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Donne e straniere: chi ha pagato il conto più alto della pandemia in Italia

Il Dossier Statistico Immigrazione 2021 di Idos fa il punto della situazione: l’occupazione femminile straniera è calata di otto volte rispetto a quella italiana. Una dinamica che riflette le storture della non gestione del fenomeno migratorio. Prevale un approccio securitario e non sociale. A costi altissimi

© Tim Mossholder - unsplash

Sono le donne straniere coloro che in Italia hanno pagato il “conto” più alto della crisi generata da Covid-19: nel 2020 si registra un calo di quasi cinque punti percentuali del loro tasso di occupazione, pari a otto volte quello delle donne italiane. Essere donna e straniera diventa così un “doppio svantaggio” con “chiari riflessi sul tessuto occupazionale”. Lo evidenziano i dati del Dossier Statistico Immigrazione 2021, pubblicato dal centro studi e ricerche Idos in partenariato con il centro studi Confronti e presentato giovedì 28 ottobre. L’imporsi della pandemia ha aumentato i divari tra italiani e immigrati e la disoccupazione femminile straniera ne è la conseguenza più eloquente. In generale, la politica nazionale e sovranazionale si conferma incapace di una gestione lungimirante del fenomeno migratorio e dell’inserimento degli stranieri nel tessuto sociale del Paese d’arrivo.

I dati del dossier descrivono un modello lavorativo “cronicizzato” che tiene gli stranieri ai margini del mercato occupazionale “inchiodati ai lavori meno qualificati, più precari, meno retribuiti e più pesanti”. Quasi il 40% dei lavoratori stranieri svolge una mansione di livello più basso rispetto ai titoli di formazione posseduti -a fronte del 24,3% tra gli italiani- con una retribuzione media mensile di poco più di mille euro: un quarto in meno di quanto percepito dagli italiani.

Con riferimento ai 2,5 milioni di donne straniere residenti la situazione si aggrava. Più della metà di loro si concentra in sole tre professioni -collaboratrici domestiche, badanti e addette alla pulizia- con circa il 43% che è sovra-istruita rispetto alla mansione svolta. Categorie di lavoro che sono state particolarmente colpite in termini di esposizione al Covid-19: tra i casi di contagio denunciati dai lavoratori stranieri, otto su dieci si riferiscono a donne. La forte vulnerabilità sul luogo di lavoro è amplificata tra le mura domestiche dalla difficoltà nell’accesso alle misure di welfare che riguarda, in generale, tutti gli stranieri ma che ha forti ricadute sulla condizione della donna.

Gli stranieri in condizione di povertà assoluta sono quasi il 30% dei 5 milioni complessivi che risiedono in Italia: un’incidenza circa quattro volte superiore al 7,5% rilevato tra gli italiani. Gli effetti della pandemia hanno colpito “in maniera particolarmente dura le categorie già fragili ed emarginate, tra cui gli immigrati” si legge ancora nel rapporto. Nonostante questo, una serie di “vincoli giuridici illegittimi” ha limitato l’accesso degli stranieri alle forme di sostegno al reddito e di contrasto alla povertà: dagli assegni per famiglie indigenti, ai bonus bebè, ai buoni mensa e al reddito di cittadinanza la richiesta di residenze pluriennali, titoli di soggiorno di lunga durata e altri requisiti ne hanno negato di fatto l’ottenimento.

Ne è un esempio la difficoltà dei nuclei famigliari stranieri nell’ottenimento del reddito di cittadinanza. Solamente 150mila (dati al marzo 2021) persone hanno potuto accedere a questa misura ovvero il 14,1% degli oltre 1,1 milioni di nuclei percettori del sostegno. Ben al di sotto della percentuale di famiglie stranieri in povertà: a causa della richiesta di residenza decennale, come raccontato anche su Altreconomia, la misura resta inaccessibile per la maggioranza. Nonostante il quadro descritto, il Dossier ricostruisce come “gli immigrati hanno dimostrato una grande capacità di resistenza e determinazione per reagire positivamente a questa fase critica”. Continuano ad assicurare all’erario italiano tra tasse, contribuiti e costose imposte sulle pratiche burocratiche legate ai permessi di soggiorno quasi 29,3 miliardi di euro -più di quanto lo Stato spende per loro in servizi e prestazioni- oltre che, pur di mantenere sé stessi, intraprendono più spesso degli italiani la via del lavoro in proprio aprendo una loro attività autonoma (+2,5% nel 2020). Infine, nonostante un calo nel 2020, contribuiscono per il 14,7% alle nuove nascite del Paese rendendo meno pesante il costante declino demografico.

Gli ostacoli burocratici e legali continuano però a incidere in maniera sostanziale però nel percorso di inserimento degli immigrati nella società italiana. Nel 2020 si è registrato il calo annuo più consistente degli ultimi vent’anni del numero di residenti stranieri (-26mila persone). Una diminuzione dovuta a diversi fattori ma che riguarda, numericamente, soprattutto i soggiornanti non comunitari con permessi di soggiorno a “termine” legati al lavoro, alla famiglia o allo studio. Nel 2020 erano in totale circa 3,3 milioni: 242mila persone in meno rispetto al 2019 e addirittura 344mila con riferimento al 2018. Un dato connesso, da un lato alla diminuzione dei nuovi ingressi legati alla pandemia ma soprattutto a un loro “scivolamento” nell’irregolarità. “La persistente vigenza lungo tutto l’anno, delle rigide norme del primo ‘Decreto Salvini’ -si legge nel Dossier- abbinata alle criticità sociali, economico-occupazionali e amministrative indotte dal Covid, ha concorso a rendere drasticamente più labile il già precario status giuridico dei non comunitari”. A questo si aggiunge la regolarizzazione 2020 -ancora largamente incompiuta a 15 mesi dall’adozione- che si appresta a passare alla storia come la più lenta mai vista nel Paese.

La politica italiana e comunitaria in tema di migrazione, anche nel 2020, non ha così cambiato il suo approccio. Sia sul fronte interno, nella gestione di chi è già presente sul territorio, sia su chi tenta di raggiungerlo. Luca Di Sciullo, presidente del Centro studi lo ricostruisce nell’introduzione al Dossier. Una politica in cui sembra prevalere “una stucchevole oscillazione tra immobilismo e coazione a ripetere che ha resistito a diversi cambi di governi e di autorità nazionali e sovranazionali”. Di Sciullo cita il rifinanziamento del Parlamento italiano, per la quinta volta consecutiva, della cosiddetta “guardia costiera” libica “senza alcun sussulto di creatività nel provare a rimettere in discussione il Memorandum con la Libia del 2017. Sul fronte europeo, invece, l’autore sottolinea la “doppia faccia” dell’Unione europea sulla rotta dei Balcani che mantiene in vita i campi profughi e “tollera l’estrema violenza con cui le polizie dei Paesi balcanici attuano i respingimenti” ma dall’altra parte “minaccia la Bosnia di sospendere il suo ingresso in Unione europea perché non accoglie secondo standard dignitosi i profughi respinti”. L’esternalizzazione delle frontiere è il principio intoccabile a un costo umano altissimo. I soldi destinati alla Turchia (9,5 miliardi di euro), alla Bosnia (92 milioni) e alla Libia (843 milioni) hanno portato, nel 2020, a una diminuzione degli attraversamenti irregolari delle frontiere (-11,7% rispetto al 2019), al calo dei richiedenti asilo (0,8% sulla popolazione dell’Ue) e delle domande d’asilo presentate che sono poco più di 472mila, con un calo di quasi il 37% rispetto al 2019.

Nonostante questi numeri esegui, anche sul fronte interno la “gestione” del fenomeno non è cambiata. Frutto di una politica dalle “mani inette” secondo Di Sciullo. “Dinanzi a questo scenari, si sente quanto mai la mancanza di una classe dirigente dalla statura politica, dalla levatura culturale e soprattutto dalla caratura umana molto più consapevole dell’oggi e all’altezza delle sue sfide globali; di quanti, cioè, una volta si chiamavano ‘statisti’, perché prendevano a cuore il presente e il futuro di tutti gli abitanti dei territori da loro governati, il bene senza eccezioni comune di questi ultimi.”

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