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Crisi climatica / Attualità

Dopo 27 anni il British Musem mette fine alla sponsorizzazione fossile di Bp

Flash mob degli attivisti della campagna "Bp or not Bp" nell'atrio del museo © BP or not BP?

Tra i più importanti musei della storia del mondo, il British Museum di Londra, dopo anni di battaglie degli attivisti per il clima, intellettuali, lavoratori della struttura e archeologi, ha deciso di non rinnovare il contratto con la multinazionale britannica. Un passo storico per porre fine al “fumo negli occhi” culturale di gas e petrolio

Il British Museum di Londra, tra i più importanti musei della storia del mondo, non rinnoverà a fine anno il contratto di sponsorizzazione che lo lega da quasi 30 anni con il colosso fossile Bp (già British Petroleum). L’industria di gas e petrolio perde così un piedistallo importante da cui ergersi quale entità appassionata della cultura e del Pianeta, occultando al contempo gli enormi e diffusi impatti dei suoi affari. 

La fine della sponsorizzazione è stata anticipata da alcune note interne all’amministrazione del museo ottenute dagli avvocati di Culture unstained, campagna che si batte per cancellare le pubblicità fossili da eventi ed enti culturali, tramite una richiesta di accesso agli atti. “Il finanziamento delle cultura e delle arti da parte di Bp non è mai stato per pura filantropia: è stata in realtà una strategia cinica per lavare la propria reputazione tossica e far progredire i suoi affari, mentre raccoglieva profitti da record grazie all’avanzamento della distruzione del clima”, ha spiegato Sarah Waldron, co-direttrice di Culture unstained. 

A fine luglio è arrivata anche la notizia delle dimissioni di Hartwig Fischer, direttore del museo, dopo otto anni alla guida. Gli attivisti lo hanno salutato così: “Ha sempre messo gli interessi degli inquinatori davanti a quelli delle persone”.

Il British Museum, che attrae ogni anno più di sei milioni di visitatori, ha una lunga relazione con l’azienda fossile britannica, iniziata nel 1996. Bp ha finanziato infatti diverse mostre e conferenze, alcune delle quali tenutesi in un auditorium che porta proprio il suo nome.

Questa collaborazione è stata al centro di diverse proteste e manifestazioni da parte di organizzazioni ambientaliste, attivisti ma anche archeologi, e personalità di spicco della cultura, tra cui l’intellettuale e scrittrice egiziana Ahdaf Soueif, che nel 2019 si è dimessa per questo dal consiglio di amministrazione del museo. Anche il sindacato che rappresenta i lavoratori del British Museum ha dato il suo appoggio alle proteste e nel 2015 ha approvato una mozione per sostenere la campagna critica “Bp or not Bp”.

Nel 2022 un gruppo composto da esperti di clima e del patrimonio culturale ha inviato un documento al consiglio di amministrazione del “British” sottolineando come la firma di un nuovo contratto di sponsorizzazione avrebbe potuto mettere il museo in una posizione contraria ai codici etici del settore. In una lettera al museo, oltre 300 archeologi hanno sottolineato come Bp stesse “approfittando dello status del British Museum come istituzione altamente rispettata per associare il proprio marchio a valori culturali”. Una storia che sembra destinata a concludersi. Secondo le note recuperata tramite accesso agli atti da Culture unstained, infatti, la dirigenza dell’istituto avrebbe “confermato che non ci sono altri contratti o accordi in vigore tra il museo e Bp e che non ha documenti relativi al rinnovo dell’accordo o alla stipula di un nuovo o diverso tipo di accordo con l’azienda”. 

Non si tratterebbe della prima istituzione culturale che si ritira da un accordo di sponsorizzazione con l’industria dei combustibili fossili. Già nel 2016 lo Scottish ballet (la compagnia nazionale di danza della Scozia), la National galleries of Scotland, l’Edinburgh international festival e le gallerie d’arte Tate hanno tagliato i ponti, seguite nel 2018 dalla Royal opera house, dalla National portrait gallery e dalla Royal Shakespeare company.

“Negli ultimi 27 anni il British Museum ha sostenuto Bp mentre questa collaborava con governi repressivi, riversava petrolio nel Golfo del Messico (si riferisce al tragico affondamento della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon avvenuto nel 2010, ndr) e investiva miliardi di dollari per l’estrazione di nuovo petrolio e gas -ha ricordato Lydia Hiraide, attivista della campagna ‘Bp or not Bp?’-. Oggi, però, la protesta creativa, il potere dei cittadini e la solidarietà hanno invertito la rotta e la Bp e il suo modello di business distruttivo per il clima sono stati respinti ancora una volta dal settore culturale. L’industria dei combustibili fossili sta rapidamente esaurendo i luoghi in cui nascondere i propri crimini climatici, mentre continua a mettere l’inquinamento e il profitto prima delle persone e del Pianeta”.

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