Ambiente / Attualità

Per i difensori dell’ambiente il 2017 è stato l’anno più letale

Sono 207 le vittime registrate da “Global Witness” nel suo ultimo rapporto. Brasile e Filippine sono i Paesi con il maggior numero di morti che, sempre più spesso, si sono opposti alla realizzazione di progetti di agri-business

Rene Pamplona è impegnato assieme alle comunità locali dell'isola di Mindanao (Filippine) contro l'aumento delle piantagioni di caffè @Global Witness

Il corpo senza vita di Jorginho Guajajara è stato trovato agosto nei pressi di un fiume, poco lontano dalla città di Arame, nello stato brasiliano del Maranhao. Come era successo anche ad altri uomini prima di lui, anche Jorginho aveva il collo spezzato. L’uomo era un leader riconosciuto di una tribù amazzonica nota per il suo impegno nella difesa dell’ambiente: da anni, infatti, i Guajajara sono impegnati nella lotta contro i taglialegna illegali che si introducono fin dentro i confini della riserva di Araeibóia. Una lotta per tutelare la ricchezza e la biodiversità della foresta amazzonica, da cui dipende anche la sopravvivenza degli Awà, una delle pochissime tribù di cacciatori-raccoglitori nomadi del Brasile che l’ong “Survival International” ha definito “la tribù più minacciata del mondo”.

Per proteggere la foresta e ridurre il disboscamento illegale nella riserva di Araeibóia, i Guajajara non esitano a ricorrere alle maniere forti, se necessario: bruciando i camion che servono al trasporto illegale dei tronchi e cacciando i boscaioli dalle riserve. Un impegno pagato a caro prezzo: secondo “Survival International” dal 2000 a oggi sarebbero stati uccisi almeno 80 membri della tribù.

Il Brasile si conferma così come il Paese più pericoloso e letale per gli attivisti impegnati nella tutela dell’ambiente: nel 2007, secondo le stime dell’associazione Global Witness, le vittime sono state 57. Il report “At what cost’” pubblicato lo scorso luglio fotografa una situazione allarmante: con 207 vittime censite (ma il dato, probabilmente, è sottostimato) in 22 diversi Paesi il 2017 è stato l’anno più letale di sempre. Almeno il 60% degli omicidi è avvenuto nei Paesi dell’America Latina (Brasile in testa, seguito da Colombia e Messico) mentre in Asia il Paese più interessato da questi crimini sono le Filippine, dove si sono registrate 48 vittime. In Africa sono stati registrati 19 omicidi (di cui 12 solo nella Repubblica Democratica del Congo) ma il numero reale, come evidenzia il report, probabilmente è sottostimato rispetto alle reali dimensioni del fenomeno.

Le vittime, si legge nel rapporto, sono “persone normali, assassinate per aver difeso le loro foreste i fiumi e le loro case da industrie distruttive”; sono uomini e in larga parte appartengono tribù indigene (il 25% del totale delle vittime). Il report evidenzia poi come nel corso del 2017 ci sia stato un preoccupante aumento delle stragi che coinvolgono difensori dell’ambiente: sette gli episodi censiti, di cui tre avvenuti in Brasile, che hanno provocato la morte di 25 attivisti.

Il report segnala anche come -per la prima volta- il settore più “letale” per i difensori dell’ambiente sia quello dell’agribusiness: 46 le vittime accertate tra coloro che si opponevano alla realizzazione o all’ampliamento di piantagioni di palma da olio, caffè, canna da zucchero e frutta tropicale. Quaranta invece i morti tra coloro che si opponevano a progetti minerari e attività estrattive, 23 tra gli attivisti impegnati nel contrasto al bracconaggio e altrettanti tra coloro che si battevano contro il disboscamento illegale.

I Paesi in cui si sono registrati omicidi ai danni dei difensori dell’ambiente nel 2017 @Global Witness

L’impegno contro l’allargamento di una piantagione industriale di banani e palme da olio è costato la vita al colombiano Hernán Bedoya, ucciso da un gruppo di paramilitari con 14 colpi di pistola. Allarmante anche la situazione nelle Filippine, dove il 3 dicembre 2017 l’esercito ha lanciato un attacco vicino alla città di Lake Sebu (sull’isola di Mindanao) a seguito del quale hanno perso la vita otto membri di una comunità che si opponeva all’ampliamento di una piantagione di caffè. Il massacro, scrive Global Witness, è emblematico delle “crescenti minacce dell’agro business e dell’esercito nei confronti dei difensori dell’ambiente nelle Filippine”. E nel futuro la situazione potrebbe peggiorare ulteriormente: il presidente Rodrigo Duterte, infatti, ha annunciato che la sua amministrazione ha come obiettivo quello di destinare 1,6 milioni di ettari di terreno alle piantagioni industriali.

Nei casi in cui è stato possibile “Global Witness” ha individuato anche i possibili autori degli omicidi che, in 32 casi, sono da ricollegare all’attività di gang criminali, ma non manca il coinvolgimento di forze militari (30 casi) e di polizia (23), forze paramilitari (13) e bracconieri (12). Nella quasi totalità dei casi, questi crimini restano impuniti.

Isella Diaz, attivista messicana a capo della “Sierra madre alliance” @Global Witness

Isidoro Baldenegro –già vincitore del Goldman Environmental prize nel 2005- è stato assassinato in Messico il 15 luglio 2017. Nel Paese si è registrato un aumento degli omicidi ai danni degli attivisti: 15 le vittime censite lo scorso anno contro le 3 del 2016. “Alcune delle ragioni di questa escalation di violenza si possono trovare nel caso di Isidro: la diffusione della criminalità organizzata, l’impunità persistente, incapacità del governo di fornire protezione e la mancanza di informazioni complete e consenso informato alle comunità per l’uso dei loro terreni o per lo sfruttamento delle loro risorse naturali”. Il tutto, malgrado il Messico sia uno dei pochi Paesi al mondo a essersi dotato di una legge per proteggere i difensori dei diritti.

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