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Ebola: farmaci efficaci ma inaccessibili. Per Msf va istituita una “scorta internazionale”

Lo staff sanitario di Msf impegnato nel centro di transito di Beni, nella Repubblica Democratica del Congo. È il dicembre 2018 © Gabriele François Casini/MSF

A dieci anni dall’epidemia di Ebola più letale e che colpì tre Paesi dell’Africa occidentale causando 11mila vittime, l’accesso a farmaci e vaccini resta limitato. L’appello dell’organizzazione per forniture e distribuzioni rapide dei due farmaci disponibili, attualmente sotto il controllo esclusivo delle due aziende produttrici

Il 23 marzo 2014 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) segnalava i primi casi di infezione da virus Ebola e l’inizio della più grande epidemia della storia per questa malattia. A dieci anni dalla crisi sanitaria che ha colpito l’Africa occidentale -principalmente Guinea, Liberia e Sierra Leone- la ricerca scientifica ha fatto enormi progressi nello sviluppo di terapie, vaccini e test diagnostici efficaci e veloci, ma l’accesso ai medicinali rimane ancora una delle difficoltà maggiori nella gestione della malattia.

“I due farmaci che oggi sono disponibili sono prodotti entrambi da società farmaceutiche degli Stati Uniti, un Paese che non è colpito da epidemie di Ebola, diffuse soprattutto in Paesi africani che hanno difficoltà ad acquistare le quantità necessarie”, spiega ad Altreconomia Chiara Montaldo, responsabile medico di Medici senza frontiere Italia. Msf è stata in prima linea fin dai primi giorni dell’epidemia e nel picco della diffusione ha impiegato fino a 4.000 operatori nazionali e 325 internazionali, tra medici, infermieri, antropologi ed esperti di sanificazione e prevenzione delle infezioni, tra loro oltre 70 italiani.

“Se il primo è un problema di costi, il secondo è un problema di disponibilità del farmaco che ha un mercato piccolo e una produzione limitata perché, fortunatamente, la malattia colpisce in modo incostante con ripetute epidemie ma di piccole dimensioni”.

Per queste ragioni Medici senza frontiere, in occasione del decimo anniversario, ha rilanciato una campagna internazionale presentata lo scorso maggio per chiedere la creazione di una scorta internazionale di emergenza per i due farmaci disponibili contro il virus. Una riserva da usare per possibili epidemie future con lo scopo di distribuire i trattamenti medici rapidamente in caso di necessità a chiunque ne abbia bisogno. La proposta di Msf è che la sua gestione sia affidata al Gruppo Internazionale di Coordinamento (Icg) per la fornitura di vaccini dell’Organizzazione mondiale della sanità, che dal 2021 si sta già occupando di creare una scorta di vaccini.

È stato proprio durante l’epidemia del 2014 -causa di 11.308 morti e oltre 28.610 casi in sette Paesi in totale- che i finanziamenti per la ricerca e lo sviluppo di farmaci e vaccini contro l’Ebola sono aumentati sensibilmente, quando i governi con grandi risorse hanno iniziato a temere che il virus potesse arrivare alle loro frontiere. Cosa che effettivamente ha fatto, poiché alcuni casi di infezioni secondarie, principalmente in ambito sanitario, furono segnalati anche negli Stati Uniti (quattro), in Regno Unito (uno), in Spagna (uno) e in Italia (uno).

Attualmente per il trattamento della malattia da Ebola sono disponibili due farmaci, approvati dall’agenzia per il controllo del farmaco degli Stati Uniti, Food and drug administration (Fda), nel 2020. Si tratta di REGN-EB3, una combinazione di tre anticorpi monoclonali (atoltivimab/maftivimab/odesivimab) prodotto dalla casa farmaceutica Regeneron e di ansuvimab della Ridgeback Biotherapeutics, conosciuto anche come “mAb114” e composto da un unico anticorpo monoclonale. Gli anticorpi monoclonali (spesso abbreviati in mAb) sono proteine prodotte in laboratorio a partire da cellule viventi e proprio “mAb114” è stato isolato da un sopravvissuto all’epidemia di Ebola del 1995 a Kikwit, nella Repubblica Democratica del Congo. Queste molecole si comportano come gli anticorpi prodotti dal corpo umano per impedire a un germe, come un virus, di replicarsi dopo aver infettato una persona. Quelli contro Ebola in particolare si legano a una porzione della superficie del virus chiamata glicoproteina, che impedisce al virus di entrare nelle cellule di una persona. I due farmaci agiscono solo contro la specie “Zaire” del virus, la più comune nell’ultimo decennio, sono stati raccomandati dall’Oms nel 2022 e sono ora inclusi nell’Elenco dei medicinali essenziali. Esistono anche due vaccini contro la specie di Ebola Zaire: uno prodotto da Merck e somministrato in un’unica soluzione; e il secondo prodotto da Johnson & Johnson e che prevede due componenti, una prima somministrazione e una secondo dopo otto settimane.

Un artista dipinge sulle recinzioni del centro di trattamento di Ebola a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo. È il luglio 2019 © Jinane Saad/MSF

“Il sistema di produzione e vendita dei farmaci segue le leggi del mercato e del commercio come per altri beni. Le case farmaceutiche possiedono i diritti intellettuali dei farmaci che producono, per cui possono fissarne il prezzo in regime di monopolio e nessun altro può produrre gli stessi medicinali per un certo periodo di tempo -continua Montaldo-. Però per alcune malattie che hanno un impatto epidemico come sicuramente lo hanno Ebola, Covid-19 e in passato per esempio l’Hiv, può essere fatta una deroga”.

Chiara Montaldo fa riferimento alla decisione prese a Doha, in Qatar, nel 2001 quando i membri dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) hanno adottato la “dichiarazione sull’Accordo Trips (sui diritti di proprietà intellettuale relativi al commercio) e sulla salute pubblica”, che riconosce la priorità della salute pubblica sugli interessi commerciali, promuove l’accesso ai farmaci per tutti a prezzi accessibili e conferma il diritto dei Paesi membri del Wto a sospendere la proprietà intellettuale per ragioni di sanità pubblica. “Forse l’esempio più di successo nella storia è stato proprio l’Hiv. Le case che avevano prodotto gli antiretrovirali detenevano il brevetto, ma in seguito a tante lotte della società civile è stato possibile far produrre i farmaci anche da altre case farmaceutiche, provocando una riduzione drastica dei prezzi e rendendo possibile un accesso incredibile ai farmaci”. Esiste quindi una possibilità legale per intervenire ma non è automatica, come chiarisce Montaldo: “Ci sono sempre una serie enorme di negoziazioni da portare avanti, praticamente tutti i Paesi che fanno parte dell’Organizzazione mondiale del commercio devono aderire”.

Msf ha calcolato inoltre come la sperimentazione e l’approvazione dei due medicinali contro Ebola abbiano beneficiato di oltre 800 milioni di dollari di finanziamenti pubblici e contributi essenziali di governi, del lavoro di Ong e istituti accademici che hanno ospitato o facilitato gli studi, e di pazienti e sopravvissuti alla malattia che hanno partecipato direttamente alle sperimentazioni cliniche. Eppure, secondo un recente studio condotto da scienziati di due importanti agenzie governative statunitensi -la National Institutes of Health (Nih) e il Biomedical Advanced Research and Development Authority (Barda)- appena il 34% dei pazienti (53 su 158) infettati da Ebola durante i cinque focolai registrati tra il 2020 e il 2022 nella Repubblica democratica del Congo e in Guinea ha ricevuto un trattamento con REGN-EB3 o “mAb114”.

“Le richieste che facciamo -conclude Montaldo- sono finalizzate a ottenere un abbassamento dei costi tramite la sospensione dei diritti di proprietà intellettuale, il trasferimento tecnologico ad altre case farmaceutiche che possano produrre i farmaci e la creazione di una riserva internazionale gestita da un organismo internazionale super partes che sia in grado di decidere l’invio di quantità di farmaci e vaccini, nell’interesse dei Paesi e delle popolazioni colpite dall’epidemia, cosa che oggi non sta avvenendo”.

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