Ambiente / Intervista

Clima e conflitti, una relazione da approfondire

“Non è inconcepibile che gli impatti socioeconomici determinati dalla variabilità climatica possano avere implicazioni per la pace e la stabilità”. Ma l’ambito di ricerca va approfondito, rigettando semplificazioni. Parola di Halvard Buhaug, membro e ricercatore del prestigioso Peace Research Institute di Oslo (PRIO)

L'innalzamento del livello del mare nel Goldo del Bengala, in India - © Daesung Lee

“Oggi solo dei folli possono negare che il clima stia cambiando”. La netta presa di posizione è di Halvard Buhaug, membro e ricercatore del prestigioso Peace Research Institute di Oslo (PRIO) e professore di scienze politiche all’Università Norvegese di Scienza e Tecnologia (NTNU). Il suo campo di studi riguarda le dimensioni politiche, ambientali e geografiche dei conflitti armati ed è sostenuto da fondi della Commissione europea, dello UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA) oltre che dal Consiglio delle ricerche di Norvegia. Lo scorso giugno ha tenuto una lectio magistralis durante la sedicesima Jan Tinbergen Conference organizzata dal Network of European Peace Scientists (NEPS) presso l’Università Cattolica di Milano.
“Ad essere precisi bisognerebbe dire che il clima globale della Terra è da sempre in cambiamento, con periodi di freddo più intenso (le glaciazioni) seguiti da un riscaldamento più robusto della media. Senza dimenticare intervalli con variazioni più brevi, di norma provocati da fenomeni atmosferici tipo El Niño. Ma ad essere inedito, oggi, è il tasso di variazione. Non si era mai visto, da quando abbiamo strumenti per registrare i parametri climatici, un cambiamento nella temperatura media così repentino come negli ultimi decenni. E poiché il Sole, che è il principale fornitore di energia per la Terra, non ha modificato la propria attività così tanto (pur avendo anch’esso cicli periodici) l’attuale variazione non può essere spiegata solo con motivazioni prettamente naturali. Ci devono essere in gioco obbligatoriamente altre forze, legate alle attività umane”.


Cambiamenti climatici in atto e conflitti interni, o tra Stati. Quali relazioni esistono?
HB
Le ricerche sistematiche e statisticamente attendibili sulla connessione tra clima e conflitto esistono da circa un decennio, il che significa che sono relativamente “giovani” se confrontate ad altri temi di interesse per gli scienziati politici (come ad esempio la relazione tra democrazia e pace). Finora, gran parte della ricerca rilevante è stata condotta con un approccio diretto e in una certa misura semplicistico: studiare come cambiamenti climatici di corto periodo, cioè al di sotto dell’orizzonte temporale di un anno, possano condizionare lo svolgimento di conflitti e guerre. Se le guardiamo nel loro insieme queste ricerche hanno prodotto risultati piuttosto contraddittori e deboli. Di recente, invece, si stanno strutturando studi a più ampio raggio che cercano di individuare gli effetti indiretti della variabilità climatica (per esempio la produzione di cibo o gli shock sui prezzi) cercando nel contempo di far emergere contesti specifici che rendono più probabile un effetto indiretto tra clima e conflitto. Esempi di tali scenari possono essere il basso livello di sviluppo, una grande dipendenza sull’agricoltura, bassa qualità delle istituzioni e discriminazione politica. È ancora troppo presto per trarre conclusioni robuste da questi studi. La maggioranza degli scienziati politici però concorda al momento su un elemento: oggi i cambiamenti climatici su periodi brevi non sono associati ad un rischio maggiore di conflitto, in maniera diretta e generale. Forse, per alcuni casi limitati, possono esistere connessioni indirette e più labili.


Se considerassimo variazioni nel clima di periodo più lungo?
HB 
Su questo aspetto stiamo sicuramente ancora percorrendo i primi passi. Finora c’è stata poca ricerca sistematica sulla connessione tra cambiamento climatico a lungo termine e insorgenza di conflitto, soprattutto perché è davvero difficile identificare ed isolare (con buona confidenza scientifica) un qualsiasi effetto specifico sulle dinamiche di conflitto provocato da qualcosa che accade in maniera graduale e su un periodo di decenni.

Tuttavia appare chiaro che molti dei Paesi più vulnerabili dal punto di vista ambientale soffrono di instabilità endemica, che impedisce di pianificare adattamenti alle variabilità in atto. In altre parole: se ancora non è ben compreso l’effetto che il clima ha sui conflitti, è indubitabile che uno stato di conflitto continuato aumenti sensibilmente la vulnerabilità di un Paese rispetto al climate change.


Quale scenario ci possiamo aspettare per il futuro? Dobbiamo prepararci al peggio o si può ancora intervenire in qualche modo?

HB Sicuramente il peggio deve ancora arrivare, e ci aspetta nel futuro. Società che oggi vivono ai margini della sopravvivenza potrebbero dover modificare i propri mezzi di sussistenza, passando dall’agricoltura di base a qualcosa d’altro. La crescente scarsità di acqua potabile (dovuta all’aumento dei periodi di siccità, al cambio delle dinamiche delle precipitazioni, al depauperamento delle risorse di falda e a un utilizzo delle risorse idriche inefficiente e insostenibile anche a causa della crescita della popolazione) è un preoccupante elemento di instabilità in molte parti del mondo. Pensate ad esempio al Medio Oriente e alcune zone della regione Mediterranea. Forse future scoperte bio-tecnologiche in studio attualmente, come ad esempio la desalinizzazione o lo sviluppo di varietà piante alimentari più resistenti al caldo, potranno attenuare l’impatto di queste minacce. Ma solo il tempo ci dirà in che termini, anche in base alle scelte politiche generali che verranno fatte.

Halvard Buhaug, membro e ricercatore del prestigioso Peace Research Institute di Oslo (PRIO) e professore di scienze politiche all'Università Norvegese di Scienza e Tecnologia (NTNU)
Halvard Buhaug, membro e ricercatore del prestigioso Peace Research Institute di Oslo (PRIO) e professore di scienze politiche all’Università Norvegese di Scienza e Tecnologia (NTNU)

Quali sono le linee di azione che  i leader politici stanno tratteggiando? Penso in particolare alle decisioni recentemente prese durante la COP21 di Parigi.
HB L’accordo della Conferenza di Parigi ha definito obiettivi abbastanza ambiziosi e devo dire che già qualche tendenza positiva si vede, con una buona parte dei nuovi investimenti economici indirizzati ad energie rinnovabili ad esempio. Prendiamo il caso delle auto elettriche: una crescita nelle vendite molto più rapida delle previsioni di qualche anno fa, che fa addirittura presumere un calo drastico nel consumo di idrocarburi ancora più repentino e anticipato di quanto ipotizzato in molti modelli. Se si rafforzassero questi percorsi la situazione sarebbe sicuramente migliore. Certo, la portata delle decisioni politiche all’orizzonte è ancora enorme a tutti i livelli: locale, nazionale e soprattutto internazionale. Come facilitare trasferimenti di tecnologia ed incoraggiare investimenti verso società più vulnerabili, al fine di rafforzare le loro capacità di adattamento e risposta alle trasformazioni climatiche è un passaggio fondamentale. È una sfida non banale che rimane, ad oggi, largamente non risolta e vinta. Saranno le decisioni prese a riguardo a determinare la connessione più o meno forte tra cambiamenti climatici e conflitti emergenti.


Di questa connessione lei è forse il maggiore studioso al mondo, e ci sta dicendo che il legame è meno diretto di quello che ci si potrebbe aspettare con una riflessione superficiale. Servirebbe forse un approccio più allargato e di contesto.

HB Come ho detto prima, c’è davvero poca evidenza scientifica che dimostri l’insorgere di conflitti armati o guerre come diretta conseguenza, per ipotesi, di temperature più alte o di condizioni di siccità più severe. E personalmente non credo ci siano argomenti convincenti perché ci si debba aspettare un effetto così diretto e generale: i gruppi e sociali e i governi ed istituzioni statuali non rispondono alle condizioni ambientali in maniera meccanica e deterministica. Al contrario, ed è il punto che cerco di sottolineare nei miei lavori attuali, dobbiamo investigare meglio effetti indiretti e contestuali. Non è inconcepibile che gli impatti socioeconomici della variabilità climatica (pensiamo ad esempio agli shock sui prezzi alimentari, alla perdita di reddito e produzione in agricoltura, alla diminuzione di entrate fiscali derivanti da una riduzione dell’export) possano avere implicazioni per la pace e la stabilità. Possibili conseguenze di tali turbolenze sono le migrazioni forzate, un aumento incontrollato della disoccupazione e un aumento dell’insoddisfazione e critica verso le misure messe in campo da un governo per affrontare tali crisi socio-economiche. In quel momento sarà la risposta pubblica ed istituzionale ad avere in mano il timone della situazione: in parte dimostrando -o meno- la volontà di fornire assistenza e aiuto alle popolazioni colpite e in parte tentando -o meno- di raggiungere composizioni pacifiche e condivise alle proteste prima di una degenerazione in violenza. Ma gli effetti indiretti che stiamo tratteggiando possono essere anche molto differenti, così come le decisioni istituzionali, a secondo della situazione politica, sociale e culturale di diverse parti del mondo. Per cui, lo ribadisco, per conto mio nei prossimi anni avrà senso solo un approccio più sfumato e legato al contesto nel dibattito su se e come la variabilità e, in un periodo più lungo, il cambiamento climatico incidano sulle dinamiche dei conflitti armati.


© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia