Diritti / Intervista

I cinquant’anni di cure e indipendenza di Medici Senza Frontiere

Il 22 dicembre 1971 nasceva l’organizzazione medico-umanitaria che ha soccorso le popolazioni colpite da epidemie, conflitti e catastrofi naturali. È cresciuta senza venire meno ai suoi principi di imparzialità e neutralità e ha avuto un ruolo di primo piano nel contrasto alla pandemia. Intervista a Claudia Lodesani, presidente di MSF Italia

La campagna di vaccinazione contro il morbillo in Repubblica Democratica del Congo © Diana Zeyneb Alhindawi

Cinquant’anni di umanità: è la storia di Medici Senza Frontiere (MSF), organizzazione medico-umanitaria nata il 22 dicembre 1971 a Parigi per portare cure e soccorso a popolazioni minacciate da conflitti armati, epidemie, catastrofi naturali, povertà. In prima linea sui fronti più caldi della storia recente -dal genocidio in Ruanda allo tsunami in Indonesia, dall’Ebola in Africa alle guerre in Afghanistan, Siria e Yemen- MSF lavora anche nelle tante crisi permanenti in cui migliaia di persone non hanno accesso alle cure e nelle rotte migratorie (in Italia dal 2015 presta soccorso nel Mediterraneo). Fondata da medici e giornalisti, ha promosso un nuovo approccio all’aiuto umanitario dove l’indipendenza nell’azione medica si unisce alla testimonianza e alla denuncia.

“Non siamo sicuri che le parole possano salvare delle vite ma sappiamo con certezza che il silenzio uccide”, disse James Orbinski, presidente internazionale di MSF, nel ricevere il Nobel per la pace nel 1999. Finanziata da donazioni private, non condizionata da agende politiche, in 50 anni MSF è cresciuta moltissimo e oggi è una macchina complessa: 65mila operatori in oltre 80 Paesi con progetti che vanno dalla gestione di ospedali alla chirurgia di guerra, dalle campagne vaccinali al supporto psicologico alle vittime di traumi. Abbiamo intervistato Claudia Lodesani, medico infettivologo e presidente di MSF Italia.

Neutralità, imparzialità e indipendenza sono principi fondanti di MSF. Quanto è difficile mantenerli in zone di conflitto o in contesti politici instabili e come si conciliano con la volontà di denunciare?
CL In 50 anni i nostri principi sono rimasti gli stessi: etica medica, spirito umanitario, neutralità e imparzialità. La neutralità riguarda l’azione medica: curare il paziente, civile o militare, di ogni fazione. Poi c’è la testimonianza quando quello che si vede è inaccettabile, prendere posizione. Lo abbiamo fatto tante volte, ad esempio per la Cecenia o per il Ruanda. Se apriamo un ospedale in una zona di conflitto è per tutte le parti in campo, cerchiamo di mantenere il dialogo con tutti, anche se in molti contesti non è facile. MSF e altre organizzazioni sempre più spesso vengono usate, diventano un target. Distruggere un ospedale purtroppo è una strategia di guerra. A volte è difficile essere visti come medici. Nel Sahel ad esempio siamo considerati un’organizzazione che porta valori e strumenti occidentali, quando vacciniamo dobbiamo spiegare che cosa facciamo e come a persone che non credono nella scienza occidentale.

Da epidemiologa ha lavorato in uno dei più complessi interventi di MSF Italia: la grande epidemia di Ebola del 2014-2015, che ha portato più di 11mila decessi in sei Paesi africani. Esperienza che vi è servita poi per supportare alcune strutture mediche e sanitarie italiane nella pandemia da Covid-19. Ebola oggi si può dire sconfitto?
CL L’epidemia, che ha colpito soprattutto Sierra Leone, Guinea e Liberia, è stato un vero tsunami. C’erano state epidemie locali ma mai con questi numeri. Con Ebola la mortalità arriva al 70%. Abbiamo costruito centri di isolamento, strutture con 280 letti difficilissime da gestire con tutte le procedure necessarie. Non avevamo letti per tutti e c’era un enorme bisogno di staff. Per l’Ebola sono stati prodotti due vaccini che funzionano e che hanno arginato in parte le epidemie successive. Quella del 2018/2019 in Congo è stata la prima in un contesto di guerra, vaccinare è stato molto complesso.

Nelle parole di MSF “oggi la ricerca e lo sviluppo non sono orientati verso i bisogni delle persone nei Paesi poveri […] Solo l’1% dei farmaci messi sul mercato negli ultimi 30 anni sono stati sviluppati per malattie tropicali o per la tubercolosi”. La pandemia ha ulteriormente rallentato l’aiuto medico-umanitario? C’è il rischio di minore visibilità e meno risorse per malattie letali come il morbillo (tra le prime cause di mortalità infantile) o la malaria?
CL Limitandoci alle malattie citate, anche se esiste la terapia per la malaria questa causa tra 400mila e 500mila morti all’anno. Il morbillo a differenza del Covid-19 non muta ma ha un indice Rt più alto, si trasmette facilmente. Di recente ci sono stati grandi progressi nelle terapie, per esempio per l’Hiv e la tubercolosi. Con la pandemia c’è stata una battuta d’arresto, la distribuzione dei farmaci è stata più lenta. Il Covid-19 ha monopolizzato attenzione e priorità mediche anche in Paesi dove non era molto diffuso. Le vaccinazioni per il morbillo si sono rallentate e abbiamo dovuto inventare nuove modalità per evitare assembramenti.

Con i vaccini per il Covid-19 si pone a livello globale il problema dell’accesso per Paesi con scarse risorse. MSF l’aveva già sollevato 20 anni fa attraverso la campagna per i farmaci essenziali (con il motto “Prima la vita, poi il profitto”), uno dei vostri più importanti successi. Oggi siete tra i sostenitori della sospensione temporanea dei brevetti.
CL Alla fine degli anni 90 la terapia per l’HIV iniziava a funzionare ma con costi troppo alti. Il virus era diffusissimo in Zimbabwe, Malawi e Sudafrica. L’impegno di Nelson Mandela e il Nobel a MSF hanno contribuito al successo della campagna: i costi di farmaci come gli antiretrovirali si sono abbassati molto perché si possono produrre i generici. Oggi abbiamo un ufficio specifico di MSF, ci siamo occupati dei farmaci per l’epatite C e altri. Con la pandemia il problema è riesploso ma è lo stesso di allora. Non riguarda solo il vaccino ma anche test diagnostici e potenziali cure. La disuguaglianza di accesso è enorme, si parla di “apartheid vaccinale”. È il sistema che non va: delegare la ricerca medico-scientifica e la salute a chi fa profitto. Con il Covid-19 le aziende farmaceutiche guadagnano due volte: sono pagate dagli Stati per la ricerca e poi vendono il vaccino, peraltro con contratti poco trasparenti. La salute è un bene pubblico, gli Stati e le università si dovrebbero riappropriare della ricerca. Programmi come il Covax sono elemosina vaccinale mentre il vaccino dovrebbe essere un diritto di tutti. L’idea della sospensione temporanea dei brevetti è nata da India e Sudafrica, la sostengono circa 100 Paesi. Quelli occidentali sono contrari o hanno posizioni ambigue, chiedono la “terza via”, la contrattazione Stato per Stato che è poco efficace.

Quanto incide oggi il cambiamento climatico nelle crisi umanitarie?
CL Ci sono molte conseguenze, dirette e non. Se aumenta la temperatura si diffondono i vettori di patologie come malaria e dengue o ci sono catastrofi naturali, come le ultime inondazioni del Nilo nel Sud Sudan. Altro esempio è il Lago Ciad che dava acqua a tre Paesi: la sua portata è diminuita di tre quinti. Da qui crisi dell’agricoltura e aumento della malnutrizione, con migliaia di persone coinvolte. La carenza di acqua può essere una causa di conflitto. Fattori che incrementano le migrazioni, interne e esterne: sono tutti fenomeni collegati.

Il “silenzio che uccide” è anche quello dei media davanti alle tante crisi fuori dai riflettori: Haiti, ad esempio, dove MSF è presente da tempo e dove lei ha lavorato nel 2021.
CL Sono stata ad Haiti la prima volta nel 2005, ora la situazione si è ulteriormente deteriorata. C’è un’enorme crisi politica, non c’è più un governo, l’economia è distrutta. A questo si aggiungono le catastrofi naturali periodiche. Nel 2021 l’ultimo terremoto ha colpito un terzo del Paese, dove c’era già stato il tifone. Il sistema sanitario è al collasso, il 70% degli ospedali è inagibile o distrutto, molti donors sono andati via. La capitale è devastata da bande armate. Una classifica delle crisi umanitarie è ardua ma ai primi posti oggi metterei con Haiti, il Tigray in Etiopia, Afghanistan e Yemen: temi di cui i giornalisti dovrebbero parlare di più.

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