Altre Economie / Approfondimento

La sfida dei cambiamenti climatici non spaventa il commercio equo

Dal Perù al Bangladesh, cooperative e importatori fair trade sviluppano con i partner locali nuove tecniche agronomiche, per rispondere all’aumento delle temperature medie e continuare a garantire loro migliori condizioni di vita

Tratto da Altreconomia 219 — Ottobre 2019
Un produttore di “baby banana” nel Nord del Perù. Il progetto è sostenuto dalla cooperativa sociale di commercio equo Mandacarù di Trento - © Beatrice De Blasi

Due centraline meteo sono state installate lungo l’alto corso del fiume Huallaga, nel Nord del Perù. Due vedette per monitorare il clima che cambia e calibrare un modello meteorologico predittivo su scala locale, più attendibile di quello nazionale. Fanno parte del progetto di lotta al cambiamento climatico che la cooperativa sociale di commercio equo e solidale Mandacarù di Trento (mandacaru.it) ha avviato nel 2018 in questo territorio, per rispondere alle nuove esigenze dei produttori di “baby banana” che fanno capo a Redesign. Gli agricoltori, infatti, “hanno notato che da alcuni anni le piantagioni sono sempre meno produttive in seguito alla comparsa di eventi atmosferici estremi, caratterizzati da copiose precipitazioni ed esondazioni dei corsi d’acqua, alternati a periodi di estrema siccità”, racconta Livia Serrao, dottoranda del dipartimento di Ingegneria civile, ambientale e meccanica dell’Università di Trento -cattedra Unesco per lo sviluppo umano e sostenibile-, che sta sviluppando la sua ricerca in Perù insieme a Mandacarù. “Per capire come rispondere al cambio climatico, prima di tutto è importante studiare il fenomeno”: per questo, dice Livia, “abbiamo avviato un’inchiesta tra i produttori della zona e non solo quelli delle filiere equosolidali”. Qui, gli agricoltori devono anche convivere con il fiume Huallaga, che cambia il suo corso repentinamente mettendo a rischio le piantagioni vicine all’argine. “La previsione di questi fenomeni è fondamentale per limitare i danni -dice Livia-, ma oltre a migliorare le previsioni meteo, stiamo studiando delle misure di mitigazione, come delle barriere frangivento fatte di mattoni forati o essenze legnose autoctone”. La dottoranda tornerà questo mese in Perù: “Il progetto entra ora nel vivo -dice-. Faremo delle sperimentazioni in campo con nuove tecniche agronomiche per la sicurezza alimentare e per verificare le necessità irrigue per i periodi più secchi”. Finora, nessun contadino aveva avuto bisogno di un impianto d’irrigazione. E un’altra parte del lavoro si svolge in Trentino, facendo incontrare i produttori peruviani con i consumatori italiani. “È sempre un momento d’impatto per entrambi i soggetti coinvolti, che dialogando possono comprendere meglio le nuove sfide che il commercio equo si trova ad affrontare”.

L’aumento delle temperature globali, infatti, sta già influenzando la produzione delle materie prime storicamente importate dalle filiere equosolidali, come caffè, cacao, riso e tè. Il commercio equo e solidale propone un approccio duplice al problema: aiutare gli agricoltori a diventare più resilienti ai cambiamenti climatici, dando al tempo stesso ai consumatori la possibilità di ridurre il proprio impatto ambientale scegliendo questi prodotti. Le filiere eque, infatti, “incoraggiano pratiche agricole rispettose del clima con un premio per la produzione biologica e la promozione della tutela ambientale, e rinforzano la resilienza climatica integrando aspetti sociali, economici ed ecologici nelle comunità produttrici”, spiega Giovanni Paganuzzi, già presidente di Equo Garantito (equogarantito.org). L’obiettivo -aggiunge Paganuzzi- è arrivare a “svolgere in futuro un ruolo di soggetto proponente e controllore sulle proposte politiche sui temi della sostenibilità, del commercio e dell’economia globale, affinché siano promosse leggi e buone pratiche a sostegno delle economie solidali e partecipate”.

Ua produttrice di Green Net in Thailandia, che coltiva il riso in modo naturale – © Archivio Altromercato

D’altronde, come ricorda Fairtrade International (fairtrade.net), “l’80% del cibo mondiale proviene da 500 milioni di piccole aziende agricole e alcuni studi suggeriscono che un aumento di un solo grado potrebbe portare a riduzioni tra il 5 e il 10% delle rese delle principali colture cerealicole”. Come il riso, coltivato in modo naturale da Green Net (greennet.or.th) in Thailandia dal 1993 e importato in Italia da Altromercato (altromercato.it). Pioniera dell’agricoltura biologica in Asia, Green Net porta avanti con l’Earth Net Foundation -fondata nel 2000 per organizzare la filiera del riso con i piccoli produttori e uniformarsi alle regole dell’Unione europea in materia di certificazione biologica- un programma di adattamento ai cambiamenti climatici, fornendo supporto tecnico e aiuti finanziari a più di mille contadini soci per migliorare la gestione delle risorse idriche, fondamentali per la coltivazione del riso, e diversificare le colture, promuovendo prodotti agricoli da vendere al mercato locale.

Trovare delle risposte per sopravvivere ai cambiamenti climatici, infatti, è fondamentale per i contadini di Green Net -che coltivano la terra in diverse regioni thailandesi anche olio di cocco e aloe vera-, testimoni di anno in anno dell’intensificarsi di questi fenomeni meteo insoliti. Il primo è il prolungarsi di alte temperature durante la stagione estiva; inoltre, la stagione delle piogge arriva in ritardo rispetto all’alternanza stagionale tradizionale e le precipitazioni sono molto più intense; la stagione secca, caratterizzata da vento secco è freddo, si è notevolmente accorciata. Fenomeni che stanno provocando rese molto inferiori al passato nella coltivazione del riso e un aumento del raccolto di noci da cocco che ha causato una caduta dei prezzi di vendita. Per questo, Green Net sta sostenendo i contadini nella conversione dei campi di riso verso diversi tipi di colture, più resistenti alle alte temperature e a un andamento piovoso irregolare. Un altro sostegno viene dall’insegnamento a realizzare il “biochar”, il carbone vegetale che si ottiene dalla degradazione termica dei gusci delle noci di cocco: un ottimo fertilizzante per il suolo che abbatte i costi e permette il riuso di un materiale che diventerebbe rifiuto.

Dall’11 al 13 ottobre si svolge anche a Padova, in piazza Capitaniato, la 25esima edizione di “Tutta un’altra cosa”, festival nazionale del commercio equo solidale: tuttaunaltracosa.it

Sempre in Asia, nel Bangladesh meridionale, l’organizzazione “Bangladesh Shilpo Ekota” (BaSE, in italiano “Unione Artigiana Bangladesh”), fondata nel 1999 su iniziativa del missionario valtellinese Giovanni Abbiati, sostiene 18 gruppi di donne artigiane promuovendo il lavoro artigianale come strumento di promozione umana e civile, oltre che di sostegno economico. È un progetto d’importazione diretta della cooperativa “La Bottega della Solidarietà” di Sondrio (commercioequosondrio.it), che fa arrivare in Italia ogni anno due container di cesti, borse e tessuti lavorati dalle donne. Oggi BaSE sostiene circa 10mila donne, che intrecciano materiali naturali come le foglie delle palme da dattero, la juta, le canne di bambù, il cotone e i tessuti dei sari -i tipici abiti femminili, lunghi almeno sei metri- riciclati, come racconta il direttore Shourove Ansari, che lavora con BaSE dal 2004. “I sari sono raccolti porta a porta dalle donne, portati alle artigiane, lavati e rigenerati in nuovi intrecci”, dice. Le importazioni sono diminuite negli ultimi anni anche a causa di una minore produzione artigianale per i cambiamenti climatici che hanno colpito la regione. “Un primo problema è l’innalzamento del livello del mare: l’acqua salata arriva ai fiumi e nei campi raccogliamo sempre meno -dice Shourove-. Ma c’è anche un’intensificazione delle alluvioni, che provoca una crescita delle migrazioni verso le città, dove si possono trovare abitazioni più sicure e salubri. Sono cambiamenti che si percepiscono poco a poco: si vedono meno alberi e la povertà cresce”. Una delle risposte da parte di BaSE è l’apertura di una nuova struttura condivisa: una casa sostenibile per le artigiane, dove poterle accompagnare anche garantendo loro assistenza medico-sanitaria e nell’educazione dei figli, oltre a creare nuove fonti di reddito per diversificare le entrate. “Il nostro ufficio è alimentato al 90% da energia solare e raccogliamo l’acqua piovana per preservarla e farne un uso quotidiano -aggiunge Shourove-. Una tecnica che stiamo insegnando anche ai produttori”.


Una artigiana del progetto BaSE in Bangladesh, fondato nel 1999 dal missionario Giovanni Abbiati e sostenuto dalla cooperativa “La Bottega della Solidarietà” di Sondrio – © BaSE Bangladesh

Così, i produttori delle filiere equosolidali non sono solo al centro degli effetti del cambiamento climatico, ma con le loro tecniche produttive sostenibili influiscono positivamente sull’ambiente. Come i 7mila soci di Norandino (coopnorandino.com.pe), per tornare in Perù, che dal 2005 nel Nord del Paese a Piura, in una zona semidesertica, coltivano caffè, cacao e canna da zucchero secondo l’agricoltura biologica, ciascuno su pochi ettari, sostenendo la riforestazione e la rigenerazione dell’ecosistema che vivono.

Qui le donne gestiscono un vivaio di 200 metri quadrati per contrastare la desertificazione e vendere ad aziende europee crediti di carbonio per la mitigazione dei cambiamenti climatici, con il supporto tecnico e amministrativo della cooperativa, come racconta Altromercato che ne importa i prodotti. Il progetto di riforestazione della Sierra di Piura -certificata da Rainforest Alliance- si sviluppa su un’area di 224 ettari nel Comune di Choco e coinvolge circa 400 famiglie; già alcune ditte europee -l’inglese Cafédirect, la Bewley’s di Dublino e P3value di Montpellier- stanno acquistando questi crediti di carbonio. Inoltre, per garantire il ricambio generazionale, Norandino offre ai figli dei contadini uno stage retribuito di tre mesi, con l’opportunità di costruirsi un futuro nella filiera equosolidale. 


in dettaglio

Il 12 OTTOBRE ALTROMERCATO CAMPUS

Una giornata dedicata ai produttori internazionali e italiani di Altromercato, all’impatto del cambiamento climatico sulle loro produzioni e ai modelli resilienti per contrastarlo. Si intitola “Maneggiare con cura”, la terza edizione di Altromercato Campus, che si svolge sabato 12 ottobre a Verona nel Polo universitario Santa Marta, in partnership con il dipartimento di Economia aziendale dell’Università. Una giornata aperta per coinvolgere i soci Altromercato e sensibilizzare i giovani sull’importanza della creazione di filiere etiche e di un commercio più giusto. Si apre alle 10.30 con un primo focus sul ruolo del commercio equo nella lotta ai cambiamenti climatici, moderato da Filippo Solibello di Radio2; tra i produttori intervengono Vitoon R. Panyakul di Green Net (Thailandia), Juan Francisco Hun Pop di Redesign e José Rojas Hernandez di Norandino (Perù). Sarà poi possibile incontrare i produttori faccia a faccia nel pomeriggio, per ascoltare i loro racconti sui danni del climate change e le esperienze per mitigarli. Oppure assaggiare i loro prodotti nei workshop esperienziali dedicati a caffè e cacao. Sempre nel pomeriggio, un incontro per giovani, studenti e ricercatori dedicato all’incontro tra il mondo universitario e i progetti equosolidali. Completano il programma la mostra fotografica di Beatrice De Blasi “Amazzonia. Le custodi della biodiversità”, la sfilata di moda etica con i capi “On Earth” Altromercato e la proiezione del docu-film “Soyalism”. L’aperitivo di chiusura festeggia i 30 anni della cooperativa Le Rondini.

Info: altromercato.it/it_it/campus-2019/

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