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“Brexit” è un problema anche per i Paesi in via di sviluppo. Mentre Cina, Stati Uniti e Brasile sorridono

Le implicazioni commerciali e tariffarie del più volte prorogato processo di uscita del Regno Unito dall’Unione europea potrebbero essere drammatiche per le economie “meno efficienti”. Lo evidenzia la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD), analizzando punto per punto gli effetti sull’export. E non è affatto scontato che lo scenario possa “rasserenarsi” in caso di una “Brexit” con accordo

Se l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea resta ancora un processo segnato dall’indeterminatezza, le conseguenze di “Brexit” sui Paesi “in via di sviluppo” sono già ipotizzabili. E sono drammatiche. Al contrario, invece, colossi come Cina, Stati Uniti d’America, Giappone e Brasile potrebbero uscirne decisamente avvantaggiati. A mettere in fila le implicazioni commerciali del più volte prorogato processo di uscita –il Regno Unito resterà infatti nell’Unione europea fino al 31 ottobre 2019, con l’opzione di un’uscita “anticipata” nel giugno di quest’anno in caso di un accordo garantito e supportato dal Parlamento britannico- è stata la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD), attraverso un interessante paper di ricerca pubblicato nell’aprile 2019. Non riguarda le ripercussioni pesantissime dentro il Regno Unito –si pensi al quadro che ci ha descritto a gennaio Philip Alston, relatore Onu su povertà e diritti umani-, ma si concentra sugli effetti al di fuori.

Il punto di partenza è il “peso” che il Regno Unito ha nello scenario del commercio mondiale. Da solo, infatti, il Paese rappresenta il 3,5% del comparto ed è quindi un partner strategico per numerosi Paesi “in via di sviluppo”. Alla voce “importazioni”, il 2018 per Londra ha fatto registrare un valore pari a 680 miliardi di dollari, 360 miliardi dei quali riferiti all’Ue. Dentro quella prima cifra rientrano diversi beni e materie prime derivanti dai Paesi in via di sviluppo, agevolati da condizioni di accesso al mercato britannico dovute in larga parte ad accordi bilaterali e “schemi preferenziali unilaterali” maturati con l’Unione. Con l’uscita dall’Unione, contesto nel quale UK è presente e “allineato” fin dal 1972 -è la premessa dei curatori, Alessandro Nicita, Ksenia Koloskova e Mesut Saygili, membri della divisione commercio internazionale e commodities di UNCTAD- assisteremo a un “cambiamento delle politiche commerciali”.

Un nuovo assetto concepito su nuove “priorità”, con riflessi regionali ed extra-regionali. “Quando il Regno Unito avrà lasciato alle spalle i suoi 27 partner dell’Unione europea -ha chiarito Pamela Coke-Hamilton, al vertice della divisione ‘international trade and commodities’ di UNCTAD- cambierà la capacità dei Paesi extracomunitari di esportare verso il mercato britannico”. In che termini? “Oggi come oggi -spiega Alessandro Nicita- il Regno Unito è parte dell’Unione europea e quindi tutti i trattati commerciali si applicano al mercato britannico. La politica commerciale di Bruxelles è un compromesso tra le diverse esigenze dei Paesi membri, in particolare per quello che riguarda la politica commerciale agricola. Nel momento in cui UK dovesse uscire dall’Unione è molto probabile che decida di allineare la propria politica commerciale verso le sue esclusive priorità, senza più dover contemperare ad esempio gli interessi francesi o italiani”.

Tutto ruota intorno agli schemi tariffari utilizzati alle frontiere. A “Brexit” perfezionata verranno mantenute quelle condizioni “agevolate” di accesso al mercato o varrà la liberalizzazione competitiva totale? “Il governo britannico è consapevole dei problemi che Brexit pone ai propri commerciali -continua Nicita- e ha più volte affermato di voler ricorrere ad accordi bilaterali sulla stessa lunghezza d’onda di quelli in vigore in quanto Paese membro dell’Ue”. Il punto però è che replicare accordi di quella natura non è semplice, i negoziati potrebbero durare anni. Prova ne è il fatto che i cosiddetti “continuity agreements” non sono ancora stati siglati nella maggioranza dei casi (l’Ue conta oltre 70 accordi commerciali) e vige tutt’ora “un’incertezza considerevole”, come scrivono i curatori del paper UNCTAD.

“Inoltre -proseguono- il Regno Unito ha manifestato l’intenzione di ridisegnare il proprio regime commerciale per eliminare le tariffe nelle aree in cui non ha alcun interesse in termini di produzione. E questa intenzione si è già manifestata con la recente pubblicazione dello schema della Most Favoured Nation (MFN), della quale si è annunciata l’applicazione temporanea nel caso di una Brexit senza accordo”. Quello della “Nazione più favorita” è un principio dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) che prevede che le stesse tariffe debbano essere applicate a qualsiasi partner commerciale, a meno che non valga un’eccezione determinata ad esempio da un accordo commerciale in vigore. Lo schema farebbe scattare una competizione tutta sbilanciata a favore di chi oggi affronta livelli tariffari più elevati: Cina, Stati Uniti, Giappone, in testa. Paesi dalle dimensioni e capacità nettamente “più efficienti”.

L’ipotesi “no deal” comporterebbe peraltro una pesante alterazione di mercato, specialmente per i Paesi maggiormente “integrati” con il Regno Unito. In primo luogo ci rimetterebbe l’Unione europea, con una perdita commerciale in tema “export” pari a 35 miliardi di dollari (-10% sui livelli 2018). Tra gli sconfitti spiccano poi Turchia, Corea del Sud, Pakistan, Norvegia, Islanda, Cambogia e Svizzera. Proprio il caso della Cambogia -esportatore in UK di abbigliamento e biciclette- è quello che interessa ai curatori del report. Come Bangladesh (tessile), Belize (banane e zucchero), Mauritius (zucchero e tonno), Pakistan (tessile), Seychelles (tonno) o St. Lucia (banane), il Paese esporta nel Regno Unito oltre il 5% del suo intero stock.

Secondo UNCTAD, i Paesi più colpiti dal passaggio da un “accesso preferenziale” allo schema “MFN” sarebbero poi Camerun, Guatemala, Ghana, Honduras, Nicaragua, Pakistan, Tunisia e come detto Turchia.

E non è affatto scontato che lo scenario possa “rasserenarsi” in caso di una “Brexit” ordinata. “L’uscita del Regno Unito dall’Ue senza accordo avrebbe ripercussioni immediate sulle esportazioni di molti Paesi in via di sviluppo -concludono i curatori del paper-, ma permangono notevoli preoccupazioni anche nel caso di un’uscita con accordo. In definitiva, infatti, le esportazioni dei Paesi terzi verso il Regno Unito dipenderanno dal regime commerciale che il Regno Unito adotterà sia nei confronti dei Paesi che attualmente godono di schemi preferenziali sui mercati dell’Unione europea, sia dalle tariffe ‘Most Favoured Nation’ che UK vorrà applicare”.

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