Economia / Attualità

Direttiva copyright: ecco perché hanno vinto Google e Facebook

Il 26 marzo scorso il Parlamento europeo ha approvato una nuova versione rivista della proposta fatta nel 2016 dalla Commissione. Presentato come anticamera della censura, il testo è in realtà un passo indietro rispetto alla responsabilizzazione dei colossi della Rete. Che ne temevano i riflessi sui bilanci

© George Pagan III - Unsplash

Il voto del 26 marzo del Parlamento europeo sulla proposta di direttiva sul “copyright” ha segnato il trionfo delle multinazionali statunitensi della Rete, Google e Facebook in testa. Queste hanno vinto prima di tutto sul piano mediatico: non si discute più della loro irresponsabilità rispetto a contenuti che non producono ma che sfruttano e monetizzano a fini pubblicitari, quanto di un inesistente rischio censura. E hanno vinto anche nel merito del testo normativo, uscito “arrotondato” nelle sue parti più appuntite.

Basta scorrere l’ultima versione della direttiva per rendersi conto di quanto poco sia rimasto dell’iniziale proposta avanzata dalla Commissione europea nel lontano settembre 2016. Gli articoli ingiustamente “incriminati” (l’11 e il 13, si veda la nostra inchiesta di novembre 2018) sono stati modificati a più riprese durante l’iter legislativo e hanno perduto chiarezza, linearità e portata.
È accaduto ad esempio in tema di protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo online (l’iniziale articolo 11, oggi 15). La proposta di direttiva della Commissione era cristallina. Agli editori di giornali venivano riconosciuti gli stessi diritti di riproduzione e di comunicazione di opere al pubblico previsti fin dal 2001 per autori, artisti, “produttori di fonogrammi”, Tv etc. (direttiva 2001/29/CE). E l’ultimo dei quattro commi aveva fissato la scadenza del diritto a “20 anni dopo l’uscita della pubblicazione di carattere giornalistico”.

Il nuovo testo -che in quanto direttiva dovrà essere ancora recepito da ogni Paese, con tempi molto lunghi- dice una cosa diversa. Prima di tutto prevede un ampio ventaglio di eccezioni (talune anche legittime): per gli “utilizzi privati o non commerciali”, per i “collegamenti ipertestuali”, per le “singole parole” o “estratti molto brevi”. La vita del diritto è però ridotta a un decimo di quella iniziale (2 anni) ed è stato inserito un principio di irretroattività che di fatto spazza via tutto ciò che è stato. Il diritto di riproduzione-comunicazione non si applicherà infatti “alle pubblicazioni di carattere giornalistico pubblicate per la prima volta prima dell’entrata in vigore della presente direttiva”.

Sorte simile è toccata al fu articolo 13 (oggi 17) sull’utilizzo di contenuti protetti da parte di prestatori di servizi di condivisione di contenuti
online. La proposta della Commissione europea -dipinta in questi anni da Google e accoliti come l’Inquisizione 2.0- prevedeva che i “prestatori di servizi della società dell’informazione” rispettassero gli accordi conclusi con i titolari dei diritti per l’uso delle loro opere (pleonastico) e impedissero (letteralmente) che quelle opere venissero messe a disposizione senza autorizzazione sui loro servizi. “Censura”, “regime”, “dittatura dell’algoritmo”?

No: le semplici regole che già valgono offline. Lo riconoscono del resto anche le stesse aziende Google e Facebook nei loro bilanci annuali sottoposti agli investitori. Quelle misure previste dalla Commissione europea avrebbero inciso sui loro conti economici alla voce “costi”, non su improbabili diritti fondamentali. Come ci ha spiegato Sebastiano Battiato, professore ordinario di Informatica presso il dipartimento di Matematica e Informatica dell’Università di Catania, fondatore della spin-off universitaria iCTLab e tra i più autorevoli conoscitori delle “Multimedia Forensics”, “Tutti i player, soprattutto i più importanti, hanno al loro interno interi dipartimenti di ricerca e sviluppo che lavorano su questo tipo di tecnologie. L’analisi dei contenuti da un punto di vista semantico di articoli, testi, immagini, video, è una cosa che Facebook, Google e Amazon già sanno fare. Il punto è qual è l’obiettivo che li muove”. E aggiunto che “Una piattaforma come YouTube cerca di raggiungere accordi con le case produttrici di contenuti. Faccio un esempio: se non vuoi che sulla piattaforma gli utenti carichino dei contenuti di tua proprietà, mi paghi e io te li trovo. Anche questo attualmente è diventato un modello di business”.

La Commissione europea, con i suoi limiti e i suoi gravi errori comunicativi, avrebbe rotto questo giocattolo milionario delle imprese multinazionali americane, domiciliate peraltro nello Stato USA a fiscalità agevolata del Delaware. Avrebbe inciso cioè sul modello di business dei colossi “appesi” alla pubblicità: Facebook nel 2018 ha realizzato ricavi per 55,8 miliardi di dollari (erano 0,8 miliardi nel 2009), per oltre il 90% grazie alla voce “advertising”. Stesso discorso per Google, che dei 136,2 miliardi di dollari di ricavi dello scorso anno ne deve ben 116,3 alla pubblicità.

I ricavi del gruppo Facebook, dato aggiornato al quarto trimestre 2018 – fonte Facebook Inc.

I ricavi del gruppo Alphabet, dato aggiornato al quarto trimestre 2018 – fonte Alphabet Inc.

Va detto che il nuovo articolo 17, più che triplicato nei suoi commi e infarcito di eccezioni, non è stato snaturato quanto il precedente. Il principio della responsabilità è rimasto (paragrafo 4), anche se potrà decadere qualora la piattaforma provasse di “aver compiuto i massimi sforzi per ottenere un’autorizzazione”, o per “assicurare che non siano disponibili opere e altri materiali specifici per i quali abbiano ricevuto le informazioni pertinenti e necessarie dai titolari dei diritti”, o aver “agito tempestivamente” a seguito di una segnalazione motivata.

Il punto è che per “stabilire se il prestatore di servizi si è conformato agli obblighi” si dovranno “prendere in considerazione” elementi vari: dalla “tipologia, pubblico, dimensione del servizio e tipologia di opere o
altri materiali caricati dagli utenti del servizio” alla “disponibilità di strumenti adeguati ed efficaci e il relativo costo per i prestatori di servizi”. Già si può immaginare la confusione in fase di recepimento.

Chi ha stravinto la “partita del copyright”, dunque? Non certo i settori culturale e creativo dell’Unione europea -largamente soddisfatti, va detto, per il compromesso raggiunto-, che da soli generano qualcosa come 509 miliardi di euro in valore aggiunto al prodotto interno lordo (Pil), pari al 5,3% del totale dell’Ue, e danno lavoro a oltre 12 milioni di addetti.

Google e Facebook, gli “sconfitti” nell’assurdo gioco delle parti, possono invece festeggiare e continuare a proporsi quale giovane avamposto della libertà di espressione contro l’Europa alla vecchia maniera. “Oggi più che mai è importante conoscere tutti i punti di vista su una notizia”, era il titolo di una pagina pubblicitaria comprata da Google qualche mese fa in Italia. A fine marzo 2019, però, il sito d’inchiesta USA “The Intercept_” ha rotto anche questa ipocrisia. Il progetto di un motore di ricerca filtrato in Cina (“Dragonfly”) non è mai stato abbandonato dalla multinazionale americana, nonostante le rassicurazioni pubbliche dispensate anche ad Amnesty International. Informazioni su diritti umani, democrazia, libertà religiosa e proteste pacifiste non potranno essere trovate. Vittoria.

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