Esteri / Intervista

In Cile l’acqua pubblica può essere il futuro. Non solo sulla carta

L’assemblea costituente sta lavorando per inserire il diritto umano all’acqua nella nuova Costituzione. L’obiettivo è coinvolgere le comunità locali e i territori nella gestione, superando la logica estrattivista. Intervista ad Alexander Panez Pinto, attivista del Movimento in difesa dell’acqua, della terra e dell’ambiente

Una manifestazione per l'acqua pubblica in Cile © Ocmal

Il diritto di godere pienamente del diritto all’acqua pubblica costituisce uno dei principi da includere nella Costituzione che il popolo cileno ha deciso di riscrivere con il referendum del 25 ottobre 2020. A oggi nel Paese il riconoscimento dell’accesso all’acqua come diritto non è infatti garantito. Il testo costituzionale, risalente alla dittatura militare di Augusto Pinochet (1973-1990), riconosce il diritto di proprietà privata dell’acqua. Si aggiunge il Codice delle acque, stabilito nel 1981, che non fissa limiti alle concessioni sebbene definisca l’acqua come un bene nazionale. Questo in un contesto territoriale segnato dalla siccità e dagli effetti del cambiamento climatico: secondo l’istituto di ricerca World resource institute, il Cile è tra i primi 30 Paesi a maggiore rischio idrico nel mondo entro il 2040.

Inoltre non ha ancora sottoscritto l’Accordo di Escazù, un trattato internazionale firmato da 24 Paesi latinoamericani a caraibici riguardante la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali sull’ambiente e il riconoscimento del diritto a un ambiente sano e sostenibile per le generazioni presenti e future. Il trattato, entrato in vigore il 22 aprile 2021, prevede specifiche norme a tutela dei difensori della natura.

“Registriamo un aumento delle violenze nei confronti di chi fa parte di comunità e movimenti radicati nei territori più colpiti dall’espropriazione delle risorse idriche”, spiega ad Altreconomia Alexander Panez Pinto, attivista del Movimento in difesa dell’acqua, della terra e dell’ambiente (Modatima) e ricercatore presso l’Università Bio-Bio in Cile. “Le voci dissidenti hanno subito aggressioni fisiche, psicologiche e minacce di morte. Sono state avviate compagne nazionali e internazionali per chiederne la protezione”. Ma l’acqua non è il solo bene naturale oggetto dei processi privatizzazione avvenuti in più di quattro decenni di neoliberismo: hanno riguardato anche la terra e i minerali chiusi, spiega Pinto, in una “camicia di forza”.

In Cile la Costituzione riconosce il diritto privato all’acqua. Quali sono le conseguenze?
APP La privatizzazione e la commercializzazione dell’acqua hanno favorito un modello di sviluppo economico basato sull’estrazione e l’esportazione di beni comuni naturali. Si può comprendere osservando il rapporto tra l’acqua e l’accelerazione che hanno avuto i processi estrattivi, una delle principali risorse economiche cilene. Nel Paese il sistema normativo favorisce l’appropriazione delle risorse idriche da parte del settore minerario, idroelettrico e agroalimentare. Prevede infatti usi idrici “non consumistici” e ha introdotto lo status giuridico delle “acque minerarie”, favorendo le imprese. Non solo. Un ulteriore esempio di come siano privilegiati i settori produttivi e privati sono le eccessive concessioni idriche dei bacini cileni. Oggi superano di sei volte la loro effettiva disponibilità di acqua: significa avere diritti d’uso su acque inesistenti. Questo crea disuguaglianze nell’accesso al bene e genera conflitti. Il consumo dell’acqua potabile, infatti, è sempre più precario ed è implementato con la fornitura di acqua di emergenza attraverso camion cisterna. Dati sul 2017 indicavano che, in 13 delle 15 regioni del Paese, veniva distribuita in questo modo a circa 400mila persone. Il processo di “neoliberalizzazione” dell’acqua è accompagnato dagli effetti del cambiamento climatico che ha portato a una diminuzione della quantità di acqua. Secondo i dati della Direzione generale delle acque relativi al 2018 sui 238 “settori idrogeologici” analizzati, 112 (pari al 47,05%) vedono compromessa in modo significativo la loro disponibilità idrica.

L’assemblea costituente sta lavorando per inserire il diritto all’acqua nel testo della nuova Costituzione. Che cosa sta succedendo?
APP
Tra i membri eletti per scrivere la nuova Costituzione, oltre il 70% ha espresso la necessità di cambiare l’attuale modello di gestione delle risorse idriche e riconoscere il diritto umano all’acqua. Ma ci sono sguardi molto diversi sul significato di questo diritto. I settori più conservatori, per esempio, sono interessati solo a conformarsi agli standard minimi dell’Onu come l’accessibilità, la qualità e la quantità. Chi appartiene ai movimenti sociali sta invece esprimendo la necessità di andare oltre la sola affermazione del diritto umano. Di fatto oggi osserviamo come i membri dell’assemblea costituente stiano cercando di superare gli ostacoli creati da chi cerca di reinserire modelli neoliberisti nella nuova Costituzione.

In che modo?
A
PP Le principali discussioni per andare oltre la sola dichiarazione del diritto all’acqua riguardano il riconoscimento dei diritti della natura, l’autogestione delle comunità e la tutela degli usi primari dell’acqua (per esempio la salvaguardia degli ecosistemi, il consumo umano e la sovranità alimentare). Si aggiunge la gestione territoriale di 101 bacini del Paese e la democratizzazione dei meccanismi decisionali sull’uso dell’acqua che devono partire dai territori. Infine il riconoscimento dell’autodeterminazione dei popoli nativi e la tutela dei loro di modi originari di rapportarsi il bene naturale.

Sarebbe un trionfo concretizzare queste richieste all’interno della nuova Costituzione. Ma è necessario vedere quanto succede in Cile come il punto di partenza per una trasformazione più grande. In particolare pensando ai processi costituenti che l’America Latina ha vissuto di recente, soprattutto in Ecuador, Bolivia e Venezuela dove parte di queste proposte (diritti della natura e gestione comunitaria) erano nella carta costituzionale ma non sono riuscite a trasformare il sistema di relazioni e la matrice estrattivista che è alla base di questi Paesi. In tale contesto ritengo che la sfida stia nel continuare ad agire su più fronti e non rimanere solo sul piano delle leggi, regolamenti e trattati. È necessario rafforzare il percorso oltre la nuova Costituzione a partire dai territori: come ci si muove verso uno scenario post-estrattivista fuori dalle norme? Come rafforziamo qui e ora l’autogestione comunitaria delle acque? Come costruire e proporre infrastrutture e soluzioni tecnologiche che consentano la riproduzione del territorio come spazio vitale?

Al primo turno delle presidenziali, il candidato di estrema destra ha prevalso. Che succederà?
APP Dopo le rivolte contro il governo di Piñera iniziate nell’ottobre 2019, si è intensificata la tendenza dello Stato a rispondere con la repressione alle mobilitazioni. Nella pandemia da Covid-19 il controllo è stato rafforzato utilizzando la scusa della crisi sanitaria. A due anni dalla ribellione di ottobre, la preoccupante tendenza che chiede il ripristino dell’ordine e della sicurezza ha guadagnato spazio nel dibattito pubblico. Si vede nel risultato del primo turno delle elezioni presidenziali: il candidato di estrema destra José Antonio Kast ha ottenuto il 27,9% delle preferenze. Nel 2017 aveva ottenuto il 7,9%. In questo contesto le possibili conquiste della Costituzione sono fortemente minacciate da un possibile governo Kast che attacca direttamente il nuovo testo costituzionale. Sarà importante evitare l’arrivo dell’estrema destra al governo al secondo turno e rafforzare l’unità tra i movimenti sociali che parlano di difesa dell’acqua come bene comune cercando di riprendere la mobilitazione sociale. Infine è necessario sostenere i settori trasformativi all’interno dell’assemblea costituente per riconoscere il lavoro che stanno portando avanti.

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