Economia / Approfondimento

Carburanti e taglio delle accise: se l’Ue regala nove miliardi di euro ai più ricchi. E a Putin

Le riduzioni delle imposte su benzina e gasolio introdotte dai governi dell’Ue (Italia inclusa) aggravano la dipendenza dal petrolio russo e dirottano i benefici ai più ricchi, denuncia la Federazione europea per i trasporti e l’ambiente (T&E). Occorre invece il taglio del costo dei mezzi pubblici e una tariffa sulle importazioni di greggio

© T&E

Le politiche di riduzione del prezzo dei carburanti praticate dagli Stati europei incentivano la dipendenza dal petrolio russo e vanno a beneficio dei cittadini più ricchi (il 10% più benestante spende mediamente in benzina otto volte di più del 10% più svantaggiato). Con l’effetto di depotenziare le sanzioni messe in atto. Lo denuncia Transport&Environment (T&E), Federazione europea per i trasporti e l’ambiente, che propone ai Paesi europei di non prolungare gli “sconti” e di sostituirli con pratiche volte alla riduzione del consumo di carburante, anche applicando tariffe sul petrolio importato dalla Russia.

In questo mese di guerra in Ucraina il mercato del petrolio ha subito una forte pressione soprattutto nell’Unione europea, dove un barile su quattro proviene dalla Russia. Di conseguenza il prezzo alla pompa dei carburanti ha raggiunto il suo massimo dal 2012, fattore che, combinato con l’elevato costo del gas fossile, ha spinto diversi Paesi europei a pianificare una strategia per ridurre i costi per cittadini e le imprese. Su 27 Stati membri 14 hanno scelto di intervenire sulle accise sui carburanti, in particolare il governo italiano che il 18 marzo ha introdotto una riduzione del prezzo di benzina e gasolio di 25 centesimi di euro al litro per un periodo di 30 giorni mentre in Francia è stata pianificata una diminuzione di 15 centesimi al litro per la durata di quattro mesi. Secondo le stime di T&E la soluzione del governo italiano avrà un costo di 978 milioni di euro mentre la Francia impiegherà poco più di tre miliardi. Le riduzioni, in generale, variano considerevolmente sia nella grandezza (dai 5,4 centesimi al litro in Ungheria ai 25 centesimi in Italia) sia nella durata (un mese in Italia e Slovenia, dodici a Malta). Si stima, però, che il costo complessivo sarà di 8,6 miliardi di euro, dato che potrebbe aumentare se le misure dovessero essere prolungate o se altri Paesi decideranno di applicare strategie analoghe. 

La Federazione bolla però la riduzione delle accise come sbagliata e immorale per diversi motivi. La prima argomentazione è che ridurre il prezzo dei carburanti ne incentiva l’utilizzo, aumentando la dipendenza dai combustibili fossili che danneggiano le persone e il Pianeta. Si tratterebbe anche di una scelta particolarmente dispendiosa e i governi dovranno recuperarne i costi attraverso la fiscalità generale. I benefici di queste politiche sono principalmente rivolti alla popolazione più ricca in quanto spende molto di più in carburante rispetto alle fasce meno avvantaggiate. È stato stimato infatti che il 10% più ricco degli europei spende annualmente, in media, 1.249 euro di benzina contro i 162 del 10% più svantaggiato. In Italia il 10% più benestante riceverebbe un beneficio medio di 58 euro, sei volte rispetto ai nove euro a vantaggio della popolazione meno facoltosa. 

In Europa il vantaggio medio varia dai 123 ai 16 euro, divario a favore dei cittadini più benestanti. Nonostante la tassazione gravi sulla collettività saranno solo i proprietari di veicoli a trarne vantaggio, incentivando così l’utilizzo dell’auto rispetto ai mezzi pubblici. “Non si deve dare per scontato che i benefici finanziari di un costo più basso alla pompa vadano ai consumatori (sia ricchi sia non) poiché le compagnie petrolifere probabilmente risponderanno adeguando i prezzi”, avverte T&E. Il rischio è che il taglio delle accise venga “passato” dai cittadini alle aziende. Un’ulteriore critica riguarda il rischio di scatenare una corsa al ribasso dove i governi sono costretti ad abbassare i prezzi per adeguarsi a quelli dei Paesi confinanti. Se uno Stato, infatti, possiede costi dei carburanti considerevolmente inferiori rispetto ai suoi vicini potrebbe crearsi una sorta di “turismo” con le persone che si spostano solo per acquistare benzina a un prezzo più conveniente. Per questo sarebbe necessario uniformare sia nel costo sia nella durata i vari incentivi. Infine esiste la possibilità che si creino delle false aspettative nei consumatori. “Non c’è alcuna garanzia che le tasse sulla benzina torneranno ai loro livelli precedenti alla fine del periodo di sconti. Gli autisti che ricevono questo beneficio finanziario possono sviluppare un’aspettativa che l’aliquota ridotta continuerà e potrebbe diventare estremamente difficile a livello politico tornare alle vecchie tariffe anche se il governo progettasse di farlo”, continua il report di T&E del 22 marzo. Nel Regno Unito, ad esempio, dal 2010 l’aumento programmato del prezzo della benzina è stato rimandato per ben 13 volte.

In alternativa vengono proposte delle misure in grado di far fronte alla crisi in modo sostenibile. Un taglio del costo dei mezzi pubblici porterebbe molte più persone a utilizzarli riducendo così il consumo di benzina. Anche se alcuni Paesi europei come il Belgio si sono impegnati per mantenere basse le tariffe del trasporto pubblico, la Federazione chiede misure ancora più ambiziose prendendo esempio dalla Nuova Zelanda, dove i biglietti per i mezzi sono stati ridotti del 50%. In alternativa incentivare il lavoro a distanza viene considerata una buona strategia per ridurre il traffico e abbassare i consumi, in particolare si chiede ai dipendenti di lavorare dalla propria abitazione per tre giorni a settimana. Viene inoltre raccomandata l’adozione dei 10 punti suggeriti dall’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) per la riduzione del consumo di carburante tra cui: abbassare i limiti di velocità su strade e autostrade, investire nella micro mobilità e nel car sharing, preferire l’uso del treno all’aereo e promuovere la mobilità elettrica. Infine T&E suggerisce di imporre tariffe al petrolio russo. In questo modo non solo si otterrebbe un guadagno per i Paesi dell’Unione europea (stimato in 27 miliardi di euro) ma si costringerebbero le industrie ad abbassare i loro prezzi se vogliono continuare ad essere “competitive” in Europa. Per le aziende russe, infatti, non sarebbe conveniente reindirizzare le loro esportazioni verso Cina e India in quanto andrebbero incontro a costi di trasporto maggiori e più difficoltà a competere su un mercato già stabilizzato. 

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