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Diritti / Attualità

Dalla parte delle donne afghane. E non solo il 25 novembre

Il Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane (Cisda), Large Movements e Altreconomia hanno inviato la petizione pubblica “Stand Up With Afghan Women” all’attenzione delle istituzioni italiane ed europee. Obiettivo: ottenere un intervento concreto a favore delle forze democratiche afghane e a tutela dei diritti

© Wanman Uthmaniyyah, unsplash

In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre il Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane (Cisda), Large Movements  e Altreconomia, insieme alle organizzazioni afghane Revolutionary association of the women of afghanistan (Rawa) e Hambastagi (Partito della solidarietà) hanno deciso di inviare all’attenzione delle istituzioni italiane, europee e internazionali la petizione “Stand Up With Afghan Women”. Il testo -che ha raccolto le adesioni di oltre 4.300 cittadini italiani e non solo- era stato lanciato un anno dopo il drammatico ritiro del 15 agosto 2021 delle truppe occidentali dall’Afghanistan, seguito all’Accordo di Doha tra Stati Uniti e Talebani, ed è una prima tappa della campagna di mobilitazione che vede coinvolte sugli stessi obiettivi 92 organizzazioni italiane ed europee insieme alle due realtà afghane.

Oltre ai singoli cittadini e alle organizzazioni della società civile, anche diverse istituzioni hanno manifestato direttamente il proprio sostegno alla campagna e alla petizione attraverso l’approvazione di mozioni ad hoc. Tra queste, la commissione Pari opportunità del Comune di Imola, i Comuni di Modena, L’Aquila e Fano; mentre altri enti come la Regione Toscana, la Provincia di Siena e il Comune di Cesena, hanno espresso la loro solidarietà in diverse forme.

Quattro le richieste contenute nella petizione che, alla luce degli ultimi sviluppi politici e non solo, risultano ancora più urgenti.

La prima riguarda il non riconoscimento del governo dei Talebani. “Malgrado le rassicurazioni formali da parte dei governi e delle istituzioni internazionali -affermano le realtà promotrici dell’iniziativa- assistiamo a un riconoscimento strisciante del governo di fatto che si traduce in supporto finanziario, attraverso rapporti bilaterali e contratti economici”.

Ad oggi, infatti, a Kabul sono presenti le rappresentanze diplomatiche di ben 15 Paesi (tra cui Cina, India, Russia, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita e Turchia) mentre gli Stati Uniti sono attivi in Afghanistan attraverso l’Usaid, l’agenzia federale per lo sviluppo, che ha investito 825,9 milioni di dollari solo nel 2023. A questi fondi si aggiungono quelli messi a disposizione dall’Unione europea (60 milioni nel novembre 2023 oltre ai 94 già stanziati nel corso dell’anno) per l’assistenza umanitaria. Infine, le Nazioni Unite hanno lanciato una richiesta agli Stati membri per 4,62 miliardi di dollari per prestare assistenza a circa 23,7 milioni di afghani all’interno del Paese (un simile appello per il 2022 era stato finanziato solo per il 52%, con 321 milioni di dollari ricevuti a fronte dei 623 milioni richiesti)

“Si tratta di cifre ingenti benché insufficienti di fronte alla gravità della catastrofe umanitaria -sottolineano i promotori della petizione-. Ma la corruzione a tutti i livelli, carattere distintivo dell’epoca di occupazione Nato, si è perpetuata anche nell’era talebana. Alla popolazione arrivano ancora una volta le briciole, mentre la mancata costruzione di infrastrutture essenziali durante i 20 anni di occupazione occidentale vanifica ogni soccorso. Oltre a intascare la gran parte degli aiuti, il governo talebano investe le risorse nel potenziamento del proprio apparato repressivo, ai danni della popolazione che dovrebbe assistere”.

La seconda richiesta della petizione riguarda l’autodeterminazione del popolo afghano. La cancellazione dello Stato di diritto, la negazione di ogni forma di partecipazione democratica, la violazione sistematica dei diritti umani, l’apartheid di genere ai danni delle donne e delle ragazze “rendono estremamente rischiosa ogni attività sociale e politica da parte dell’opposizione civile all’interno del Paese”. Una situazione a cui si aggiunge l’ingerenza negli affari interni da parte di potenze regionali e globali che sostengono le diverse fazioni fondamentaliste (all’interno o all’esterno della galassia talebana) per perseguire i propri scopi. A fronte di questa situazione, che allontana la possibilità per le organizzazioni democratiche di giocare un ruolo attraverso la politica, i promotori della petizione chiedono che gli Stati che sostengono milizie talebane o altri gruppi terroristici vengano sottoposti a sanzioni.

Da qui deriva la terza richiesta: il riconoscimento politico delle forze afghane progressiste. “Rawa e Hambastagi, che sostengono i diritti e le donne quali parte attiva della società, devono essere riconosciute interlocutori politici dall’Unione europea e dai governi -si legge nel comunicato-. Le organizzazioni non armate continuano a operare in clandestinità e il fatto che vengano sistematicamente ignorate dalle istituzioni internazionali le rende più vulnerabili”. Si tratta di quelle realtà attorno alle quali gravita -pur tra mille difficoltà- una rete di attivisti per i diritti umani composta da organizzazioni prevalentemente femminili che operano in tutte le province afghane sviluppando progetti di resistenza civile: dalle scuole segrete al sostegno umanitario e sanitario”.

L’ultima, ma non meno importante richiesta riguarda il monitoraggio del rispetto dei diritti umani e l’istituzione di un organismo di inchiesta indipendente promosso dalle autorità europee in collaborazione con le agenzie delle Nazioni Unite, con la partecipazione di attiviste e attivisti per i diritti umani afghani e internazionali. “Vanno accertate le responsabilità in materia di violazione dei diritti umani e crimini contro l’umanità perché ogni violazione venga portata all’attenzione della Corte penale internazionale. In particolare, va perseguito con determinazione il reato di apartheid di genere”. Tra le violazioni dei diritti umani denunciate figurano anche l’espulsione forzata dei rifugiati afghani dal Pakistan, in atto da diverse settimane, e le inammissibili procedure da parte dei Paesi europei che impediscono con metodi violenti o burocratici l’accesso al diritto d’asilo a milioni di profughi.

“Dopo la consegna delle firme ai destinatari della petizione -concludono le realtà- la campagna resta attiva: un’inversione di tendenza in direzione dell’affermazione dei diritti universali, e delle donne in special modo, esige un impegno congiunto, solidale e duraturo. Per questo continueremo a coinvolgere la società civile, le forze sociali e politiche, e ad esercitare ogni pressione, richiamando con forza le istituzioni al loro ruolo di garanti dei diritti”.

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