Economia / Opinioni

Dalla Catalogna alla Brexit, l’economia è uscita dal dibattito politico

Oggi, in diversi Paesi europei, gli elettori non guardano più alle priorità della propria economia nazionale. La scelta del voto è data da altri criteri, riconducibili a paure più o meno reali. E soprattutto a una forte voglia di isolamento. Il commento di Alessandro Volpi

L’economia pare sparita dal dibattito politico di molti Paesi europei. Per essere ancora più chiari: sembra che le recenti scelte elettorali, in varie parti d’Europa, tendano a prescindere dalle conseguenze economiche che producono e che, spesso, risultano essere sfavorevoli per i paesi interessati da tali competizioni elettorali. Il voto in Catalogna ha riaffermato le volontà separatistiche della regione che, certamente, stanno già generando effetti negativi, a cominciare dalla vera e propria fuga di aziende – quasi 1400 in pochissimo tempo – da quella zona.

Anche il voto austriaco, venato da marcati accenti xenofobi, pare destinato a indebolire alcune voci cruciali per l’economia del Paese, che molto dipende dal turismo e dall’export. Considerazioni analoghe sono possibili per l’affermazione degli ultranazionalisti in Polonia, dove una certa ostilità verso l’esterno rischia di compromettere il buon andamento del prodotto interno lordo, che durante tutti i 13 anni trascorsi dall’adesione all’Unione europea ha sempre ottenuto risultati migliori rispetto alla media della stessa Ue.

Si consolida poi l’idea che la Brexit, voluta dagli inglesi, tuttora assai convinti della bontà dell’esito referendario, sia stata un danno non banale alle sorti dell’isola, come dimostra il crollo della sterlina che ha eroso il potere d’acquisto dei sudditi di Sua Maestà e cha ha contribuito a mettere l’Inghilterra in coda fra le democrazie in ripresa.

In estrema sintesi, l’elettore non guarda più alle priorità della propria economia nazionale ma sceglie per chi votare affidandosi ad altri criteri, riconducibili a paure più o meno reali e soprattutto ad una forte voglia di isolamento a cui si attribuisce una irrazionale capacità di salvare “miracolosamente” il destino della patria in pericolo. La pervicace ostilità contro l’euro costituisce forse la prova più visibile di questo atteggiamento; quale sarebbe oggi la sorte della Spagna, Paese diviso da una dura faglia separatista, senza la moneta comune? O quale sarebbe il destino dell’Italia, che continua a essere gravata da un debito colossale ed è contraddistinta da un quadro politico il cui esito più probabile è quello dell’ingovernabilità?

Nonostante tutto ciò, come accennato, l’economia reale pare non essere più il cardine portante delle decisioni prese dal corpo elettorale di diverse democrazie. Questa originale condizione si scontra però con una decisa ricomparsa di alcune questioni economiche cruciali. La prima consiste nel brusco rialzo dei prezzi energetici che può rapidamente cambiare gli scenari mondiali. È bastata l’esplosione di un oleodotto in Libia, tra i pozzi in Cirenaica e il porto di Es Sider, per riportare il prezzo di un barile di Brent a 67 dollari e di uno di Wti a 60 dollari. Si tratta di un balzo importante che si colloca all’interno di un andamento caratterizzato da mesi da significativi aumenti, mossi dalle crisi geopolitiche e dalle incertezze sul comportamento “autoreferente” degli Stati Uniti di Trump.

Se i prezzi dell’energia salgono, è molto probabile che riprendano le spinte inflazionistiche e dunque può essere messa in discussione la strategia di liquidità facile della Banca Centrale Europea, seconda questione cruciale in quanto condizione primaria per un finanziamento a buon mercato dei debiti pubblici più pesanti. Nel frattempo, l’amministrazione Trump sta portando a compimento una significativa riforma fiscale che ha il chiaro intento di mantenere entro i confini nazionali gran parte del patrimonio produttivo a stelle e strisce. Senza liquidità, con prezzi energetici in salita e con una concorrenza internazionale in evoluzione, le politiche economiche diventano certamente decisive e se, in un simile panorama, tende a prevalere una marcata dose di irrazionalità elettoralistica, il pericolo del collasso di numerosi Paesi è tutt’altro che improbabile. Sta concretizzandosi un insidioso paradosso per cui la grande recessione, scatenata dalla crisi del 2007, ha scaturito angosce e rivalse decisamente egoistiche che possono spengere sul nascere i segnali di una ripresa ancora fragile.

Università di Pisa

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