Diritti / Approfondimento

In Italia le persone apolidi vivono in un limbo

Nel nostro Paese gli apolidi sono circa tremila, in particolare appartenenti alla comunità rom della ex Jugoslavia. Si trovano in una sospensione giuridica che ha effetti sul pieno esercizio dei loro diritti e sull’inclusione attiva nella società. Le associazioni chiedono di intervenire sulle procedure

© Marco Bianchetti - Unsplash

Armando nasce in Italia, a Sanremo, nel 1995 e non ha una carta di identità che lo riconosce come cittadino italiano. Il certificato di nascita firmato dai genitori biologici, non italiani, non è valido perché i nomi della madre e del padre, dopo numerosi controlli, risultano essere falsi. Si ritrova in un limbo giuridico: non ha documenti, né cittadinanza, e questo ha effetti sul suo percorso per essere adottato e sulla vita quotidiana. Studia ma solo fino al primo anno delle superiori. Poi interrompe e inizia a lavorare. La situazione cambia quando compie 18 anni: decide di avviare il percorso per ottenere il riconoscimento dello status giuridico di apolide, la condizione di una persona che non possiede la cittadinanza di alcuno Stato. Essere riconosciuto come un apolide dà invece il diritto ad avere un permesso di soggiorno, ad accedere a un impiego e al rilascio di un titolo per potere viaggiare fuori dai confini del Paese.

“Da piccolo, già quando frequentavo le elementari, mi rendevo conto che c’erano differenze rispetto ai miei compagni. Non avendo i documenti non potevo fare molte delle cose che loro portavano avanti con tranquillità come viaggiare fuori dall’Italia o prendere la patente. La cosa che più mi turbava era rimanere fermo nell’incertezza”, racconta ad Altreconomia Armando Augello Cupi. “Nel 2016 sono stato riconosciuto come apolide e la situazione è migliorata. Ho concluso gli studi di secondo grado e oggi frequento il corso di laurea in Global humanities alla Sapienza. Sto scrivendo un progetto di ricerca con l’Università di Princeton sulla condizione dei Rohingya in Birmania. Quello che ho vissuto ha condizionato la scelta di specializzarmi sulla tutela dei diritti umani”, aggiunge. “Ma il percorso è stato lungo, difficile e non si è risolto completamente. Ho avuto difficoltà nell’iscrizione all’Università e non ho ancora ottenuto la cittadinanza”.

Essere apolidi significa vivere in una sospensione, giuridica e burocratica, invisibili di fronte alle istituzioni e alla società. Sono diversi i motivi per cui ci si può ritrovare in questa condizione: se si è figli di apolidi e si eredita tale status dai genitori; se si è profughi a seguito di guerre oppure occupazioni militari; se lo Stato di cui si era cittadini si è dissolto e ha dato vita a nuove entità nazionali o ancora per problemi strutturali di registrazione delle nascite e per le lacune nella nazionalità e le pratiche amministrative. Secondo stime dell’Istat, aggiornate al primo gennaio 2020, in Italia le persone apolidi riconosciute sono 550. La cifra comprende solo gli apolidi per legge (de iure), dunque chi ha ottenuto il riconoscimento legale della propria condizione. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), che include anche gli apolidi di fatto (de facto), al 2021 i numeri salgono a circa tremila: circa 2.250 appartengono alla comunità delle persone rom provenienti dalla ex Jugoslavia e sono spesso in Italia da tre o quattro generazioni. Seguono l’ex Unione Sovietica, Cuba, Palestina e Tibet. In Europa, secondo l’Unhcr, le persone apolidi e con una nazionalità indeterminata sono mezzo milione la cui condizione di marginalità è stata aggravata dalla pandemia da Covid-19.

In materia di apolidia i principali strumenti normativi internazionali sono la Convenzione relativa allo statuto delle persone apolidi del 1954 e la Convenzione sulla riduzione dell’apolidia del 1961, che quest’anno celebra il suo sessantesimo anniversario. In Italia la prima è stata resa esecutiva attraverso la legge 1962 n.306 mentre nel 2015 il Parlamento ha approvato la legge di adesione alla Convenzione sulla riduzione dell’apolidia. In Italia per chi vuole essere riconosciuto come apolide è possibile seguire due procedure, amministrativa e giudiziaria. Nel primo caso la domanda deve essere inoltrata al ministero dell’Interno ed è necessario presentare l’atto di nascita, un documento che provi la residenza in Italia e, in alternativa, un foglio che dimostri lo stato di apolidia. Ma, proprio in virtù della loro condizione spesso irregolare, solo una minima parte degli apolidi possiede i documenti richiesti.

Quanto al procedimento giudiziario, è invece necessario rivolgersi a un avvocato ma non è facile trovare professionisti specializzati: con l’eccezione del patrocinio gratuito, il supporto per una causa può arrivare a costare anche cinquemila euro e spesso le persone apolidi sono in condizioni di difficoltà economiche. Ci si rivolge poi a un giudice del tribunale di competenza. “I procedimenti sono molto lunghi e hanno almeno la durata di due anni, un periodo in cui si permane in una condizione di incertezza giuridica”, chiarisce l’avvocata Giulia Perin, socia dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione. “Alcuni procedimenti dovrebbero essere migliorati, per esempio introducendo meccanismi che rilascino subito un permesso di soggiorno”. Insieme a Open society foubdation, l’Asgi ha scritto un manuale indirizzato a consulenti legali, avvocati e giudici per spiegare le procedure e affrontare le diverse casistiche. “Spesso si tratta di uomini e donne che, per mezzi e conoscenze personali, non erano consapevoli pienamente dell’utilità e dell’importanza di possedere un documento. Hanno bisogno di un aiuto per riuscire a ottenerlo perché si trovano ai margini delle istituzioni”.

Ci sono profonde differenze tra una persona apolide riconosciuta e una persona apolide di fatto. I primi sono considerati quasi al pari di un cittadino italiano: hanno accesso all’istruzione e alla previdenza sociale, e sono iscritti al Servizio sanitario nazionale. Tuttavia hanno bisogno del permesso di soggiorno per lavorare e possono viaggiare all’estero solo con il “titolo di viaggio per apolidi”. Per chi è un apolide di fatto, la situazione è un’altra: ha diritto all’assistenza sanitaria e all’istruzione ma fino ai 18 anni. Quando diventa maggiorenne, non si può iscrivere all’università, non può affittare una casa e non può lavorare se non in condizioni di irregolarità. Ed è questa la condizione che riguarda, in particolare, le persone rom, provenienti dalla ex Jugoslavia, che vivono nei campi. La loro situazione è stata documentata nel rapporto “Fantasmi urbani”, pubblicato lo scorso aprile dall’Associazione 21 luglio; nel report si mostra come la loro condizione di irregolarità continui a compromettere il pieno esercizio dei diritti, riduce le possibilità di inclusione nei processi attivi della società ed è causa di esclusione e discriminazione, oltre che della possibilità di assumere comportamenti “devianti”. Inoltre è uno dei principali ostacoli per l’abbandono dei campi.

“Una delle questioni più complesse riguarda la condizioni dei figli di persone apolidi, punto su cui la legge italiana, che si concentra principalmente sulla condizione dei genitori, è carente”, spiega Enrico Guida, protection associate di Unchr che -insieme a realtà come Asgi, Save The Children e il Consiglio italiano dei rifugiati (Cir)- fa parte del Tavolo Apolidia, rete di associazioni in difesa dei diritti degli apolidi. Secondo la legge italiana sulla cittadinanza, il figlio di apolidi nato in Italia deve essere considerato cittadino italiano. “Questa disposizione è interpretata spesso in modo restrittivo e presuppone che ci sia un riconoscimento formale in capo ai genitori. Ovvero, il riconoscimento del figlio come cittadino italiano può avvenire solo se i genitori sono apolidi riconosciuti. In caso contrario la richiesta sarà rigettata dall’ufficiale di stato civile”, prosegue Guida. “Sarebbe invece necessario implementare meccanismi per soffermarsi sul nato, e non solo sul genitore, per garantirne la salvaguardia. In questo modo in Italia assistiamo a casi estremi di famiglie che sono apolidi da tre generazioni”. Ad oggi gli apolidi riconosciuti possono chiedere la naturalizzazione dopo aver vissuto regolarmente nel Paese per almeno cinque anni; gli apolidi di fatto, invece, posso farlo se legalmente residenti in Italia per almeno 10 anni, una condizione difficile da soddisfare per chi non ha mai visto prima il riconoscimento della propria condizione giuridica. “Un ulteriore passaggio da compiere è prevedere un meccanismo di raccordo tra procedure di asilo e di determinazione dell’apolidia. Le commissioni territoriali possono riconoscere la protezione internazionale ai richiedenti asilo apolidi ma non riconoscere contestualmente anche lo status di apolide, aspetto invece di fondamentale importanza”, conclude Guida.

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