni indigene hanno lanciato lo scorso 13 giugno e che si è concluso 18 giorni dopo, con la firma di un accordo tra governo e manifestanti in cui si stabiliva appunto l’avvio di un dialogo per dare risposte alle richieste degli indigeni. Le controparti si erano date novanta giorni di tempo per concludere la trattativa, data limite: 13 ottobre 2022. Ora l’accordo e le future azioni da parte delle organizzazioni indigene saranno al centro dell’assemblea annuale della Conaie, in programma a inizio novembre.

Lo sciopero dello scorso giugno era stato indetto per protestare contro l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e delle materie prime nel Paese, soprattutto quello della benzina, indispensabile per il trasporto dei prodotti agricoli che gli indigeni vendono nei mercati delle città. Oltre al controllo dei prezzi, la Plataforma de lucha (ovvero il decalogo con le richieste presentate dai manifestanti) comprendeva una moratoria sui debiti bancari dei contadini, il riconoscimento di sussidi ai prezzi dei fertilizzanti, la promozione della cultura indigena, con l’educazione bilingue (in spagnolo e quechua), maggiori investimenti per salute. “Sono richieste storiche, problemi strutturali che vengono da lontano -spiega ad Altreconomia Ximena Ponce, ex ministra dell’Inclusione sociale-. Le comunità indigene sono in cima alle classifiche nazionali per povertà, denutrizione infantile, bassi salari e lavoro nero. La loro inclusione sociale è il vero problema irrisolto del nostro Paese”.

L’attuale costituzione, in vigore dal 2008, definisce l’Ecuador uno Stato plurinazionale e riconosce ai popoli indigeni il diritto alla terra e alle risorse naturali, le proprie lingue, identità e tradizioni ancestrali. Ma molti di questi diritti sono solo carta, mentre le diseguaglianze sono reali. Ed è per questo che la Conaie organizza da oltre trent’anni mobilitazioni di protesta che aggregano i 18 popoli e le 14 nazionalità indigene per un totale di poco più di un milione di persone; circa il 7% della popolazione ecuadoriana, in base ai dati dell’ultimo censimento, diffusi tra la regione centrale montuosa (la sierra) la pianura orientale, l’Amazzonia, e la costa pacifica. Un vero e proprio Paese nel Paese, diverso da quello che si vanta di avere discendenza europea e ha guardato con preoccupazione (e a volte con odio) alle proteste dello scorso giugno.

Durante i 18 giorni di sciopero si sono riaccesi antichi risentimenti: dei ricchi contro i poveri, dei meticci verso gli indigeni, della città verso la campagna. Contrapposizioni che spesso si sono trasformate in episodi di violenza, con un bilancio di sei morti e 500 feriti. Gli indigeni hanno marciato con lance e scudi, durante le manifestazioni circolavano armi e ci sono stati episodi di lancio di pietre: diversi giornalisti hanno testimoniato l’impossibilità di svolgere il proprio lavoro in sicurezza nelle aree interessate dalle proteste. “Repressione per i manifestanti, libertà per i narcotrafficanti”, recitava un cartello durante i giorni caldi dello scorso giugno, denunciando gli abusi di potere dell’esercito nei confronti dei manifestanti a fronte dell’inazione verso i gruppi criminali presenti in Ecuador.

In quei giorni, il presidente della Repubblica, il conservatore-banchiere Guillermo Lasso, era apparso in tv indossando una giacca mimetica e aveva definito i manifestanti “terroristi”. Gli indigeni lo accusano di essere stato sordo alle richieste di dialogo: “Lo sciopero è stata l’ultima carta a nostra disposizione”, spiega Yasacama, vicepresidente Conaie. Lasso, durante lo sciopero, si è persino rifiutato di incontrare la Confederazione, delegando i suoi ministri. “E non ha mai partecipato a una riunione nemmeno durante i novanta giorni del Dialogo. L’impressione è che il governo non voglia arrivare a un risultato, quanto piuttosto prendere tempo e dividere il fronte indigeno”, spiega ad Altreconomia Davide Matrone, docente di Comunicazione presso l’Universidad Politecnica salesiana (Ups).

Proprio l’ateneo salesiano, insieme all’Universidad central, ha aperto le sue porte per ricevere le decine di migliaia di indigeni che da tutto l’Ecuador avevano raggiunto Quito durante i giorni del paro. “Qui c’erano le tende delle donne, li quelle degli uomini -racconta William, responsabile della comunicazione dell’Ups mentre cammina nel campus El Girón-.Lì c’erano le cucine: gli indigeni shuar avevano montato una loro cucina dove preparavano piatti tipici dell’Amazzonia”.

“Il nostro sostegno è stato umanitario, non politico”, chiarisce il rettore, padre Juan Cárdenas. E si è trattato di un aiuto concreto: oltre ad aprire le sue porte, l’Ups ha affittato le tende, acquistato bombole di gas, pacchi di riso, tonno e fagioli. “Abbiamo organizzato punti di raccolta di cibo, coperte e medicinali nella città”, racconta Valeria Andrade della Federación des estudiantes. Sulla facciata d’ingresso del campus El Girón, c’è un gigantesco murale, il Grito de los excluidos che l’artista ecuadoriano Pavel Égüez ha realizzato per celebrare le ragioni indigene di un paro precedente, quello del 2001. Anche in quell’occasione gli indigeni organizzarono la loro base negli spazi dell’Universidad Politecnica salesiana.

La stessa Conaie -fondata nel 1986- nasce su impulso della teologia della liberazione, che nella cordigliera andina ecuadoriana aveva un vescovo di riferimento: Leónidas Proaño, teologo e candidato al premio Nobel per la pace. Negli anni Settanta accompagnò il processo di organizzazione del movimento indigeno, supportò la nascita di radio e giornali, affidò le terre della diocesi del Chimborazo (nel Centro del Paese) alle cooperative indigene. Il nome di battesimo del presidente della Conaie, Leondias Iza, è un omaggio al vescovo degli indios, monsignor Proaño.

A giugno, durante i giorni più duri del paro, la Conaie ha chiesto alla Chiesa di fare da mediatore nel dialogo con il governo e l’accordo del 30 giugno è stato firmato nella sede della Conferenza episcopale. Il rapporto privilegiato tra cattolicesimo e mondo indigeno è però insidiato da un altro credo: l’evangelismo, in ascesa in diversi Paesi dell’America Latina. L’Ecuador rimane essenzialmente cattolico: secondo i dati del Pew Research Center, nel 2014 il 79% della popolazione si dichiarava cattolico, in calo però del 16% rispetto al 95% del 1970. Nello stesso periodo i protestanti (in gran parte evangelici neopentecostali) sono passati dall’1% al 13%. E il credo evangelico è forte anche tra gli indigeni. Tant’è che Insieme alla Conaie, una delle organizzazioni dello sciopero è l’Organizaciones indígenas evangélicos (Feine)

“Chiedo a tutti una pioggia di applausi per Dio che ci ha accompagnati nella lotta”, aveva detto al microfono il pastore evangelico e presidente della Feine alla folla riunita il 30 giugno, durante l’ultimo giorno del paro, presso la Casa della Cultura a Quito per celebrare la firma dell’accordo. Dopo di lui, aveva preso la parola Iza: “Ci sono dei limiti dell’azione popolare, bisogna sapere fin dove possiamo spingerci. La nostra vittoria è l’unità degli indigeni. E ora c’è un progetto per tutto il Paese, alternativo all’agenda neoliberista”. Il presidente della Conaie era riuscito a far passare un accordo appena decente per una vittoria, rafforzando così la sua leadership politica, ben oltre il mondo indigeno.

Tre mesi dopo, i risultati sono in chiaroscuro. Le Nazioni Unite hanno celebrato “il metodo del dialogo come strumento per raggiungere accordi che migliorino la vita di tutti”. Avvertendo però sulla necessità di continuare su questa strada nel lungo periodo “per trasformare gli accordi in obiettivi di sviluppo per il Paese”. Il governo, dal canto suo, celebra la firma di 218 accordi, sottoscritti tra le dieci le commissioni di dialogo: sviluppo produttivo, controllo dei prezzi, settore bancario pubblico e privato, energia e risorse naturali, diritti collettivi, sicurezza sociale, salute, educazione superiore, lavoro, sussidi al combustibile. Ma la Conaie precisa che bisogna guardare al dettaglio, non al numero totale: molti degli accordi, infatti, sono mere dichiarazioni di principio. Sui debiti bancari, il fronte sul quale in teoria si sono registrati maggiori progressi, la situazione è controversa. Storicamente, i prestiti permettono ai piccoli agricoltori di comprare gli input necessari per il raccolto (dalle sementi ai fertilizzanti) e con la pandemia i debiti non sono stati saldati. “La nostra proposta era cancellare i crediti fino a 10mila dollari e ristrutturare i debiti maggiori. Le nostre richieste sono state accettate solo in parte” spiega Yasacama.

Nemmeno sul combustibile si sono fatti grandi passi in avanti. L’Ecuador produce petrolio ma ne raffina solo una minima percentuale, di conseguenza è costretto a importare diesel e benzina. Inoltre l’estrazione nei territori indigeni dell’Amazzonia genera conflitti e distribuisce poca ricchezza sul territorio. Gli scioperanti avevano chiesto un sussidio pubblico al prezzo del combustibile di 40 centesimi di dollaro (ne hanno ottenuti appena 15) e soprattutto, avevano chiesto di focalizzare i sussidi a chi si trova in maggiore difficoltà. Ma è “tecnicamente difficile capire come farlo”, spiega un tecnico governativo che ha partecipato alla mesa de dialogo sul combustibile.

Le date chiave sono il 4 e 5 novembre, quando è convocata l’assemblea annuale della Conaie durante la quale verranno valutati gli accordi sottoscritti con il Governo e si decideranno i prossimi passi. Per Iza, sarà il momento della verità: lo slogan dei dirigenti della Confederazione è “Comandare obbedendo”, poiché i vertici devono rendere conto di tutte loro scelte alle basi. “Da quando abbiamo sospeso lo sciopero, l’estrazione di petrolio e i minerali, il taglio degli alberi sono continuate come se nulla fosse -spiega Yasacama- queste attività avevano promesso ricchezza per i popoli indigeni, ma ormai sappiamo che non è così. Non è quello che vogliamo ma, se il Governo non ci ascolta, non abbiamo scelta che tornare a manifestare”.

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