Ambiente / Reportage

L’ultimo appello di Kivalina, l’isola condannata dal clima e dalla miniera

In Alaska, la piccola comunità Iñupiat affronta il livello del mare che sale e l’attività estrattiva che inquina aria e acqua. Fallite le prime cause per vedersi riconosciuti i danni, oggi la speranza è in una convenzione internazionale. A febbraio 2016 il presidente Obama ha promesso fondi per la popolazione. Ma la parola è al Congresso

Tratto da Altreconomia 186 — Ottobre 2016
Una veduta aerea dell’isola di Kivalina, situata nell’estremo Nord dell’Alaska. Rischia di essere sommersa interamente entro il 2025, a causa dei cambiamenti climatici - © Don Bartletti/Los Angeles Times via Getty Images
Una veduta aerea dell’isola di Kivalina, situata nell’estremo Nord dell’Alaska. Rischia di essere sommersa interamente entro il 2025, a causa dei cambiamenti climatici - © Don Bartletti/Los Angeles Times via Getty Images

A volte è difficile riuscire ad addormentarsi, quando è notte. Soprattutto in questi mesi, settembre e ottobre. Tutto quello che si sente sono le onde, onde arrabbiate, onde che non aspettano altro che di trangugiarci tutti.

Kivalina è un villaggio del distretto Nord-occidentale dell’Alaska, ai confini del mondo. La terra che ospita quest’isola artica è stremata, agguantata dalla forza delle acque, dagli effetti di un clima in rivolta che ne minaccia l’esistenza. Oggi gli abitanti sono circa 400, quasi tutti nativi Iñupiat. Ancora si chiedono il perché della loro presenza su questa minuscola striscia di terra direttamente esposta al mare di Chukchi. Ma ancora parlano con la natura, la rispettano. Ne vedono la personificazione nelle onde, ne raccolgono l’intera carica simbolica. Sembra che, inizialmente, non esistesse alcun villaggio, dato che la popolazione era nomade, ma solo un avamposto di caccia buono per qualche breve periodo all’anno. Fino a quando, nel 1905, il governo federale americano non vi costruì una scuola e costrinse i nativi a mandarci i figli, pena il carcere. Solo più tardi, nel 1957, la Marina statunitense scoprì il petrolio nelle coste meridionali e, nel 1959, l’Alaska divenne il 49° Stato dell’Unione. L’industria estrattattiva ha nutrito interesse per l’Alaska sin dai primordi della corsa all’oro, alla fine dell’Ottocento, e se a Kivalina di oro non ce n’è molto, vi rimane ancora la miniera di zinco più grande al mondo, dove si estrae anche ferro: la miniera del Cane Rosso, o Red Dog Mine, di proprietà della società canadese Teck. Una miniera che desta preoccupazione: l’aria è inquinata da metalli pesanti, gli animali fuggono -anche a causa della costruzione di una strada trafficata da autocarri all’interno di un parco considerato monumento nazionale (Cape Krusenstern)- e il fiume Wulik è contaminato, così come i pesci e il porto circostante.

Nel 2008 la comunità di Kivalina ha chiesto alle società petrolifere un risarcimento per i danni causati dalle emissioni a effetto serra. La prima causa “climatica” al mondo

Se l’inquinamento dell’aria e’ tollerato o anche accettato data la creazione di posti di lavoro presso la miniera, la fuga degli animali e l’inquinamento delle acque e dei pesci sono stati fonte continua di preoccupazione. Mentre gli animali riescono a scappare dalle polveri del Cane Rosso, i fratelli-cacciatori di Kivalina non possono seguirli. Così non svanisce solo la libertà di essere nomadi, ma anche l’essenza di una cultura di sussistenza dove caribù, bacche e balene beluga costituiscono il cibo quotidiano, spesso condiviso. Inoltre dal fiume Wulik gli abitanti di Kivalina attingono l’acqua potabile: in caso di contaminazione, mancano misure di allerta e non esiste alcun progetto di costruire un sistema minimamente centralizzato di accesso all’acqua. Ora esiste un serbatoio che non serba particolarmente bene, né dalle incursioni dei castori e tantomeno dalle sostanze sversate dalla miniera. I pesci e il porto restano, potenzialmente, inquinati e fonte di contaminazione: non vengono condotti controlli da anni e le ultime rilevazioni mostravano valori oltre la norma.

A Kivalina, però, non è sempre emergenza. Si costruiscono case, si gioca alla lotteria. Ci si avventura sul ghiaccio per cacciare le balene e poi condividerle con tutta la comunità, perché è come se generosità e condivisione -che magari ci sono sempre state- fossero l’antidoto alla solitudine, al sentirsi abbandonati dal governo.

Ma ai kivalinesi è rimasto almeno il diritto di rivolgersi a un tribunale. E così hanno fatto, per chiedere giustizia sia rispetto ai cambiamenti climatici, sia per la contaminazione dell’acqua. In entrambi i casi, però, la risposta è stata un no secco.

La causa climatica, iniziata nel 2008, è stata la prima al mondo nella quale alcuni privati, o meglio un’intera comunità, hanno chiesto alle maggiori società petrolifere un vero e proprio risarcimento per i danni causati dalle emissioni a effetto serra che hanno innescato l’innalzamento del livello del mare, l’assottigliamento dello strato di ghiaccio sul quale gli abitanti si spingono per la pesca, la fuga degli animali, e tutti gli ulteriori effetti dirompenti dei cambiamenti climatici sull’isola di Kivalina, congiuntamente alla domanda di risarcimento contro le medesime società per aver cospirato tra loro tenendo all’oscuro il pubblico riguardo all’esistenza e agli effetti dei cambiamenti climatici (civil conspiracy claim, in diritto americano). Sebbene gli effetti dei cambiamenti climatici fossero innegabili e siano stati riconosciuti, nel 2012 la Corte d’appello per il 9° circuito, che racchiude anche l’ultraprogressista California, dichiarò l’improcedibilità della causa per assenza di giurisdizione in quanto la risposta -scrisse il giudice d’appello- stava nel potere legislativo e politico, il diritto federale non statutario (federal common law) nulla poteva. Le teorie cospirative, che dipendevano dall’esistenza dei danni, di conseguenza non vennero prese in considerazione. La causa che, invece, riguardava la contaminazione dell’acqua vide l’ammissione, da parte dell’imprese mineraria Teck, di oltre 1.100 violazioni delle 2.171 contestate. La vicenda sembrava essersi conclusa nel 2008 con un accordo in cui l’azienda si impegnava a costruire una tubatura che trasportasse i materiali di scarico della miniera direttamente al mare di Chukchi, evitando lo sversamento sul fiume Wulik. Ma la transazione riservava a Teck il diritto di non costruire la tubatura in questione. In tal caso, in base all’accordo, la società canadese avrebbe dovuto pagare una sanzione: 8 milioni di dollari nel caso in cui la mancata costruzione fosse stata motivata da una giusta ragione, 20 milioni di dollari se la scelta fosse stata intrapresa senza giusta causa. Questo denaro è destinato però al governo, e non alla comunità di Kivalina. Solo nel 2014 Teck ha presentato uno studio sull’impossibilità di una tale opera, cavandosela pagando 8 milioni di dollari.

“Era preoccupato per noi, perché anche noi siamo essere umani” ha detto un’abitante di Kivalina commentando la visita del presidente Obama

La causa climatica pare ormai liquidata, ma quella legata alla salubrità dell’acqua e dell’area portuale potrebbe essere riaccesa dall’applicazione di una convenzione internazionale, la Convenzione sul diritto del mare del 1982. Provando che alcune delle sue disposizioni sono norme consuetudinarie vincolanti anche per gli Stati Uniti d’America, si ritiene che sia possibile invocarle davanti alle Corti dell’Alaska al fine di ottenere un risarcimento da Teck, oppure davanti alle Corti federali per innescare ulteriori valutazioni di impatto ambientale, oppure semplicemente ispezioni ambientali e sanzioni, da parte delle autorità statali e federali.

Davanti alle Corti sia statali sia federali, la Convenzione internazionale costituirebbe semplicemente uno degli standard di interpretazione delle norme americane pertinenti, e non dovrebbe essere applicata direttamente, rendendo così la procedura più politicamente accettabile.

Il viaggio intrapreso dal presidente Barack Obama in Alaska lo scorso autunno ha cambiato la percezione che Kivalina ha di se stessa.

“Era preoccupato per noi, perché anche noi siamo essere umani” ha detto di fronte alle telecamere una residente. Oltre a parlare di Kivalina, nel discorso ufficiale tenuto a Kotzebue -sempre in Alaska– il 3 settembre 2015, nel febbraio 2016 il presidente degli Stati Uniti ha proposto al Congresso la costituzione di un fondo di 400 milioni di dollari per “le circostanze uniche che le vulnerabili comunità dell’Alaska si trovano a fronteggiare, ivi incluso il trasferimento di villaggi nativi minacciati dall’innalzamento del livello dei mari, dall’erosione costiera e mareggiate”.

Il Congresso avrà l’ultima parola, anche se le elezioni presidenziali potrebbero rallentare o impedire una decisione favorevole per Kivalina.

I fondi servirebbero per spostarsi altrove, anche per preservare le proprie tradizioni, il proprio cibo e la cultura, recentamente raccontati in un attento documentario (che si intitola proprio “Kivalina”, della regista newyorkese Gina Abatemarco, ed è stato presentato quest’anno alla Berlinale e altrove).

Un’anziana signora guarda fuori dalla finestra i bimbi giocare: “Voglio che abbiano una gran bella vita, come la nostra -dice-. Un tempo la terra era tutta verde e bella. Una terra salubre”.

* Esmeralda Colombo è una ricercatrice in Diritto dell’ambiente presso l’Università di Bergen, in Norvegia. Ulteriori ricerche giuridiche sul tema saranno pubblicate presso l’ILSA Journal of International & Comparative Law, Volume 23.1, in uscita

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