Cultura e scienza / Intervista

Carolina Rapezzi. Immagini da una discarica infernale

Migliaia di giovani lavorano nel sobborgo di Accra con gravi conseguenze sulla salute e sull’ambiente. Il reportage “Burning Dreams” racconta le loro storie

Tratto da Altreconomia 236 — Aprile 2021
Nana Kwame ha 30 anni e lavora per ore ogni giorno immerso nel fiume Odaw, in acque inquinate dagli scarichi della città, inclusi rifiuti elettronici e sostanze tossiche provenienti dalla zona di Agbogbloshie. La foto è stata scattata nel novembre 2019 © Carolina Rapezzi

“È fondamentale per noi fotografi spogliarci dei nostri standard di vita per capire meglio le storie che raccontiamo. Le situazioni che vediamo possono essere devastanti, ma l’intenzione non deve essere quella di creare compassione: piuttosto un senso di urgenza, per risolvere alcune problematiche”. Carolina Rapezzi, fotografa freelance, è nata nel 1986 a Livorno e vive a Londra. Ha documentato le condizioni dei rifugiati in Sicilia, il campo profughi di Calais, le proteste per la Brexit.Burning Dreams” (progetto premiato, tra gli altri, dal Lens Culture Art Photography Award e dal Siena International Photo Award) racconta la vita ad Agbogbloshie. In questo sobborgo di Accra, capitale del Ghana, si smaltiscono rifiuti elettronici e di vario tipo, spesso provenienti dai Paesi occidentali.

Nel vicino porto di Tema, tra i più grandi dell’Africa Occidentale, ogni giorno si scaricano container con macchinari di ogni tipo: frigoriferi, computer, cellulari. Migliaia di persone, in prevalenza giovani, lavorano nella discarica senza alcuna protezione sociale o sanitaria. Le sostanze tossiche derivanti dalla combustione dei rifiuti, tra cui diossine e metalli pesanti, hanno gravi conseguenze sulla salute, impatti sull’ecosistema e sulla catena alimentare. Suolo, aria e acqua sono contaminati. Un uovo di gallina di Agbogbloshie contiene una quantità di diossine clorurate superiore di 220 volte i limiti europei (fonte IPEN-BAN 2019). Le immagini di Rapezzi, oscure e potenti, mostrano una città infernale di acque torbide, fuochi, distese di spazzatura, dove i protagonisti appaiono vinti da una stanchezza infinita e nello stesso tempo colti nella loro forza e unicità di individui.

Un lavoratore locale della zona di combustione di Agbogbloshie, fotografato nell’ottobre 2018, tira un ammasso di cavi in un fuoco già acceso che sta bruciando apparecchi non funzionanti o irrecuperabili e cavi © Carolina Rapezzi

Come è nato “Burning Dreams” e quali sono state le fasi di lavoro?
CR Volevo occuparmi di una tematica ambientale, lo smaltimento dei rifiuti elettronici, e dopo alcune ricerche ho deciso di iniziare dal Ghana. Sono andata ad Accra la prima volta nel 2018 e ho iniziato a conoscere la comunità con cui poi ho lavorato, un gruppo di ragazzi che vive nello slum vicino alla discarica. Nel secondo viaggio, seguendo il corso del fiume Odaw e gli impatti sull’ecosistema, ho trovato altre storie e ho cercato un collegamento tra il problema locale e un contesto più ampio.

“Quando le persone mi chiedono perché le fotografo si apre un dialogo. È un lavoro in cui dobbiamo capire chi abbiamo davanti, ci deve essere un rapporto equo, sincero”

Puoi descrivere la discarica di Agbogbloshie, le condizioni ambientali e di lavoro?
CR I rifiuti arrivano da molti Paesi, è complesso ricostruire come. Il filo tra legalità e illegalità è sottile. La Convenzione di Basilea del 1992 vieta di portare rifiuti pericolosi nei Paesi in via di sviluppo, ma può essere aggirata, anche perchè molti apparecchi sono dichiarati di seconda mano e riutilizzabili. Agbogbloshie è molto grande e si divide in tre zone. La prima è quella in cui si smantella tutto, elementi meccanici ed elettronici, con un tentativo di riciclo. Quello che non può essere riusato è bruciato nella zona di combustione, dove materiali come il rame e l’alluminio sono estratti e rivenduti a peso. L’area è attraversata dal fiume che sfocia, senza alcun sistema di depurazione, nel Golfo di Guinea. Un fiume  tossico, pieno di rifiuti di ogni tipo, solidi e liquidi: pezzi di computer, schermi, cavi, sostanze dalle industrie della città. Alla foce dell’Odaw, i pescatori gettano le reti e la mattina separano per ore i pesci da rottami e spazzatura. Le sostanze nocive, quindi, oltre a danneggiare enormemente chi lavora lì, rientrano in circolo. Il pesce è distribuito nei mercati di Accra e in parte esportato: può finire, potenzialmente, sulle tavole europee.

Rashida, fotografata nel novembre 2018, è una venditrice di acqua e bevande ad Agbogbloshie e sta aspettando di vendere sacchetti d’acqua ai lavoratori. Ogni sacchetto costa meno di 10 centesimi di euro © Carolina Rapezzi

“Alla foce dell’Odaw, i pescatori gettano le reti e la mattina separano per ore i pesci dai rottami e dalla spazzatura. Le sostanze nocive, quindi, rientrano in circolo”

Hai lavorato spesso in contesti difficili, come Calais. Come riesci a entrare in contatto e a relazionarti con le persone che fotografi?
CR Calais per me è stata una scuola, ho dovuto confrontarmi con le persone, chiedere di raccontarmi le loro storie. L’interazione è fondamentale. A volte non è possibile: situazioni movimentate, manifestazioni. Io lavoro sempre con un fixer, una guida locale, figura importantissima: crea accesso, traduce, sa come comportarsi. Quando le persone mi chiedono perché le fotografo si apre un dialogo. È un lavoro in cui dobbiamo capire chi abbiamo davanti, ci deve essere un rapporto equo, sincero. A volte la fotografia è scattata dopo ore in cui si parla, ma quel tempo è importante, dà la possibilità di osservare la persona, il modo di muoversi, i dettagli, per arrivare a una foto che la racconta meglio.

“Si è girata, mi ha visto, mi ha sorriso. Ho continuato a scattare; ho tutta la sequenza. Poi si è aperto il fumo, le è arrivato un raggio di luce sul viso: quella è la foto”

Arriviamo ai protagonisti di “Burning Dreams”. La maggior parte dei ragazzi della discarica viene dalle aree rurali del Nord del Ghana per guadagnare qualcosa e aiutare le famiglie. Chi ricicla e assembla, chi brucia. Ci racconti uno di questi incontri?
CR Seguendo il fiume, sulla diga a un chilometro dal mare, ho incontrato Nana Kwame che, con altri, lavora tutto il giorno raccogliendo bottiglie di plastica. Le prendono con delle reti e le rivendono, anche la plastica è riciclata informalmente. Vedevo muoversi qualcosa nel fiume pieno di spazzatura. Poi mi sono accorta che era una persona, immersa fino a metà busto. Abbiamo iniziato a parlare, ci ha raccontato la sua storia. Volevo fotografarlo, rappresentare la sua condizione da vicino e ho chiesto di potere entrare anche io nel fiume, cosa che ho fatto dopo un paio di giorni. Le sue foto sono fatte quasi tutte dall’interno. Questo ragazzo ha preso il tetano, ha avuto delle conseguenze fisiche pesanti, perché lavora per ore in acque inquinatissime.

Carolina Rapezzi è una fotografa freelance. Nei suoi lavori ha documentato le condizioni dei rifugiati in Sicilia, il campo profughi di Calais in Francia e le proteste della Brexit. Il progetto “Burning dreams” è stato premiato dal Lens Culture Art Photography Award e dal Siena International Photo Award: il reportage racconta la vita ad Agbogbloshie, sobborgo di Accra in Ghana, dove si smaltiscono rifiuti provenienti dai Paesi occidentali © Guido De Maria

I danni per la salute sono gravi: ustioni, infezioni, problemi respiratori e a lungo termine tumori, patologie cardiache e del sistema nervoso. I ragazzi che hai fotografato rinunciano spesso all’istruzione per avere l’equivalente di pochi dollari al giorno. Gaffarou, il ragazzo sordo, che sogna di essere meccanico e pagarsi una cura, Salasi, il cantante rap. E poi Rashida, la bambina che ci guarda, seduta su una carriola, tra i rifiuti, con la città fumante sullo sfondo. Con questa foto hai vinto nel 2019 il Lens Culture Art Photography Award, dimostrando che tra fotografia documentaria e artistica non c’è un confine netto. Come sei arrivata alla foto “perfetta”?
CR Rashida è una venditrice di acqua, che nella discarica serve per dissetare chi lavora e per spegnere i fuochi. L’ho notata subito, era lenta, delicata. Avrei voluto parlarci ma era timida e non sapeva l’inglese. Non l’ho più rivista fino a uno degli ultimi giorni. Stavo scattando e a un certo punto l’ho vista di spalle, sulla carriola. Si è girata, mi ha visto, mi ha sorriso. Ho continuato a scattare, ho tutta la sequenza. Poi si è aperto il fumo, le è arrivato un raggio di luce sul viso: quella è la foto. Dopo la premiazione, ho cercato Rashida, ma era tornata al Nord. Spero di ritrovarla. Nell’immagine si vede una capra: è un altro problema, il bestiame contaminato è venduto e mangiato. Nella discarica c’è un macello e nei dintorni c’è il più grande mercato alimentare di Accra.

53,6: secondo gli ultimi dati pubblicati nel 2020 dal The Global E-waste Monitor (UNU-UNITAR), nel 2019 nel mondo sono stati prodotti 53,6 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, ma solo il 17,4% è stato riciclato correttamente

Ci parli dei tuoi progetti attuali e di come lavora una fotografa durante la pandemia?
CR Sto lavorando a due progetti a Londra. Il primo è su un ostello per senzatetto in uno dei quartieri più poveri. Qui la pandemia ha peggiorato una situazione di fragilità. Nonostante le restrizioni date dal Covid-19, mi sono concentrata sull’aspetto psicologico di queste persone, con i loro problemi e traumi. Il secondo progetto riguarda il knife crime. C’è un enorme problema di criminalità adolescenziale, ragazzi che prendono coltelli dalle cucine di casa e girano armati. Sto seguendo un’associazione che fa un porta a porta nei quartieri a rischio, chiedendo di disfarsi dei coltelli e sensibilizzando le famiglie. Un problema che con la pandemia non è diminuito: si deve parlare di questi temi, non dimenticarli.

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