Economia / Opinioni

Tra pandemia e guerra, un altro nemico (visibile) è la speculazione

La finanziarizzazione non è più sostenibile nelle condizioni create dal conflitto russo-ucraino. I prezzi dell’energia e dei beni agricoli erano da tempo il portato della speculazione. Va drasticamente ridotta se si vuole evitare un vero e proprio disastro, scrive Alessandro Volpi

© Mika Baumeister, unsplash

C’è un dato che dovrebbe essere ormai chiarissimo: la finanziarizzazione non è più sostenibile nelle condizioni create dal conflitto russo-ucraino. I prezzi dell’energia e dei beni agricoli erano da tempo il portato della speculazione: in altre parole, il costo del gas, del petrolio e del grano non dipendevano dall’offerta e dalla domanda fisica di quei beni ma dalle centinaia di migliaia di scommesse sull’andamento del loro prezzo.

Questo fenomeno aveva già portato i prezzi alle stelle con conseguenze devastanti per le economie e i consumi reali. La guerra, di fatto, aggiunge a questo meccanismo speculativo un dato ulteriore, rappresentato dal concreto rischio del venir meno di una parte importante della produzione: il 30% del grano mondiale e il 40% delle forniture europee di gas. È evidente che in un mercato altamente speculativo questo dato rappresenta davvero benzina sul fuoco, facendo sobbalzare i prezzi, con impennate folli e brevi prese di beneficio; il prezzo di un MWh di gas è passato da 154 euro il giorno prima dell’inizio del conflitto a 295 euro poco dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, per scendere poi a 134 euro e risalire ancora a 150. Solo per promemoria, è utile ricordare che nel marzo 2021 il prezzo era di circa 18 euro a MWh.

Dunque, la guerra e le sue conseguenze nel medio periodo impongono una drastica riduzione degli strumenti speculativi -quantomeno su energia e beni alimentari- se si vuole evitare un vero e proprio disastro per interi settori produttivi e un impoverimento generalizzato di ampie fasce di popolazione. Una discussione immediata in tal senso andrebbe aperta in seno alla Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e nell’ambito dei tanti accordi regionali firmati negli ultimi venti anni. Peraltro, senza un’eliminazione di questi elementi destabilizzanti, provenienti dalla finanza, sarà praticamente impossibile fare previsioni credibili sull’andamento delle economie nazionali. In pratica si navigherà a vista in un mare in tempesta.

C’è poi un’altra considerazione che impone il ripensamento del passato prossimo. La pandemia e la guerra stanno dissolvendo, in maniera definitiva, la globalizzazione. E, in maniera ancora più specifica, la dipendenza di alcune aree del Pianeta da altre. Nel caso italiano, a partire dagli anni Ottanta sono stati smontati pezzi cruciali del sistema manifatturiero e ampie superfici agricole sono state dismesse in nome della minore onerosità delle importazione di beni fondamentali e dei vincoli europei. Come nel caso dei cereali, che ormai provengono dall’estero per il 60%, e di molte materie prime, importate per il 90%.

Ci siamo specializzati invece in settori come l’arredamento, la moda e la meccanica che si sono indirizzati verso mercati ricchi. Dopo la duplice crisi pandemica e bellica, l’Italia rischia di trovarsi senza approvvigionamenti alimentari ed energetici e senza le risorse naturali per mantenere in vita il nostro sistema industriale. È evidente che l’adesione al modello della globalizzazione è stato, per l’Italia, più convinta e più estesa di altri Paesi e ora siamo una delle realtà più in difficoltà che deve ripensare in maniera profonda la propria struttura produttiva. Si tratta di una riflessione che dovrebbe imporre una rapida revisione non solo del Piano nazionale di ripresa e resilienza ma anche delle strategie di adesione ai programmi europei.

Certo in un mondo che si muove in direzione della ricerca dell’autosufficienza dei singoli Stati, per l’Italia sarà davvero dura. E gli errori nella scelta sia delle produzioni sia delle aree a cui rivolgersi saranno molto costosi. A parte il tradizionale interscambio con Francia e Germania, infatti, sarà necessario sostituire molte produzioni estere con quelle autoctone. Siamo infatti molto vicini a una tempesta economica, anzi ci siamo già dentro. Come accennato, il prezzo dei cereali e dell’energia sono esplosi e questo significa che i fornai hanno difficoltà a panificare e i trasportatori a muovere i mezzi in un Paese dove il 97% della locomozione avviene grazie ai combustibili fossili. La carenza di fertilizzanti, causata dal conflitto in corso, renderà critiche le coltivazioni mentre con un prezzo del mais alle stelle sarà complicatissimo l’allevamento. Tutto ciò significa una tempesta economica che si combina ad una crisi alimentare.

Pandemia e guerra sono state decisive, ma accanto a loro pesano due elementi fondamentali, in particolare per la questione agricola. Il primo è la scelta europea, fatta ormai decenni fa, di imporre quote di produzione agricola ai vari Paesi membri, riducendo le superfici coltivate perché allora produrre troppo significava prezzi troppo bassi. Ora questa logica si è capovolta e quindi sarebbe necessario incentivare la coltivazione, riducendo quei vincoli. In Italia vorrebbe dire subito un milione di ettari di superficie coltivabile in più. Il secondo dato è quello a cui si accennava in apertura: la speculazione finanziaria sui prezzi di cereali ed energia fa impazzire i prezzi a prescindere dal rapporto reale di domanda e offerta. In questo caso la soluzione è chiara: impedire i contratti futures su cereali e energia a tutti i soggetti che non trattano tali beni, in pratica i compratori e venditori reali. Il tempo sta per scadere.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

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